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M. K. Bhadrakumar - Una vittoria di Pirro per Benjamin Netanyahu PDF Stampa E-mail
Lunedì 26 Novembre 2012 08:19

Traduzione da Asia Times.

 Il Primo Ministro dello stato sionista Benjamin Netanyahu ad una prima occhiata avrebbe scatenato l'aggressione contro Gaza vincendola a punteggio pieno. Dieci tiri e dieci centri, il risultato della settimana di combattimenti chiamata "Operazione Colonna di Difesa".
L'unico problema è che si tratta di una vittoria di Pirro, qualcosa che fa tornare in mente l'illusione creata dalle streghe nel dramma di Shakespeare: "Nessun potere di uomo nato da donna / potrà nuocere a Macbeth". Ma la realtà non è lontana: "Macbeth mai sarà detronizzato, fino a quando / il grande bosco di Birnam fino all'alta collina di Dusinaine / non si muoverà contro di lui".
L'illusione è rappresentata dal fatto che l'offensiva sionista ha distrutto il quartier generale di Hamas e spazzato via Ahmed Jabari, il capo del movimento, grazie ad un operazione di omicidio mirato. Tutto questo, all'apparenza, mette una pietra sopra a tutto il movimento di resistenza. L'angosciosa realtà, invece, è rappresentata dal fatto che la Cupola di Ferro dei sionisti, che si voleva impossibile da oltrepassare, si è rivelata un mito; non è riuscita a fermare più dei due terzi dei razzi di Hamas. Cosaaltro rimarrebbe allo stato sionista se non un'offensiva di terra?
Persino questa opzione potrebbe rivelarsi illusoria, come si è rivelata illusoria nel corso delle operazioni sioniste contro Hezbollah in Libano nel 2006: in quell'occasione le elusive formazioni combattenti si rivelarono corrispondere a gruppi di vicini di casa. E' probabile che la realtà pura e semplice, di cui il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha fornito una anticipazione, sia che "se le truppe sioniste entrano a Gaza, corrono rischi molto più gravi di avere dei morti o dei feriti".
E' chiaro, inoltre, che la realtà politica potrebbe rivelarsi piuttosto scoraggiante perché lo stato sionista ha fatto una cosa che non aveva mai fatto prima nel corso di tutta la sua storia: si è seduto al tavolo dei negoziati cercando la pace prima che fossero trascorsi tre giorni dal lancio di un'offensiva militare.

Punteggio pieno
Il fatto paradossale è che si può anche ammettere che Netanyahu abbia fatto centro. Ha furbescamente assecondato le invocazioni alla Grande Israele che esistono presso la pubblica opinione scatenando un attacco contro Hamas, e può benisimo aver migliorato le prospettive del partito cui appartiene, il Likud, che nelle elezioni del prossimo gennaio è alleato con il partito ultranazionalista Yisrael Beitnu di Avigdor Lieberman.
La popolarità del Likud stava declinando ed il partito era minacciato dall'alleanza di opposizione tra il Kadima Shaul Mofaz, guidato dall'ex primo ministro Ehud Olmert, e lo Yair Labed, guidato dall'ex primo ministro Shaul Mofaz. Netanyahu ha pensato, giustamente, che la società dello stato sionista sia orientata a destra ed impregnata di militarismo, e che una dimostrazione di forza sotto la sua guida sarebbe stata la mossa giusta per deviare il vento politico dalle vele delle formazioni all'opposizione.
Netanyahu ora può andare dicendo che sotto la sua guida lo stato sionista ha "degradato" l'apparato bellico di Hamas e che esso costituisce ora una minaccia più debole. Può spingersi fino ad affermare che Hamas negli ultimi tempi si stava allargando troppo e che è stato lui a fargli vedere dove fermarsi.
Il giudizio di Netanyahu secondo il quale l'interruzione dei rapporti di Hamas con Damasco (e con Tehran) avvenuta nel corso dell'ultimo anno rappresentava una buona occasione per colpire non è priva di fondamento. I nuovi protettori di Hamas -il Qatar, la Turchia...- hanno fama di essere cani che abbaiano ma non mordono, al contrario dell'Iran e della Siria. Inoltre, la spaccatura sulla guerra civile in Siria ha messo una certa distanza tra Hamas e Hezbollah, cosa che torna a vantaggio dei sionisti.
L'Iran e la Siria hanno ovviamente ridotto il loro ruolo a quello di testimoni, mentre avrebbero potuto comportarsi come attori in grado di fare la differenza per quanto riguarda la capacità militare di Hamas. Con l'Iraq messo come ai tempi delle caverne e una Siria sprofondata in una guerra civile di cui non si vede la fine, lo stato sionista si ritrovava con l'Egitto come unico ostacolo ed aveva le mani relativamente libere a livello regionale. Il vantaggio più grande che lo stato sionista potesse trarre dal conflitto era rappresentato dal poter avviare rapporti costruttivi con il governo egiziano capeggiato da Mohammed Morsi, che viene dai Fratelli Musulmani.
L'invio al Cairo di due esperti negoziatori è segno evidente dell'interesse di Tel Aviv verso un coinvolgimento del governo di Morsi. Per Tel Aviv è stato molto più di una vittoria simbolica il fatto che Morsi sia stato costretto a pronunciare per la prima volta la parola "Israele" durante un discorso tenuto in pubblico al Cairo nel corso di una conferenza stampa svoltasi sabato scorso.
Non c'è dubbio sul fatto che Morsi sia stato rivestito del ruolo di mediatore, sia dagli Stati Uniti, sia dalla Lega Araba che dallo stato sionista, affinché si adoperasse per un cessate il fuoco. Dal punto di vista di Tel Aviv qualsiasi cessate il fuoco cui si sia giunti oggi [il 21 novembre 2012], sia pure sotto l'auspicio delle Nazioni Unite, porta implicita l'accettazione di Morsi; una sorta di apertura che i sionisti sono fermamente decisi a sviluppare e che possono sperare utile, con l'aiuto degli Stati Uniti, sia sul terreno sia a livello politico a fini pratici in un prossimo futuro. Naturalmente nessuno pensa si possa tornare ai tempi di Mubarak, ma come si suol dire, qualcosa è sempre meglio di niente.
Il presidente sionista Shimon Peres non ha ovviamente perso tempo nel cogliere l'occasione che si presentava per lodare gli sforzi del presidente egiziano affinché si giungesse alla fine delle ostilità, dicendo che "L'Egitto è un attore significativo in Medio Oriente". I sionisti stanno cercando di indebolire i legami dei Fratelli Musulmani con Hamas, che si stavano sempre più incisivamente riflettendo nella politica di Morsi riguardo a Gaza. La guerra a Gaza poi ha costretto gli egiziani ad affrontare il momento della verità: l'opinione pubblica in Egitto si trova in una sorta di terra di nessuno. Gli egiziani starebbero dalla parte dei palestinesi, ma non vogliono che la situazione peggiori fino a trascinare l'Egitto in una guerra con lo stato sionista. Gli egiziani sentono un'affinità culturale con gli abitanti di Gaza, ma temono anche che l'enclave palestinese ospiti un buon numero di combattenti capaci di impelagare l'Egitto in un'altra guerra con lo stato sionista. L'altro grande attore sulla scena regionale è la Turchia. I sionisti hanno costretto per vie traverse il primo ministro di orientamento islamico Recep Erdogan a vedere quali fossero le carte in tavola, ma in via ufficiale per quanto riguarda la questione di Gaza è il Cairo ad essere diventato il centro della diplomazia, non Ankara. L'esperto editorialista tuco Murat Yetkin ha scritto nel quotidiano filogovernativo Hurriyet che Ankara non apprezza il "ruolo secondario" che è chiamata a ricoprire, né apprezza di dover ammettere che l'Egitto ha un'influenza a livello regionale superiore a quella della Turchia. Sull'aria di delusione che si respira ad Ankara, scrive:
Il ruolo dell'egitto nella regione è dovuto alla rivoluzione di piazza Tahrir; il suo governo è più forte di prima... L'opposizione siriana, che pure ha preso le mosse dai campi profughi in Turchia, ha affermato che considera il Cairo come il proprio quartier generale. La Primavera Araba ha lavorato in favore dell'Egitto e tutto il paese sta ancora una volta rinascendo dalle proprie ceneri diventando un modello realistico per gli altri paesi arabi. Se Morsi riesce a salvare gaza dalla furia sionista, può diventare un altro Nasser, ed in più diventare un campione per il mondo arabo.
L'attacco sionista contro gaza ha cambiato l'orientamento della politica in Medio Oriente, un fatto a sua volta destinato a tradursi in una forzata revisione della linea politica turca. Lo stato sionista spera che Erdogan agisca con maggiore realismo per quanto riguarda i legami esistenti tra Turchia e stato sionista. Lo stato sionista si è detto certo del fatto che la rottura di questi legami non abbia fatto che danneggiare gli interessi turchi, perché è venuta meno la condivisione a livello di servizi d'informazione ed Ankara ha perso così la capacità che possedeva di agire da mediatore nei conflitti in Medio Oriente.
Su questo punto tuttavia i giudizi sono ancora aperti. Erdogan si comporta anche come un demagogo. La sua roboante retorica surclassa quella di Morsi: Erdogan ha definito "terrorista" lo stato sionista e si è spinto ad affermare che Tel Aviv sta dedicandosi alla "pulizia etnica". Pare che Erdogan preferisca cavalcare l'onda dell'opinione pubblica araba piuttosto che riannodare i legami tra Turchia e stato sionista.
Se osserviamo la cosa dal punto di vista della politica estera, pare che Netanyahu abbia raccolto una serie di successi apparenti. A dire il vero il bersaglio più grosso che ha colpito comprende anche Obama. Netanyahu ha costretto il presidente degli Stati Uniti ad esprimere solidarietà allo stato sionista, nel teatro mediorientale, nonostante lo scorso anno tra i due uomini di stato si fossero manifestati dei marcati disaccordi su una quantità di argomenti, senza contare il fatto che il leader sionista ha optato per una maldestra alleanza con Mitt Romney nei momenti critici delle ultime elezioni presidenziali, cosa che ha disturbato Obama.
Quando si parla di politica mediorientale anche le sensazioni sono importanti; ancora una volta i sionisti hanno dimostrato la propria sconfinata capacità di prendere in giro l'amministrazione statunitense.
Netanyahu è un attento osservatore degli orientamenti politici statunitensi, ed ha pensato di forzare la mano ad Obama considerata l'influenza che lo stato sionista ha sul congresso statunitense, sui mass media e sui think tank. Questo, nonostante i segni di disaccordo che sarebbero venuti fuori ogni volta che il presidente statunitense si sarebbe messo a lavorare per una decisa correzione di rotta nella fallace strategia statunitense per il Medio Oriente. Netanyahu non ha sbagliato le previsioni. L'operazione Colonna di Difesa ha qualcosa in comune con la sanguinosa operazione Piombo Fuso del dicembre 2008; entrambe sono venute dopo una vittoria elettorale di Obama.
Un altro risultato non privo di importanza è il fatto che con l'eccezione dei paesi arabi nessuno ha davvero espresso parole di condanna verso il "diritto alla dfesa" dello stato sionista. Attori influenti come la Russia, la Cina ed i paesi europei hanno assunto una posizione neutrale mentre invocavano "moderazione" per entrambe le parti in lotta. Russia e Cina si attendono grandi opportunità di fare affari nel mercato rappresentato dallo stato sionista e a Mosca si conta anche su una qualche simpatia da parte di Lieberman, che è un emigrato dall'ex Unione Sovietica.
Sicuramente Leviathan, il mastodontico giacimento di petrolio e gas naturale del Mediterraneo, ha catapultato lo stato sionista nel ruolo di invidiato partner energetico. Europei, russi e cinesi: Leviathan è diventato un'ossessione per tutti. Detto altrimenti, lo stato sionista non è più un cesto vuoto dall'economia traballante.

Contando gli alberi
Alla fine il conflitto a Gaza può aver attenuato la minaccia dell'Autorità Palestinese di costringere l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite a votare il 29 novembre in favore del riconoscimento di uno stato palestinese, cosa cui lo stato sionista si oppone con le unghie e con i denti. Ci sono crescenti segnali del fatto che Ramallah sarebbe in grado di ottenere il necessario consenso in tutto il mondo, ma probabilmente, dati i rapidi cambiamenti che il Medio Oriente sta attraversando sul terreno della sicurezza, ci saranno enormi pressioni su Mahmoud Abbas affinché non getti benzina sul fuoco
In ogni caso i guadagni dello stato sionista sul terreno politico, diplomatico e militare dovranno alla fine essere raffrontati alle perdite sui esso può essere andato incontro per aver scatenato una violenza tanto scriteriata e sproporzionata contro la sfortunata popolazione di Gaza. L'immagine dello stato sionista a livello mondiale ne ha risentito. Si può prevedere con buona approssimazione che alla fine le spese supereranno di gran lunga i guadagni, e che la storia è probabilmente destinata a ripetersi, con lo stato sionista che si abbandona alla furia e alla disperazione non appena deve affrontare le realtà di volta in volta emergenti, senza risolvere niente e persino complicando la situazione per il futuro. Lo stato sionista può sicuramente aver provocato un deterioramento delle potenzialità di Hamas, in termini meramente militari. Ma anche nel migliore dei casi non può trattarsi di qualcosa di più che un fatto momentaneo; per Hamas ricostituire il proprio arsenale non è che una questione di tempo.
La realtà dei fatti è che i razzi di Hamas continuano a piovere sullo stato sionista e che i servizi sionisti non sanno da dove arrivino. E' lo stato sionista oggi a cercare la pace, non Hamas. Inoltre, i missili più letali sono di progettazione iraniana. Hamas deve capire che il continuo sostegno iraniano è preziosissimo, se intende raggiungere i livelli di Hezbollah o costringere i sionisti ad uno stallo strategico. Detto brevemente, i sionisti possono aver spinto di nuovo Hamas in braccio all'Iran; una cosa che essi stessi dovrebbero considerare una iattura.
Hamas ha ottenuto estesi vantaggi anche in termini politici e diplomatici. Il blocco sionista di gaza non è più sostenibile. L'andirivieni di ministri stranieri dei paesi confinanti verso Gaza nella giornata di martedi è rivelatore. Hamas ha definitivamente affossato la strategia sionista finalizzata al contenimento della sua influenza. Ironicamente, è persino possibile che lo stesso stato sionista abbia iniziato a "trattare" con Hamas senza rendersene bene conto; lo si noterà dagli sviluppi che nei prossimi giorni mostreranno gli sforzi della diplomazia tesi a porre fine allo scontro in atto. Lo stato sionista dovrebbe capire che il panorama politico della regione è cambiato radicalmente a favore di Hamas dal fatto che Khaled Meshal ha tenuto una conferenza stampa in diretta proprio al Cairo, nello stesso momento in cui i jet sionisti stavano colpendo Gaza. Per lo stato sionista la Primavera Araba ha portato un amaro raccolto; l'ascesa dell'Islam nella regione, sotto le insegne dei Fratelli Musulmani, sta lavorando a favore di Hamas.
Nel suo agire, lo stato sionista può aver scombinato gli equilibri di potere all'interno dello schieramento palestinese, favorendo Hamas e la Jihad Islamica in contrapposizione a Fatah in quanto autentiche voci della resistenza. Le posizioni dell'Iran pare siano state confermate, perché i paesi alleati sottobanco coi sionisti come la Giordania, o le oligarchie del Golfo Persico, si trovano ora costrette alla difensiva.
La lotta per provocare con la forza un "regime change" in Siria si fa ancora più complicata man mano che la resistenza stabilisce una propria lista delle priorità. Le mosse concitate che la Gran Bretagna e l'Unione Europea hanno compiuto questa settimana in mezzo al marasma mediorientale per accordare riconoscimento diplomatico all'opposizione siriana tradiscono il nervosismo che permea l'argomento.
Il fatto è che fino a quando la questione palestinese rimane al centro della scena, l'Occidente subirà forti pressioni affinché metta un po' di raziocinio nelle disordinate priorità con cui sta affrontando il problema del rovesciamento dell'assetto governativo siriano, mentre allo stesso tempo non fa assolutamente niente sulla questione fondamentale del conflitto arabo-sionista. E' possibile che lo stato sionista abbia reso un pessimo servigio agli Stati Uniti, al Regno Unito, alla Francia e ai loro alleati regionali, riportando l'attenzione sulla mai risolta questione palestinese.
Allo stesso modo, mentre è possibile che l'Egitto riesca a contrattare un cessate il fuoco per il conflitto in corso, non è certo possible aspettarsi che esso aiuti lo stato sionista a rafforzare il blocco di Gaza chiudendo il valico di Rafah o tornando alla collaborazione in materia di intelligence che caratterizzava l'epoca di Mubarak.
Questo significa che Morsi può semplicemente aver cercato di affrontare le concomitanti pressioni rivolte a lui per l'urgenza dell'ora, ma che nei fatti il suo orientamento strategico a fonte della questione palestinese e sulle relazioni tra Egitto e stato sionista rimarrà quello di sempre. Morsi ha già dimostrato di essere un maestro di tattica, e ci si può aspettare che tenga i sionisti nel dubbio su quello che ha intenzione di fare. La prova del fuoco sarà il Sinai, che è letteralmente una polveriera. Non esistono ricette a portata di mano per ricondurre un Sinai senza legge ed i militanti che si vanno riorganizzando laddove i servizi di sicurezza egiziani non esercitano onestamente alcun controllo sotto l'autorità del governo centrale. Lo stato sionista è atteso al varco da scelte difficili; aver aggredito Gaza può aver complicato ulteriormente le cose. Il punto debole fondamentale nella strategia di Netanyahu è che il Medio Oriente, oggi, è completamente cambiato. Come ha affermato Nic Robertson della CNN,
Hamas adesso ha un ruolo del tutto nuovo. E' ancora intrappolata negli affollati confini della énclave di Gaza dove ha vinto le elezioni sei anni fa, solo che adesso all'esterno ha più amici. Questo cambiamento è arrivato con la Primavera Araba, che ha spazzato via alcuni degli antichi alleati regionali dello stato sionista sostituendoli con leader molto più favorevoli a Hamas... L'Egitto è tutt'altro che da solo in questa rivoluzione regionale che sta iniziando ad isolare lo stato sionista... Dunque, in che situazione si trova lo stato sionista? E' più forte militarmente, ma è più debole politicamente di quanto non lo fosse nel 2009. Oggi la retorica egiziana si ferma ad un passo dall'abrogare il trattato di pace con i sionisti, ma ha assunto toni molto favorevoli a Hamas. Il mondo arabo ha da molto tempo un denominatore comune rappresentato dall'avversione per il trattamento che lo stato sionista riserva ai palestinesi. In passato molti dei leader arabi sono stati dei dittatori in grado di seguire delle linee di condotta molto diverse da quelle condivise dalla piazza, ma questo non è più vero. Nel Medio Oriente del dopo Primavera, i leader democraticamente eletti sono anche consapevoli del fatto che i fautori dell'intransigenza stanno aspettando il loro momento.
Pare che Obama comprenda le implicazioni del problema che ha davanti e che abbia presente anche la necessità ineludibile di rifondare da zero le basi del rapporto degli Stati Uniti con il mondo musulmano. Mercoledi scorso, durante la sua prima conferenza stampa dopo la vittoria elettorale, ha fornito buoni indizi del modo in cui Obama sta pensando di orientare la politica statunitense nei confronti di problemi come la Siria e l'Iran.
E' sufficiente dire che Obama può anche esser rimasto sulle sue quando Netanyahu lo ha punzecchiato sul precipitare della crisi a Gaza, ma che questo non significa che non abbia pensato ad una precisa linea di condotta. Obama anzi dovrà, assai prima di quanto Netanyahu immagini, agire in modo da mettere fine all'impasse che sta seriamente danneggiando gli interessi nel lungo periodo che gli Stati Uniti hanno in Medio Oriente.
Il nocciolo della questione è che la strategia statunitense per il Medio Oriente sta conoscendo un periodo di profonda crisi; fino al momento in cui certe radicate contraddizioni non verranno risolte -sempre che questo sia possibile- gli Stati Uniti non potranno abbandonare la scena o impegnare proprie risorse per "ricollocare" la propria posizione in Asia, laddove si sta profilando una sfida storica per il destino degli Stati Uniti intesi come superpotenza.
Certe volte, nell'ansia di vincere una battaglia, sfugge all'attenzione il fatto che è perduta la guerra. Questo può ben essere il caso. Netanyahu può aver vinto la battaglia del costringere Obama a sostenerlo, ma non è lontano il momento in cui dovrà capire che dopotutto non si è trattato di una vittoria.

L'ambasciatore M. K. Bhadrakumar è stato diplomatico di carriera in India. Ha svolto incarichi in Unione Sovietica, in Corea del Sud, nello Sri Lanka, in Germany, Afghanistan, Pakistan, Uzbekistan, Kuwait e Turchia.

 

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