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Barbara Balzerani - Cronaca di un'attesa PDF Stampa E-mail
Con Cronaca di un'attesa Barbara Balzerani affronta nel 2011 la sua quarta prova come autrice. L'attesa è quella della definitiva liberazione per fine pena, giunta dopo venticinque anni di detenzione nelle carceri dello stato che occupa la penisola italiana. La narrazione è suddivisa in una quindicina di capitoli privi di continuità, e presenta apprezzabili differenze rispetto alla precedente produzione dal punto di vista dello stile -con il ricorso a un periodare meno denso- e dal punto di vista dei temi trattati, che pur restando autobiografici non presentano cenni alla decennale esperienza dell'A. come componente di una formazione armata irregolare. Si trova invece un'aneddotica che attinge al periodo dell'infanzia, all'adolescenza, ai decenni della carcerazione e alla storia familiare.
Chi si accinge a chiudere i rapporti con una detenzione tanto lunga è per forza di cose costretto ad aprirne, al contrario, con il mondo rimasto fuori dalle mura e con i cambiamenti intervenuti nel frattempo; rispetto alla produzione precedente, e approfondendo una tendenza già percepibile in Perché io, perché non tu, Cronaca di un'attesa attinge in misura considerevole anche all'attualità e all'agenda mediatica del tempo. Alcuni degli scritti sono lo sviluppo di temi trattati dalla Balzerani per "Gli Altri", all'epoca pubblicazione quotidiana e poi settimanale.
Il libro è dedicato alla città di Matera, "terra madre, cuore scavato di prima memoria sotto un nativo cielo africano". E proprio dal panorama di Matera saranno ispirate le prime pagine di incipit, un vagare immaginifico verso elementi primordiali ed ere antiche.
Nella prefazione Adele Cambria ricorda il primo incontro con l'A. nel carcere di Rebibbia e alcune vicissitudini editoriali in parte già illustrate nelle precedenti pubblicazioni con particolare riferimento alla non-legittimazione letteraria dei combattenti irregolari pretesa da Antonio Tabucchi: una sentenza "corporativa" che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto aggiungersi a quelle giudiziarie.
Nel primo capitolo le riflessioni sull'avvicinarsi del fine pena, che consentirà una libertà di movimento senza dover più "né chiedere né rendere conto", prendono le mosse da uno spettacolo di Pina Bausch e dal suo obbligato abbandono anzitempo. Col secondo invece l'A. espone una serie di riflessioni sulla modernità e sul suo impatto con l'ambiente -temi ricorrenti in tutto il volume- ripercorrendo la storia industriale della natìa cittadina di Colleferro, ingranditasi con fabbriche di munizioni e di esplosivi destinate a lasciare tracce indelebili della propria presenza nel suolo e nell'acqua. La stessa storia industriale che ha ridotto Marghera a "una palude semi-interrata, con le maree impazzite e i pesci venuti su a mercurio e a diossina"; la Marghera di cui era originario un ramo della famiglia dell'A. spinto altrove dalla necessità. E l'A. affronta un lungo e circostanziato inciso per ricordare come ai pescherecci siciliani cui càpita di trovare nelle reti capolavori di arte antica, càpiti dall'inizio del ventunesimo secolo anche di trovarci corpi umani. Proprio di rami della famiglia altrui, spinti altrove dalla necessità.
Il quarto capitolo, un risveglio notturno a primavera nella Roma delle borgate. Nei venticinque anni trascorsi tutto sembra cambiato, "e non in meglio": anomia, individualismo, consumismo e fine di ogni legame di classe di cui l'A. nota il manifestarsi in quanto resta dei comportamenti associati. Nel complesso una situazione che invoglia senz'altro a chiudere la finestra e a cercare di dormire.
La vicenda di Stefano Cucchi, la morte in carcere in Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini, il suicidio annunciato di un'altra combattente irregolare, quello almeno prevedibile -in un "centro di identificazione ed espulsione"- di una condannata alla deportazione dopo vent'anni di permanenza nella penisola italiana. Una rovina che può colpire chiunque con equa indifferenza è al centro delle riflessioni del quinto scritto.
Il sesto capitolo prende le mosse dall'affermarsi della destra nelle elezioni regionali del Lazio, dopo che il presidente della regione era stato costretto alle dimissioni in seguito a uno scandalo. "In via Gradoli sembra non possa succedere nulla di ordinario", è il sarcastico commmento dell'A.: la strada dello scandalo (che pochi anni dopo risulterà per sentenza essere stato montato ad arte dalla gendarmeria) è la stessa della base romana alla cui organizzazione la Balzerani aveva contribuito di persona tanti anni prima. Il contrasto fra l'agenda mediatica grondante roba del genere e il Riff raff di Ken Loach trasmesso dagli stessi canali è motivo di poco amichevoli considerazioni su un "paese festaiolo, insuperabile nel buttare in commedia le tragedie collettive, che nasconde dietro la maschera di un eterno carnevale la faccia cattiva per gli esclusi dal festino".
Il ricordo dell'abitazione di famiglia -sempre in affitto, "piani Fanfani" nonostante- è al centro delle riflessioni del settimo capitolo. Il problema dell'abitazione che si è spostato sugli altri, sui non comunitari privi della melaninodeficienza e soprattutto dei diritti di chi appartiene al primo mondo, braccia a buon mercato e basta sul cui conto serpeggia l'opinione si possa accanirsi in ogni modo. L'assassinio di Jerry Masslo. Non bastando la schiavitù, a Villa Literno vi fu chi pensò bene aggiungervi anche la rapina.
I segni del tempo sulle mani sono nell'ottavo capitolo lo spunto per una serie di riflessioni sulla globalizzazione come azzeramento del costo del lavoro, e sulla figura del padre, convinto dell'inutilità delle rivoluzoni in un "paese di gente da niente" dove l'unica cosa che contava era farsi valere per il lavoro che si aveva per le mani.
La repressione e la marginalizzazione di qualsiasi difformità rispetto alla sempre più ristretta gamma dei comportamenti tollerati è argomento dello scritto seguente, sullo spunto della efficienza con cui l'amministrazione milanese si liberò degli indesiderabili colpevoli di frapporsi alle magnifiche sorti e progressive dell'esposizione del 2015.
Il decimo capitolo tratta delle similitudini fra l'arrivo dell'estate in borgata e in carcere, due ambienti dove nei mesi caldi "tutto si fa vedere, tutto è più esibito"; e in carcere le condizioni di vita sono peggiorate dal sovraffollamento di cui l'A. fa molto fondatamente una colpa al fatto che il tornaconto elettorale si basa anche sull'assecondare in tutto un giustizialismo d'accatto che mostra ogni comprensione verso i signori Parmalat [il riferimento è a Calisto Tanzi, condannato comunque per aggiotaggio e bancarotta fraudolenta a quasi diciotto anni, n.d.r.] e propende ad accanirsi contro scippatori e ladri di biscotti. La riflessione continua nello scritto seguente col ricordo dell'arresto, del rumore perentorio con cui si chiude il blindato di una cella, dei processi, della sopravvivenza quotidiana alla lunghissima detenzione.
Nel dodicesimo testo si trova invece una riflessione sul rapporto con la morte e sull'influsso che la modernità ha avuto in questo campo. Qualche decennio è bastato perché l'ordinaria amministrazione si spostasse dall'ammettere il ricorso a sfuggenti donne in grado di abbreviare le sofferenze dei moribondi a considerare ammissibile, e in misura ben maggiore, l'eventualità di una giovinezza che si protrae indefinitamente con i prodigi delle cure estetiche.
Come d'uso negli scritti della Balzerani fin qui presi in considerazione, un episodio all'apparenza usuale della vita di tutti i giorni innesca riflessioni di portata molto più ampia. Nel tredicesimo capitolo l'episodio di spunto è la richiesta di "una firma contro gli OGM" (con la risentita esposizione della coping strategy poco amichevole con cui l'A. è solita affrontare richieste del genere... specie di prima mattina) per arrivare ad alcune riflessoni sull'assenza di soluzioni semplici ad un assetto sociale secondo ogni evidenza dominato da una coazione a ripetere che esclude ogni possibile ripensamento costruttivo.
Il penultimo capitolo torna alla storia familiare e all'emigrazione. I luoghi di origine e il senso di non appartenenza che possono ispirare.
L'ultimo capitolo presenta le ultime ore prima del fine pena definitivo. La prospettiva di un "tempo della lumaca", una "bava vischiosa di un presente di acquiescenza e di abitudine all'indistinto [...] di un disarmo senza passioni, senza sorrisi veri e vere ostilità".


Barbara Balzerani - Cronaca di un'attesa. DeriveApprodi, Roma 2011. 126 pp.


 

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