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Pepe Escobar - Scova e distruggi: l'Iraq stuprato PDF Stampa E-mail
Mercoledì 20 Marzo 2013 09:38


Traduzione da Asia Times.

Per prima cosa vediamo di ammazzare tutti i mitografi, non importa se secondo legge oppure no. Lo stupro dell'Iraq rappresenta il peggiore disastro umanitario con responsabilità umane della nostra epoca. E' fondamentale ricordare che si tratta di una diretta conseguenza del fatto che Washington ha calpestato il diritto internazionale; dopo l'Iraq, qualunque cialtrone in qualunque parte del mondo può scatenare una guerra preventiva, ed invocare il precedente di Bush e Cheney nel 2003.
Ancora oggi, a dieci anni di distanza da quello shock and awe, persino i cosiddetti "liberali" continuano con i loro tentativi di legittimare qualcosa, qualsiasi cosa, che faccia parte del "Progetto Iraq". Non è mai esistito un "progetto": è esistito solamente un vertiginoso fastello di menzogne, comprese le giustificazioni a cose fatte sull'aver "democratizzato" il Grande Medio Oriente con i bombardamenti.
Negli ultimi tempi ho pensato spesso al Catalyst. Il Catalyst era il carro armato con cui dovevo intavolare trattative tutte le volte che volevo fare la spola tra la mia tana e la zona rossa, durante la prima settimana dell'occupazione statunitense di Baghdad. I marines venivano per lo più dal Texas e dal New Mexico, e di solito si parlava insieme. Erano convinti di aver attaccato Baghdad perché "i terroristi hanno attaccato noi l'undici settembre".
Anni dopo, la maggior parte degli americani ancora credeva alla Spettacolosa Bugia: questo prova che i neocon, con la loro cosmica arroganza e con la loro cosmica ignoranza, almeno una cosa erano riusciti a farla bene. I legami tra Saddam Hussein ed AlQaeda potevano anche non rappresentare la prima tessera del mosaico nel loro "progetto" di invadere l'Iraq e di ricostruirlo da capo a partire dal suo Anno Zero (ne facevano parte anche le armi di distruzione di massa che non esistevano), ma sono serviti egregiamente per lavare i cervelli e mettere in piedi questo casino.
Quando lo spettacolo delle pornotorture ad Abu Ghraib venne fuori, nella primavera del 2004 (io stavo attraversando il Texas in macchina per lavoro, e praticamente tutti quelli cui ne parlai definirono "normale" tutta la faccenda) la Spettacolosa Bugia ancora dominava. Sono passati dieci anni; dopo Abu Ghraib, dopo la distruzione di Falluja, dopo il diffondersi della pratica di "segnare morti" (ovvero di uccidere gli iracheni feriti) del "fuoco a trecentosessanta gradi" (un tiro al bersaglio in cui i bersagli sono gruppi di civili iracheni) e di raid aerei diretti su zone popolate da civili, per tacere dell'uso di "uccidere ogni uomo in età di portare le armi", dopo aver speso più di tremila miliardi di dollari (ricordiamo che i neocon avevano promesso una guerra facile e breve, dal costo non superiore ai sessanta miliardi); dopo aver ammazzato più di un milione di iracheni direttamente o indirettamente dopo l'invasione e l'occupazione, il fastello di menzogne ancora ci avviluppa tutti quanti, come se fosse una gigantesca medusa.
E la CIA, che ha vinto persino un oscar (un premio adatto al personaggio) continua a coprire tutto.

Forza antiguerriglia, amazza, ammazza!
L'Anno Zero dell'Iraq è durato grosso modo una decina di giorni. Ho assistito alla nascita ufficiale della resistenza: una manifestazione di massa a Baghdad che prese il via ad Adhamiya, cui partecipavano sunniti e sciiti. Poi sono arrivate le prodezze di quella che la fabbrica di pinocchi chiamò l'Autorità Provvisoria della Coalizione (CPA), "guidata" dal terrificante Paul Bremer, a dare puntuale prova di una spaziale ignoranza della cultura mesopotamica. Quindi fu la volta di una specie di offensiva del tipo "scova e distruggi" smodatamente in grande stile, adoperata come tattica e travestita da antiguerriglia. Non c'è da meravigliarsi che tutto sia diventato alla svelta una specie di Vietnam con in più la sabbia.
La resistenza sunnita ha letteralmente fatto uscire di testa il Pentagono. Ecco come si presentava il "triangolo della morte" nell'estate del 2004. Edf ecco anche la risposta del Pentagono, che arrivò quattro mesi dopo e consisté nell'applicazione di quella che chiamai "democrazia di precisione".
Alla fine il triangolo della morte vinse, in un certo senso. Adesso andiamo avanti veloci fino alla "rivolta" di Dubya [George Diabolus Bush, n.d.t.]. Negli Stati Uniti ci sono milioni di ingenui che credono ancora a quello che quel cornuto del generale Petraeus raccontò della faccenda. Quando la rivolta iniziò, nella primavera del 2007, io ero là. L'orrenda guerra civile innescata dagli Stati Uniti -si tratta sempre del divide et impera, si ricordi- a quel punto andava avanti da sola, perché gruppi sciiti armati come i Corpi Badr e l'Esercito del Mahdi avevano intrapreso una devastante opera di pulizia etnica a spese dei sunniti in quelli che una volta erano dei quartieri misti. Baghdad, che una volta era una città a lieve predominanza sunnita, era diventata prevalentemente sciita. E in tutto questo Petraeus non c'entrava nulla.
Come nel caso dei Consigli del Risveglio, esistevano gruppi di miliziani essenzialmente composti da sunniti che assommavano a più di ottantamila uomini e che erano organizzati per clan. Le loro file si ingrossarono grzie alle sanguinose tattiche di AlQaeda, sopratutto nello stesso triangolo della morte, a Falluja e a Ramadi. Petraeus li pagò con valigie piene di soldi. Prima che questo succedesse, per esempio quando stavano difendendo Falluja, nel novembre del 2004, gli stessi uomini erano bollati come terroristi. Dopo, furono debitamente promossi a "combattenti per la libertà", nello stile di Ronald Reagan.
Io avevo incontrato alcuni di questi sceicchi, che avevano un astuto piano a lungo termine: invece di combattere gli americani, ci prendiamo i loro soldi, teniamo un profilo basso per un po', ci leviamo di mezzo tutti questi fanatici di AlQaeda e poi attacchiamo il nostro vero nemico, che sono gli sciiti che comandano a Baghdad.
E questo è esattamente quello che successe dopo in Iraq, dove oggi sta montando lentamente un'altra guerra civile. Alcuni di questi ex "terroristi", che hanno una grossa esperienza di guerra, adesso sono comandanti di primaria importanza nel bailamme delle formazioni "ribelli" che combattono il governo di Assad in Siria. E, certo, li chiamano anche adesso "combattenti per la libertà".

Farne dei Balcani oppure mollare
Gli americani ovviamente non ricordano che Joe Biden, quando occupava ancora un posto al senato, intraprese una veemente campagna in favore della balcanizzazione dell'Iraq, che avrebbe dovuto essere diviso in tre zone secondo linee settarie. Se pensiamo che lo stesso Biden adesso è l'uomo di punta dell'amministrazione Obama al secondo mandato per quanto riguarda la questione siriana, è possibile che alla fine riesca nel suo intento, in un modo o nell'altro.
E' vero che l'Iraq è il primo paese arabo guidato da un governo sciita dai tempi in cui il favoloso Saladino cacciò i Fatimidi dall'Egitto nel 1171, ma è anche un paese che è ben avviato sulla strada della totale frammentazione.
La Zona Verde una volta era una città americana; adesso può essere una città sciita. Ma anche il grande ayatollah Sistani, il massimo leader religioso sciita che nel 2004 fracassò la schiena ai neocon e alla CPA a Najaf, assiste con disgusto al casino messo in piedi dal Primo Ministro Nouri al Maliki. Ed anche Tehran ha le mani legate. Al contrario di quello che credono i think thank al servizio del governo (possibile che non ne azzecchino mai una?) l'Iran non manipola la politica irachena. L'Iran teme soprattutto che in Iraq scoppi una guerra civile non troppo diversa da quella oggi in corso in Siria.
La copertura degli eventi iracheni fornita nel corso di questi dieci anni dall'inviato Patrick Cockburn non ha rivali. Ecco qui le sue valutazioni più recenti.
Un dato di fatto importante è che il distributore di corone Muqtada al Sadr -ricordate quando era l'uomo più pericoloso del paese, quello che stava sulle copertine di tutti i rotocalchi americani?- può anche aver espresso qualche critica nei confronti di Maliki a causa della sua propensione all'egemonia sciita, ma non vuole un cambiamento di governo. Sono gli sciiti ad avere i numeri dalla loro parte, dunque in un Iraq unito è comunque verosimile che il governo sia in ogni caso a maggioranza sciita.
Il sud dell'Iraq, a schiacciante maggioranza sciita, è sempre poverissimo. Gli unici impieghi retribuiti disponibili sono quelli governativi. Le infrastrutture, ovunque, sono ancora in macerie: il risultato diretto delle sanzioni dell'ONU e degli Stati Uniti prima, dell'invasione e dell'occupazione poi.
Certo, c'è anche un fiore nel letame: il Kurdistan iracheno, che si sta sviluppando come una specie di distorto Oleodottistan.
La lobby del petrolio non ha mai avuto la possibilità di veder realizzare il suo sogno del 2003, quello di riportare il petrolio a venti dollari al barile, in linea con lo wishful thinking di Rupert Murdoch. In compenso, da quelle parti stanno succedendo un sacco di cose. Greg Muttitt non ha avuto rivali nel seguire momento per momento il boom del petrolio nel nuovo Iraq.
In nessun altro luogo si assiste ad iniziative più intricate che nel contesto del Governo Regionale del Kurdistan (KRG), dove sono in gioco una sessantina di compagnie petrolifere dalla ExxonMobil alla Chevron, dalla Total alla Gazprom.
Il sancta sanctorum è un nuovo oleodotto che collega il Kurdistan alla Turchia: il teorico passepartout kurdo per esportare petrolio girando al largo da Baghdad. Nessuno è in grado di dire se questo sarà davvero il filo di paglia che spezzerà la schiena del cammello iracheno: i curdi si stanno avvicinando sempre di più ad Ankara ed allontanando da Baghdad. Decisamente, la palla si trova nel cortile del Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdogan: per una volta in molte generazioni i curdi hanno l'occasione di giostrarsi tra gli interessi di Ankara, di Baghdad e di Tehran e di riuscire alla fine a ritrovarsi con un Kurdistan indipendente ed autosufficiente dal punto di vista economico.
In definitiva, all'orizzonte si scorgono parecchi segni di balcanizzazione. Ma cosa hanno imparato gli Stati Uniti da una delle peggiori boiate della loro storia in materia di politica estera? Niente, rien. Dovremo aspettare che arrivi, di qui a qualche anno, un altro Nick Turse, con il corrispettivo iracheno del suo libro sul Vietnam Kill Anything That Moves. In misura anche più grande di quanto lo sia stato il Vietnam, il quadro di orrori dell'Iraq è stato il risultato inevitabile della politica ufficialmente seguita non solo dal Pentagono, ma anche dalla Casa Bianca.
Si verrà mai a conoscere in ogni suo aspetto questa spirale sempre più stretta di patimenti? Si potrebbe pur sempre  cominciare da qui, con la causa aperta da un ex coordinatore dei servizi umanitari dell'ONU in Iraq, Hans Sponeck.
Altrimenti si potrebbe vedere la cosa in chiave popolare, e un produttore cinematografico non addentellato con Hollywood e con la Cia potrebbe investire qualcosa in un film girato in Iraq, e distribuito in tutto il mondo, in cui alla fine Dubya, Dick, Rummy, Wolfie e tutto il resto della banda di cialtroni tirati fuori dalla razzumaglia di Douglas Feith si prendono un biglietto di sola andata per una Guantanamo fedelmente ricostruita nel triangolo della morte, intanto che risuonano le note della Masters of War di Bob Dylan. Una bella morte catartica.

 

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