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2010: La Rizzoli ripubblica, Giovanni Sartori riscribacchia PDF Stampa E-mail
Martedì 31 Agosto 2010 06:40
Dalla per nulla lacrimata scomparsa della sedicente "più grande giornalista" che la penisola italiana abbia mai avuto il dubbissimo onore di produrre, il gruppo editoriale RCS ha periodicamente tentato di sfruttare fino all'ultimo centesimo la "produzione letteraria" di Oriana Fallaci e il suo ripresentarsi sul palco oscenico dell'opinionismo "occidentalista" preparato con cura da Ferruccio de Bortoli. I tentativi in questo senso sono stati abituali e in fin dei conti troppi perché se ne desse ogni volta conto; nel 2010, in occasione del quarto anniversario da una dipartita ampiamente annunciata ed accolta con assoluta e meritata indifferenza dalla città di Firenze, preparare il terreno all'ennesima riedizione è toccato a Giovanni Sartori

Quelli della Rizzoli non mollano. L'operazione di Ferruccio de Bortoli che portò i "libri" di Oriana Fallaci negli uffici postali e negli autogrill a insegnare a tutti come la si doveva pensare,se non si voleva che qualche obeso con la cravatta ti tacciasse di terrorista a reti unificate, va sfruttata oltre ogni decente limite.
Il quindici settembre è l'anniversario della morte di quella "scrittrice"; una morte a suo tempo accolta dall'assoluta indifferenza di quegli ex concittadini sui quali aveva sputato finché le era bastato il fiato, e dall'aperta e rumorosa letizia di quanti, invece, si erano trovati come stranieri in patria, meritevoli di linciaggi di ogni tipo, per aver trattato i suoi assunti per gli sprechi di cellulosa che erano.
Il tempo è passato e perfino le amministrazioni comunali più servili hanno messo sotto cenere i progetti toponomastici su quella donna. Un minimo di decenza, contrariamente a quanto ci si attenderebbe, sopravvive anche in una piccola parte della classe politica.
Il quindici settembre la Rizzoli ha messo in cantiere la riedizione di uno dei "libri" di Oriana Fallaci, primo di una serie di reprint destinata a sporcare il mainstream fino a gennaio prossimo.
Il 25 agosto, tanto per scaldare un po' i motori, ha dato una botterella al battage facendo sprecare a Giovanni Sartori una mezza paginata di Corriere della Sera.
Per chi non lo ricordasse, Sartori ha avuto in merito alla vulgata islamofoba diffusa a piene mani ad uso dei sudditi un atteggiamento abbastanza ondivago, alternando buone produzioni a roba compresa tra il ridicolo e il cialtrone. In una di queste ultime occasioni coniò il vocabolo "pensabenisti", sotto la cui definizione tentò di intruppare tutti quelli che non hanno mai voluto saperne della propaganda della Rizzoli e delle sue sanguinose sconcezze così come anni prima altri tentarono di comprendere sotto la definizione di "pacifinti" tutti coloro che osavano dissentire dall'aggressione all'Iraq perpetrata dall'ubriacone Bush e dalle sue lobbies di assassini benvestiti. Ci facemmo un piacere di demolire l'articolo di Sartori, una dozzina di righe in cui il pensabenismo nacque e crepò nell'indifferenza che meritava.
Il 25 agosto 2010 Sartori fa qualcosa di addirittura più irrilevante -e sì che ci voleva impegno- producendo un amarcord irritante e piagnucoloso, che andiamo a demolire riga per riga.

IL BIGLIETTO SULLA PORTA DI ORIANA « VATTENE » Aveva appeso un cartello davanti al suo ufficio di New York. Non voleva scocciatori.
Ci siamo conosciuti a Firenze poco dopo la guerra. Oriana era minuta, bellina, vitale. Ci ritrovammo a New York, quando lei aveva fatto tutte le guerre come inviato. Il suo caratterino era diventato un cattivo carattere. Durante la malattia, la convinsi a farsi visitare da un luminare, ma non volle compilare il questionario clinico e tornò a casa. Negli ultimi anni è stata una donna sola e infelice. Sulla porta del suo ufficio c’era un cartello che diceva: «Vattene». Ci siamo conosciuti, Oriana e io, poco dopo la fine della guerra. A Firenze, visto che eravamo entrambi fiorentini. Oriana era minuta, bellina, e molto attraente. Colpiva subito per la straordinaria vitalità, per l’energia, per la risolutezza.

Non voleva scocciatori ma in compenso ha scocciato lei le corti di mezza penisola allagandole di querele e, come riferisce Massimo Fini, neppure degnandosi di presentarsi a processi in cui figurava come parte civile. Un comportamento coerentemente "occidentalista": querele (od offese) al posto di argomentazioni, e persone competenti trattate come nemmeno gli uscieri. Conosciamo sciampiste di Busto Arsizio dotate di un senso civico e di un'educazione incommensurabilmente maggiori, per non parlare dei giocatori di domino coi quali abbiamo conversato nelle chaykhuné di Esfahan e che i lettori -e soprattutto le lettrici- dei libercoli della Rizzoli vedrebbero volentieri "democratizzati" a mezzo di missili sionisti.
"Aveva fatto tutte le guerre come inviato"? E pensare che ce chi se le è fatte come coscritto, e dalla Rizzoli non ha preso una lira; il mondo è proprio pieno di idioti. Le prime righe dell'articolo servono a descrivere ecoicamente lo stile relazionale di un individuo che in una realtà quotidiana più normale, quindi non in quella autoreferenziale dei gazzettieri e delle gazzette, verrebbe astiosamente marginalizzato da qualunque gruppo di lavoro, addetto a qualunque lavorazione immaginabile, e prevedibilmente abbandonato al suo destino alla prima occasione possibile.

Spiccò il volo da Firenze molto presto, molto prima di me. Per parecchio tempo ci siamo persi di vista. Poi ci siamo ritrovati a New York, dove io ero alla Columbia University e Oriana aveva preso casa (per pura combinazione a trenta metri da quella di Ugo Stille), e si era finalmente accasata; ci stava davvero.

E chi se ne frega, verrebbe da rispondere. Sullo "spiccare il volo da Firenze" e sulla quotidianità in cui questo avvenne spese ben più di due parole Camilla Cederna, attorno al 1990, facendo di una Oriana Fallaci ai tempi ben viva un ritratto per nulla agiografico.

Si era fatta, come inviato speciale, tutte le guerre del dopoguerra. Tra queste anche la prima guerra del Golfo, la guerra di George Bush padre. Saddam Hussein incendiò allora, mentre le sue truppe fuggivano in ritirata, i pozzi petroliferi dei quali si era impadronito. I fumi di quegli incendi erano oleosi, densissimi, e Oriana, che era lì come sempre in prima linea, se li inghiotti tutti.

Proprio tutti? Abbiamo ragione di dubitarne. E il pensiero non può non andare a chi, quella guerra, invece che da inviato speciale se la fece da richiamato, in quelle gallerie che i tank amriki facevano crollare semplicemente passandovi sopra e sepellendo vivi tutti gli occupanti.

Dopo, maledicendoli, diceva che la sua malattia ai polmoni l’aveva respirata lì. Ma l’aveva respirata anche fumando, sempre e fino all’ultimo, sigarette a catena.

Cosa statisticamente assai più probabile. Sarebbe interessante -e la Rizzoli potrebbe pubblicarlo, sprecando un altro po' di cellulosa che avrebbe fatto miglior fine a concludere la propria esistenza come costitutivo di un assorbente igienico- un pamphlet che raccogliesse le risposte elargite da questa donna a chi le raccomandava di smetterla di rovinarsi in quel modo.

A New York ci ritrovammo come vecchi amici di sempre. Il «caratterino» innato di Oriana era allora diventato un cattivo carattere da primato.

Un ottimo motivo per chiudere con certa gente ed elevare il livello delle proprie compagnie, andandole a scegliere, magari, tra gli operai della metropolitana. Non occorre fare i sociologi o gli elzeviristi alla Rizzoli per rendersene conto.

Litigava con tutti, insolentiva tutti, querelava tutti. Qualche scatto lo ebbe anche con me; ma io me li prendevo tranquillamente, e lei il giorno dopo mi invitava, facendo finta di niente, a cena a casa sua. Oriana era una cuoca bravissima, e quando era tranquilla tra le mura di casa la sua conversazione era straordinaria, di eventi ne aveva vissuti tanti. Era riuscita a intervistare quasi tutti i «grandi» (ivi inclusi i grandi in cattiveria) dell’epoca.

Ognuno utilizza il proprio tempo nel modo che gli pare migliore; personalmente preferiamo la lettura di un libro, una passeggiata in un centro storico o la compagnia di individui dallo stile relazionale meno imprevedibile alla compagnia e alla cucina di certe donne.

Un giorno chiese i miei buoni uffici per farci ricevere da Zbigniew Brzezinski, chiamato Zbig per semplificare, che era stato l’ispiratore dell’elezione a presidente di Carter, nel quale divenne National Security Advisor e anche Segretario di Stato.
Zbig era mio collega alla Columbia, ed eravamo in ottimi rapporti. Lo cercai di persona, ma lui mi bloccò subito: «Dopo aver letto l’intervista con Henry (Kissinger), io a quella signora non dirò mai nulla»: finì così. Ma quella fu una delle poche «interviste ritratto» mandate da Oriana.

Il che significa che Zbigniew Brzezinski aveva capito benissimo con chi aveva a che fare.

Dicevo che Oriana litigava con tutti. Un giorno mi telefonò, furiosa, perché avevo invitato alla casa italiana della Columbia, della quale ero direttore, Umberto Eco, a parlare dello strepitoso successo del libro Il nome della rosa. Oriana mi disse: «Ma come, inviti Eco (ometto gli epiteti di contorno) e non inviti me?». Risposi: «Certo, ti invito volentieri, perché tu parli di te stessa, delle tue esperienze, dei tuoi libri, ma non di politica. Perché (aggiunsi secco) di politica non capisci nulla».

Bravo Sartori. Omette "gli epiteti di contorno" che erano con ogni probabilità la parte più carnosa di tutta la conversazione. Da parte nostra avanziamo esplicitamente il dubbio che la competenza di Oriana Fallaci comprendesse, ben condita di facondia, i tre argomenti elencati e sostanzialmente riducibili al primo, ossia lei stessa, con l'assoluta esclusione non soltanto della politica, ma di qualunque altro campo dello scibile. Un modello che ha trovato fin troppe ed ancora più irritanti imitatrici.

Lei, con mia sorpresa, incassò senza vituperi. Non venne mai alla Columbia, né torno mai sull’argomento. Un anno o due dopo fu lei a farmi uno scherzo da prete. Oriana stava ormai male, tossiva continuamente. La convinsi a farsi visitare allo «Sloan Kettering», il maggiore istituto per la cura dei tumori del mondo.
Non fu facile ottenere l’appuntamento; ma una bella mattina di una bellissima giornata andai a prenderla a casa e andammo a piedi allo «Sloan Kettering». Lì, come per tutti, un segretario le presentò un lungo questionario da compilare. Oriana si infuriò ( «io sono Oriana Fallaci, non un paziente qualsiasi») e si presentò al luminare con il questionario in bianco; e lui, tempo un minuto, la rimandò a casa.

Abbiamo motivo di credere che le neoplasie polmonari non scelgano le proprie vittime utilizzando criteri anagrafici o nominali. I capricci assertivi, specialmente quelli delle donne, si scontrano invariabilmente contro quei limiti ferrei, dolorosi e inamovibili di cui è generoso il principio di realtà, con buona pace dei berci e delle cause civili: incredibile che adulti vissuti nella sedicente élite culturale del XX secolo in mezzo ad agi inimmaginabili per vastissimi strati della popolazione mondiale non siano riusciti neppure ad interiorizzare un concetto tanto semplice.
Sartori poteva lasciar perdere questo particolare aneddotico perché non aggiunge niente alla nostra convinzione che un elemento come questa "scrittrice", che per una breve stagione ebbe anni fa nella penisola italiana uno stuolo di imitatrici relativamente fitto, capace di ostentare in pubblico le stesse movenze e le stesse risibili asserzioni, dovesse essere accolto da chiunque ed in ogni circostanza della vita sociale adottando un contegno improntato alla sufficienza e alla scostanza più esplicite.

Oriana tornò allo «Sloan» circa un anno dopo; ma era troppo tardi, e forse lo era già la prima volta.

Le lezioni di modestia sono spesso salutari, ma altrettanto spesso si pagano salate. Un concetto che qualunque trentenne medio ha avuto modo di far proprio innumerevoli volte nel corso della vita, ma dal quale secondo ogni evidenza certe "scrittrici" sono esentate d'ufficio.

Negli ultimi anni credo che Oriana abbia conversato en amitié, in amicizia, solo con me o comunque con pochissime persone. Con gli altri, gli avvocati, i suoi editori, le sue numerose segretarie (furono in pochi a reggere) parlava strillando e per strillare contro qualcuno.
Nel suo ufficio alla Rizzoli di New York sulla 57ma strada andava di rado; e chi la cercava lì trovava sulla sua porta un cartello che diceva go away, vattene.
Oriana è stata, negli ultimi anni, una donna molto sola e molto infelice. Anche per questo le volevo molto bene.

Mal voluto non è mai troppo.
Negli ultimi dieci anni certe "esportazioni di democrazia" hanno causato e continuano a causare centinaia e centinaia di vittime.
E tutte sono state appoggiate da un battage propagandistico cui questa donna ha prestato, sicuramente non gratis, la propria penna. Alluvioni di propaganda realizzati in concreto da individui che davanti alle distruzioni causate e al sostanziale spettacoloso fallimento delle cause cui avevano fabbricato l'unica chiave interpretativa possibile -tutti quanti, al minimo distinguo o alla minima obiezione, sono stati classificati come terroristi da schedare, perquisire e incarcerare, tutta gente cui tappare la bocca con ogni sistema lecito o illecito che fosse- non solo non hanno pensato ad attaccarsi ad una trave, ma neppure, più semplicemente, a chiedere scusa.
Non ci si meraviglierà del fatto che certo memorialismo piagnucoloso vada ritenuto ancora più insultante, ancora più irritante e ancora più spregevole.

Per finire di riempire la pagina, il Corriere della Sera dà spazio a un certo Dario Fertilio.
Dario Fertilio è andato a ripescare l'intervista di Oriana Fallaci con Ruhullah Musavi Khomeini, facendo rammentare a Furio Colombo che

"Con lei non potevi scampare una domanda o evitare una risposta, chiunque tu fossi. Come ha dovuto imparare Khomeini, di fronte a tutta la sua corte di ayatollah".

Verissimo. Che Oriana abbia tolto il foulard in presenza del fondatore della Repubblica Islamica dell'Iran è uno di quegli episodi che il dominante femminismo da rotocalco, quello che considera sinonimi la libertà e lo smalto sulle unghie, interpreta come una vittoria epocale. Uomo di spirito assai più di quanto comunemente si creda, Khomeini lasciò fare, come lasciano fare i contadini degli Haraz quando arrivano a fare trekking le donne "occidentali" in shorts e maglietta; poi continuò tranquillamente a trattarla in modo assai più benevolo di quanto non avrebbe meritato, specialmente alla luce delle sue ultime produzioni.
Dopo aver imparato, Khomeini ritornò a guidare la Repubblica Islamica dell'Iran.
Oriana Fallaci ritornò ai suoi vestiti e ai suoi berci.
A ciascuno il suo.


 

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