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Gianni Oliva - "Si ammazza troppo poco", i crimini di guerra italiani 1940-1943 PDF Stampa E-mail
Galli, chiarire bene il trattamento dei sospetti, perchè mi pare che su 73 sospetti non trovar modo di dare neppure un esempio è un po' troppo. Cosa dicono le norme della [circolare] 3C e quelle successive? Conclusione: si ammazza troppo poco! Con questa nota nell'agosto del 1942 il generale Mario Robotti commentava i risultati di un rastrellamento compiuto nella neocostituita "provincia di Lubiana" dal IX Corpo d'Armata sotto il suo comando, e "si ammazza troppo poco" è titolo di un volume dal taglio divulgativo ma rigorosamente documentato con cui Gianni Oliva affronta il tema dei crimini di guerra commessi fra il 1940 e il 1943 dalle forze armate dello stato che occupa la penisola italiana, con particolare riferimento ai territori occupati o annessi dopo l'aggressione e lo smembramento del Regno di Jugoslavia. Fin dalle pagine introduttive l'A. avverte che un paragone con le efferatezze tedesche non deve costituire un giustificativo; l'appellativo autoconferito di "brava gente" non trova riscontro in comportamenti in linea con quelli di qualsiasi altra forza armata coinvolta nel secondo conflitto mondiale e le 1857 documentate richieste di estradizione avanzate nel dopoguerra da Beograd e da altri governi nei confronti di soldati, ufficiali e autorità civili sono lì ad attestarlo.
Alle richieste di estradizione lo stato che occupa la penisola italiana non diede alcun seguito, anche per il rapido mutamento del clima politico verificatosi dopo la fine delle ostilità. L'argomento è trattato nel primo capitolo del volume, centrato sulla relazione con cui l'ambasciatore a Mosca Pietro Quaroni ammoniva nel 1946 il governo a non procedere in merito: la giustizia postbellica la fanno i vincitori, le sentenze di Norimberga erano piuttosto prevedibili e consegnare gli imputati significherebbe far loro subire la per nulla invidiabile sorte dei vinti.
Il secondo capitolo è una breve esposizione degli avvenimenti che portarono all'occupazione e alla spartizione dei Balcani. Al momento dell'invasione del 6 aprile 1941 lo stato che occupa la penisola italiana era già nelle condizioni di dover sottoporre a un profondo ripensamento la propria politica imperialista, realisticamente ricondotta alla subalternità nei confronti della potenza egemone. Una subalternità che si tradusse in annessioni e zone di occupazione assegnate dalla Germania secondo criteri tra il discutibile e l'umiliante (la neocostituita "provincia di Lubiana" non comprendeva le centrali elettriche, cosicché la citta doveva procurarsi in Germania il 75% del fabbisogno) in una parodia di risarcimento per la "vittoria mutilata" del 1918.
La politica fascista per un "nuovo ordine" balcanico è esposta nel terzo capitolo. L'A. illustra come il sostanziale e coltivato razzismo nei confronti di sloveni e croati abbia trovato piena e operosa applicazione nei territori annessi e in quelli occupati, da Kotor a l'entroterra dalmata, con l'obliterazione culturale, l'estromissione del personale locale dall'amministrazione, lo sradicamento e la dispersione delle popolazioni locali con le legalissime armi del credito e del fisco secondo progetti già messi in opera in Istra fino al 1939. La politica fascista, stanti anche i pochi anni di piena applicazione, ebbe come più sostanziale effetto quello di alienare completamente ogni fiducia di sloveni e croati nei confronti di quasi tutto ciò che apparisse proveniente dalla penisola italiana. Il tutto, mentre la disgregazione dello stato centrale aveva lasciato il posto prima all'anarchia, poi a un autogoverno locale di popolazioni ostili l'una nei confronti dell'altra in cui il divide et impera degli occupanti ebbe buon gioco in tempi e spazi molto ridotti.
In un simile contesto il sorgere di movimenti combattenti irregolari e l'appoggio più o meno generosamente esplicito loro fornito dalla popolazione portarono a quella che Oliva tratta nel quarto capitolo come guerra contro i civili. Lo spunto per la trattazione è la Santa Messa per i miei fucilati di Pietro Brignoli, cappellano militare al seguito delle truppe occupanti. Quello che il diario di Brignoli rportava in termini di sofferta riflessione su episodi di vita vissuta, nelle fonti croate divenne un capo di accusa complessivo costellato di rappresaglie, villaggi incendiati, e riferimenti precisi alla difficile sopravvivenza nei campi di concentramento istituiti nei territori occupati per confinarvi a decine di migliaia i deportati per rappresaglia. L'A. osserva che se per la maggior parte dei casi citati nelle denunce è possibile parlare di istruttorie embrionali o generiche, gli addebiti sono invece chiari e specifici per i "grandi accusati" militari e civili come il comandante dell Seconda Armata Mario Roatta, l'alto commissario per la "provincia di Lubiana" Mario Grazioli, il governatore militare di Crna Gora Alessandro Pirzio Birioli e quelli della Dalmacija Bastianini e Giunta.
Il quinto capitolo tratta delle dottrine di impiego controguerriglia; come e più dei capitoli che lo precedono è utile per interpretare correttamente la su accennata "circolare 3C" presente in appendice, emessa da Mario Roatta il 1 marzo 1942 e contenente disposizioni draconiane per il mantenimento dell'ordine pubblico in un ambiente in cui le truppe occupanti erano riuscite nel migliore dei casi a farsi mal tollerare. L'A. approfondisce in particolare la contromisura dell'internamento dei civili sospettati di contiguità alla guerriglia, quantificati dagli occupanti in almeno venticinquemila per la sola "provincia di Lubiana" (e in circa centomila per tutti i territori occupati), e alle dure condizioni di detenzione nei campi organizzati sull'isola di Rab, a Gonars, a Renicci e in altre località della penisola italiana.
La diplomazia del rinvio si ricollega al tema accennato nel primo capitolo. L'A. afferma che la consapevolezza dei crimini di guerra e della necessità di processarne i colpevoli era presente nei partiti antifascisti nel 1944, e soprattutto nelle pubblicazioni e nella propaganda delle forze politiche di sinistra; avrebbe tuttavia fatto le spese dello scontro politico tra i fautori di una netta resa dei conti e i sostenitori di una linea indulgente in cui la ragione di stato si accomunava alla sopravvivenza politica e alla presa d'atto dell'esistenza di un contesto internazionale in rapido cambiamento. In altre parole, dare luogo alle richieste di estradizione avrebbe significato riconoscersi in un passato con cui si pretendeva di aver chiuso ogni corresponsabilità nel 1943. Oliva riassume anche la vicenda del generale Nicola Bellomo -secondo le condizioni armistiziali processato e fucilato dai britannici proprio per crimini di guerra commessi nei loro confronti a dispetto del suo successivo e fattivo impegno a favore delle forze alleate- ad esempio della condizione ambivalente in cui si trovavano sia lo stato che occupa la penisola italiana sia gli imputati al centro del dibattito politico. Il fatto che i vincitori "occidentali" non avessero peraltro interesse ad agevolare l'Unione Sovietica e i suoi alleati alleviò le pressioni politiche e aiutò la tattica dilatoria a funzionare, portando all'insabbiamento definitivo di ogni pendenza internazionale di questo genere.
L'ultimo capitolo del libro accenna agli strascichi che il tema dell'occupazione della Grecia e del comportamento degli occupanti continuarono ad avere per molti anni a venire. Nel 1953 per aver soltanto accennato alla sceneggiatura di un film su questo tema (L'armata s'agapò) Renzo Renzi e il caporedattore di "Cinema Nuovo" Guido Aristarco vennero condannati ad alcuni mesi di reclusione per vilipendio delle forze armate. La guerra fredda era iniziata, non era tollerabile che si riaprissero ferite recenti e men che meno che si cercasse di rielaborarne la memoria.


Gianni Oliva - Si ammazza troppo poco. I crimini di guerra italiani 1940-1943. Milano 2005, 230 pp.


 

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