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2005: Massimo Fini sulla denuncia di Adel Smith PDF Stampa E-mail
Mercoledì 01 Agosto 2007 11:42
Il 30 maggio 2005 occupa le prime pagine dei giornali uno di quegli scambi di legnate giudiziarie che riescono ad essere addirittura meno dignitosi degli scambi di legnate propriamente dette. Massimo Fini dedicò alla questione l'articolo che segue, e che getta come spesso accade una luce interessante sulla condotta ormai corrente dell'eroina di tanti "occidentalisti".
Adel Smith, fondatore di una "Unione dei Musulmani d'Italia" che riunisce praticamente solo lui stesso, non avrebbe avuto grosse occasioni di conoscere le luci del palco oscenico dei media se in alte sfere non fosse stato deciso di cogliere l'occasione, e di presentarlo come la figura archetipica dell'"islamico" a beneficio dei talk show.



La Fallaci e l'accusa anti-islam
di Massimo Fini

Oriana Fallaci, su denuncia di Adel Smith, è stata rinviata a giudizio per "vilipendio della religione islamica" in relazione a quanto da lei scritto ne "La Rabbia e l'Orgoglio" e nei suoi ultimi scritti. Ma New York, dove ora vive in "esilio volontario" come le piace dire, la Fallaci ha dichiarato: "Storpiare il pensiero di una persona, piluccare una parola qui e una là, cucire il tutto con puntolini, è illegittimo. Illecito. Illegale. Criminoso. Contrario a ogni decenza morale e intellettuale. Vergogna!". In difesa della Fallaci sono scesi in campo vari organi di informazione, e, da Libero al Corriere della Sera, da Vittorio Feltri a Pierluigi Battista il quale ha scritto che "i principi valgono anche per chi la pensa diversamente" e che i reati di opinione non dovrebbero esistere in una democrazia. Giustissimo. Peccato che la Fallaci sia l'ultima a doversene e potersene lamentare visto che ha alluvionato i Tribunali italiani di querele e di azioni civili di danno contro chiunque abbia espresso sui suoi scritti e sulla sua persona opinioni che non corrispondono all'ipertrofica immagine che la signorina si è fatta su se stessa. Secondo la Fallaci e i suoi sostenitori lei può dire ciò che vuole, gli altri no, il che non mi sembra corrispondere a quell'affermazione di Pierluigi Battista secondo la quale i principi sono tali se valgono per tutti.
La Fallaci sembra correre su un binario schizofrenico. Si rifiuta sdegnosamente di accordare la sua preziosa presenza in un processo in cui è imputata. Già questo negli Stati Uniti in cui si è "esiliata" costituirebbe il reato di "vilipendio della Corte", ma si nega ai Tribunali anche quando è lei la querelante e la denunciante, com'è successo nell'azione civile di danno che ha intentato contro di me per un ritratto, "Cara, prepotente Oriana, così non ti riconosco più" (Quotidiano Nazionale, 15/4/2002) che le avevo dedicato all'indomani dell'uscita de "La Rabbia e l'Orgoglio", un ritratto nient'affatto negativo, soprattutto per quello che riguarda il passato di questa grande giornalista, ma in cui, se non volevo fare della semplice agiografia, non potevo certo nascondere - io che l'ho conosciuta da vicino negli anni in cui lavoravamo insieme all'Europeo - i lati negativi del suo carattere, l'egocentrismo e la prepotenza spinta di là di ogni limite, soprattutto nei confronti dei subordinati e dei più deboli.
Quando il giudice di Bologna, anzi la giudice, una bella signora bionda, ha chiesto agli avvocati della Fallaci se la signora sarebbe venuta al processo da lei stessa innescato, costoro hanno risposto, quasi con scherzo: "Ma si figuri se la signora Fallaci ha tempo da perdere per venire qui, in Tribunale", al che la giudice ha fatto una strana faccia in cui si leggeva questo pensiero: "Ma come, tu fai causa, impegni Tribunali, giudici, tempo, energie, soldi (che sono poi, come sempre, i soldi del contribuente, ndr), testimoni della difesa ormai più che ottantenni costretti a venire, per dovere di verità, da lontano, e poi non ti degni nemmeno di essere presente?".
I reati di opinione non dovrebbero avere diritto di cittadinanza in una democrazia. Però è anche l'ora di smetterla di fingere che siano un esclusivo retaggio del Codice fascista di Alfredo Rocco. Pochi anni fa è stata emanata la cosiddetta "legge Mancino" che punisce "qualsiasi forma di xenofobia, di antisemitismo, di incitamento all'odio razziale" e anche chi osi fare del revisionismo storico sull'Olocausto. Sulla base di questa legge molti esponenti di forze dell'estrema destra sono stati inquisiti e condannati. Sono fattispecie liberticide, ma finché esistono non si vede perché mai solo la signora Fallaci dovrebbe usufruire di uno speciale salvacondotto. Per riprendere Battista: o valgono per tutti o non valgono per nessuno. Perché non c'è dubbio che gli ultimi scritti di Oriana Fallaci siano xenofobi, razzisti e incitino all'odio contro i musulmani. Fin qui il discorso sul piano giuridico dove, come ho detto, i reati di opinione dovrebbero essere aboliti per tutti e non solo per Oriana Fallaci. Su quello politico noto però che fra i più strenui difensori della scrittrice de "La Rabbia e l'Orgoglio" c'è Giuliano Ferrara. Il direttore de "Il Foglio" è talmente obnubilato dal suo neoconservatorismo neocon da non rendersi conto che sponsorizzando il becero razzismo antislamico di Oriana Fallaci si apre la strada anche ad ogni altra forma di razzismo e quindi, prima o poi, anche a un rigurgito antisemita contro il quale si avranno ben pochi argomenti per contrastarlo se si è prima avallato il razzismo antislamico.
 

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