Mario Moncada di Monforte - Israele, uno Stato razzista
La prefazione di Paolo Barnard, generosissima di considerazioni estremamente severe nei confronti del sionismo e dei suoi esiti, considera il lavoro di Moncada di Monforte importante per il suo contrastare l'inviolabilità del mito dello stato sionista come Stato giusto, democratico e morale. Il cuore della questione sarebbe rappresentato dall'"immane torto storico" dello stato sionista, che dovrebbe essere aiutato e al tempo stesso costretto dalla comunità internazionale a prenderne coscienza e a porvi rimedio. Barnard considera l'immaginario sionista animato dalla convinzione che esista un diritto di conquista superiore e inviolabile -da tradurre operativamente in un conflitto ininterrotto- e che i vertici dello stato sionista abbiano deliberatamente mantenuto la cittadinanza in uno stato di psicosi permanente grazie al ricorrente ricorso allo spauracchio dell'annientamento. La popolazione dello stato sionista sarebbe caratterizzata da vittimismo, mentalità da assedio, patriottismo cieco, aggressività autoreferenziale e totale disumanizzazione dei palestinesi, con conseguente insensibilità nei loro confronti.
L'A. sottolinea nell'introduzione il carattere del saggio, concepito come uno "studio attento della storia degli ultimi centocinquanta anni del movimento ebraico" redatto con sole fonti ebraiche fattuali di provata fondatezza. Moncada di Monforte intende mettere al centro della trattazione il contrasto tra i valori dell'ebraismo e il razzismo dello stato sionista, e contrastare il "malcostume informativo e il perbenismo ipocrita" che a suo dire dominerebbero i mass media.
Nel primo capitolo ebraismo e sionismo vengono presentati innanzitutto come realtà non coincidenti e in fin dei conti come realtà non conciliabili. Ideologia politica, il sionismo avrebbe postulato l'esistenza di una "nazione ebraica" -inesistente, dal momento che gli stessi ebrei al di là dell'appartenenza matrilineare si considererebbero non una etnia ma un popolo unito da una cultura specifica- e punterebbe alla costruzione di una comunità escludente su un territorio conquistato a qualsiasi prezzo. M.d.M. ricorda le diverse provenienze, le diverse origini e le diverse lingue di ashkenaziti, sefarditi, mizrahi e falasha, in cui anche la genetica avrebbe dimostrato l'inesistenza di qualsiasi radice semitica comune. Storiografi come Schlomo Sand avrebbero anche confutato senza fatica l'idea di nazione ebraica diffusa nel XIX secolo per sostenere le aspettative del sionismo, sottolineando inoltre l'importanza e la rilevanza storica del proselitismo e delle conversioni. L'A. sottolinea come la comunità più numerosa nello stato sionista all'inizio del ventunesimo secolo fosse quella russa, i cui appartenenti avrebbero costituito una sacca socioculturale tecnologicamente avanzata in grado di occupare molte posizioni di potere a scapito delle comunità sefardite e orientali. In generale e con le dovute eccezioni le aliot avrebbero portato nello stato sionista solo gli ebrei di condizione economica più modesta o con problemi politici e sociali nei paesi di origine; la maggior parte delle comunità integrate avrebbe lasciato il ritorno alla "terra promessa" alle fantasie degli idealisti e degli esaltati. 28 Moncada presenta uno excursus sulle caratteristiche innovative della religione ebraica e sui suoi (per lo più pessimi) rapporti con le istituzioni cristiane e cattoliche in particolare, intesi come motivo principale dell'arroccamento delle comunità ebraiche su una specificità culturale e religiosa tendente a sclerotizzarsi. L'ostilità verso gli ebrei sarebbe stata fino alla metà del XIX secolo religiosa, culturale, politica ed economica, ma non meramente razziale. L'A. identifica la causa principale del razzismo antiebraico nel clima culturale del pangermanismo; da Lutero a Nietzsche l'autocelebrazione del genio tedesco sarebbe proceduta di pari passo con un antiebraismo destinato a raggiungere tutti i livelli sociali. Al nazionalsocialismo non sarebbe rimasto altro da fare che "mettere in pratica, con implacabile coerenza, teorie già elaborate" procedendo alla costruzione culturale e giuridica di una "razza" ebraica da perseguitare con metodo e con razionale spietatezza. L'A. ricorda quindi le origini del sionismo nel clima culturale europeo del XIX secolo, dominato dal socialismo e dai nazionalismi, sottolineando come i suoi sostenitori ne abbiano esaltato la storia puntando sullo spirito degli immigrati e sull'epopea dei coloni, e come i suoi detrattori ne abbiano invece evidenziato l'ideologia estranea ai valori ebraici e la cecità nei rapporti con i palestinesi. Moncada di Monforte ricorda l'origine recente dello spirito nazionale ebraico, e il contrasto con l'universalità umana che costituirebbe "il valore primo della religione ebraica". Il nazionalismo ebraico apparirebbe ancor più improbabile in considerazione del fatto che dovrebbe essere sostenuto da una moltitudine di gruppi umani anche incompatibili tra loro. Il sionismo politico di cui l'A. riassume la storia e gli sviluppi sarebbe nato a immagine e somiglianza degli altri nazionalismi ma senza poter contare su alcuna unità etnica, linguistica, politica o di costumi; avrebbe quindi trovato un proprio centro nell'idea del ritorno a Eretz Israel e avrebbe postulato come miserabile la vita nel galut, l'angustia della diaspora. M.d.M. sottolinea come una prima esortazione a sterminare gli arabi si trovi già in uno scritto di Zvi Hirsch Kalischer del 1862, e come i fondatori del sionismo da Pinsker a Herzl siano accomunati dalla sottovalutazione demografica dei palestinesi. Secondo l'A. i sionisti politici avrebbero profuso con successo il proprio impegno, ottenendo dopo il primo congresso sionista del 1897 consistenti riconoscimenti pubblici e risultati diplomatici; le masse ebraiche -nonostante la sintesi del "sionismo socialista"- sarebbero tuttavia rimaste estranee al movimento e specialmente al sionismo più aggressivo in materia di "nazione ebraica", riconoscendosi invece soprattutto nei movimenti socialisti. L'A. considera la sintesi tra sionismo politico e sionismo pratico operata da Chaim Weizmann -che avrebbe posto le premesse per la dichiarazione Balfour del 1917- e il ruolo del sionismo revisionista di Zeev Jabotinsky, attivamente propenso al ricorso alla forza armata per la conquista della Palestina. L'A. nota come dagli anni Trenta in avanti le emanazioni della Nuova Organizzazione Sionista di Jabotinsky Irgun e Lehi (la "banda Stern") sarebbero state le principali protagoniste della cacciata dei palestinesi dalle loro terre. Secondo M.d.M. i gruppi armati del sionismo revisionista avrebbero avuto come obiettivi "la cessazione del Mandato britannico sulla Palestina, la creazione di uno Stato ebraico sulle due rive del Giordano (compresa la Transgiordania), un’educazione militarista della gioventù, l’antimarxismo, il conservatorismo economico, la mistica dello Stato e la creazione di uno Stato autoritario e corporativo con l’arbitrato statale obbligatorio per tutte le controversie sociali ed esplicita esclusione di ogni idea di sciopero e serrata", rappresentando in pratica una "variante ebraica del fascismo". I rapporti con i regimi autoritari in Europa si sarebbero deteriorati solo per la persecuzione antiebraica in Germania. L'influenza revisionista avrebbe determinato l'atteggiamento del sionismo politico che nel 1947, per ammissione dello stesso Ben Gurion, avrebbe considerato la spartizione progettata dall'ONU come un compromesso provvisorio in vista della piena occupazione della Palestina, che sarebbe dovuta avvenire "con accordo e mutua comprensione con i vicini arabi o altrimenti". Secondo Moncada di Monforte la maggior parte della storiografia e della sociologia ebraiche -anche prima del 1948 e almeno fino alla contestazione della fine degli anni Sessanta- si sarebbero messe a servizio del sionismo per costruirne e sostenerne i miti, a cominciare da quello del colono che fa fiorire il deserto, riscatta l'onore ebraico dal galut e combatte solo per difendersi (sempre con successo) da nemici soverchianti e metafisicamente malvagi. Questa epopea mitica sarebbe anche alla base del prestigio degli ashkenaziti a scapito delle altre componenti della popolazione, immgrate sucessivamente senza portare contributi alla costruzione della "nazione". Mentre negli ultimi anni sarebbe andato affermandosi un neosionismo sostenuto dai religiosi nazionalisti e dai coloni nei Territori occupati, che pretende l'allargamento dei confini dello stato sionismo fino ai limiti biblici, a livello accademico sarebbe invece continuata la demolizione dei miti del sionismo eroico. I "nuovi storici" come Benny Morris avrebbero messo in evidenza i contributi dell'immigrazione non ashkenazita, avrebbero contrastato la concezione di uno stato sionista tollerante e propenso ai compromessi, e avrebbero invece notato la sua tendenza a rifiutare ogni accordo che portasse alla prospettiva di uno stato palestinese. La propaganda sionista avrebbe invece dipinto le prime reazioni violente dei palestinesi a fronte della colonizzazione serpeggiante come manifestazioni antisemite analoghe ai pogrom, e la rivolta del 1936 come un nazionalsocialismo mediorientale. Moncada di Monforte sottolinea che nella seconda metà degli anni Trenta sarebbero stati lo Irgun e il Lehi i primi a ricorrere alle bombe nei mercati e ai massacri indiscriminati; una prassi che i palestinesi avrebbero fatta propria molto rapidamente, aggiungendovi la variante dell'attentatore suicida. La vittoria del 1967 avrebbe alimentato "lo spirito espansionista e l'avidità territoriale" dello stato sionista, destinati a tradursi nella proliferazione nei Territori occupati di insediamenti per lo più abitati da una destra nazionalreligiosa forsennatamente avversa a qualsiasi trattativa. Per avere la pace, scrive l'A. prima di approfondire ulteriormente i temi toccati nella lunga dissertazione, lo stato sionista avrebbe fatto "molto poco e molto tardi". Lo stato sionista terrebbe molto a definirsi "unico Stato democratico del Medio Oriente"; una democrazia in cui, con indubbia coerenza, nulla ha impedito al capo dello Irgun Menachem Begin prima e al capo del Lehi Yitzhak Shamir di rivestire la carica di Primo Ministro. La prassi di ricorrere a incidenti e casus belli sapientemente orchestrati in modo da scatenare la repressione sarebbe stata denunciata peraltro già negli anni Cinquanta, dall'allora Primo Ministro Moshe Sharett. Una testimonianza che l'A. riporta insieme a quelle di Akiva Orr e Meron Benvenisti. Moncada di Monforte è convinto che la violenza criminale dello stato sionista sia stata e sia a tutt'oggi il corollario di un disegno storico deliberato, verso una progressiva annessione dell'intera Palestina. Il libro presenta anche una rassegna di voci critiche verso il progetto sionista a cominciare da quella di Asher Hirsch Ginzberg (Ahad Ha'am), fautore di un "sionismo spirituale" centrato sulla conservazione dell'etica, della religione e della cultura ebraiche che già nel 1893 avrebbe confutato la convinzione che la Palestina fosse una terra senza popolo, e avrebbe sempre espresso il timore che dal sionismo sarebbero venuti gravissimi danni per i principi morali dell'ebraismo. L'idea di uno Stato binazionale sarebbe stata vista con favore da Martin Buber, da Albert Einstein, da Erich Fromm; tutti apertamente contrari al sionismo revisionista. Il libro riporta anche le posizioni dei Neturei Karta, organizzazione ebraica apertamente contraria all'esistenza stessa dello stato sionista.
Il secondo capitolo del saggio affronta nello specifico la questione del razzismo all'interno dello stato sionista, cercando di rintracciarne le ragioni storiche, religiose, etniche e politiche. Moncada di Monforte indica tra queste la costante presenza dei partiti religiosi, contrari alla redazione di una Costituzione vera e propria che non si identificasse totalmente con la Torah. I dirigenti del paese avrebbero sempre rifiutato di arrivare allo scontro con queste formazioni politiche, in un contesto in cui una parte importante dell'attività statale sarebbe da sempre poco compatibile con i concetti "occidentali" della democrazia e del liberalismo. La mancanza di una Costituzione renderebbe non sanzionabili molte condotte apertamente discriminatorie, a cominciare dalla concezione dello stato sionista come "stato ebraico" che all'atto pratico si tradurrebbe, secondo la assai diplomatica definizione di Eric Hobsbawm, in una "separata comunità-stato etnico-genetica" la cui esistenza avrebbe al prezzo di pessimi effetti sulle competenze e sulla produzione culturale della sua popolazione. Nei fatti l'assenza di una Costituzione avrebbe determinato la prevalenza della halachà, norme codificate della legge sacra. Dal 2009 lo stato sionista tutelerebbe la propria natura sanzionando penalmente chiunque neghi pubblicamente il suo diritto a esistere come "stato ebraico". L'A. denuncia anche i pessimi rapporti in essere all'interno dello stato sionista tra le comunità di diversa origine -nonostante i formali impegni governativi- sfociati già alla fine degli anni Sessanta in veementi proteste contro l'atteggiamento degli ashkenaziti. La tassonomia probabilmente incompleta riportata nel saggio indica presenti nello stato sionista ebrei ortodossi e ultraortodossi (a loro volta divisi in haredim, hassidim, shas, maamaz e kach), religiosi nazionalisti, tradizionalisti, conservatori, riformati, ricostruzionisti, samaritani, caraiti, non osservanti ed ebrei dichiaratamente laici. A tenerli insieme, secondo la maligna considerazione dell'A., sarebbe sostanzialmente la necessità di difendersi fisicamente dagli arabi. Moncada descrive l'egemonia ortodossa sulla vita pubblica: lo establishment ortodosso, forte del controllo dell'istruzione e di gran parte della beneficenza, sarebbe solito vigilare sulla più o meno accertata ebraicità degli appartenenti a questo o a quell'altro gruppo, arginato nel suo ricorso alla legge sacra e nell'impegno in cause come la lotta ai matrimoni misti solo dal potere finanziario dei riformati e dei conservatori solidamente legati alle comunità statunitensi. Secondo Moncada non sarebbe difficile reperire sulla stampa di Tel Aviv e di Gerusalemme frequenti denunce del comportamento discriminatorio degli ortodossi e degli ashkenaziti in generale, di cui farebbero le spese i sefarditi e più che mai i falasha. Un esame neanche tanto approfondito descriverebbe una società militarizzata e razzista in cui le disparità salariali, l'emarginazione nelle scuole e l'ostracismo verso le voci dissidenti sarebbero parte della vita quotidiana. Il progetto sionista avrebbe quindi sostanzialmente mancato il proprio obiettivo principale, quello di affrancare gli ebrei dalle prevaricazioni che subivano. Nello stato sionista esisterebbe anche una forte contrapposizione tra Tel Aviv, in cui non vi sarebbe più traccia di cultura ebraica, e Gerusalemme, dove la situazione sarebbe opposta. Oltre alle necessità belliche a ricompattare la società provvederebbe l'atteggiamento prevalente verso i due milioni di cittadini arabi, soggetti fino al 1966 alla legge militare e ancora oggi normalmente sottoposti a pressioni fisiche e psicologiche perché abbandonino il paese, a uno apartheid di fatto che arriverebbe a trattare le località arabe come se non esistessero neppure e a discriminazioni nei diritti civili fin dalla nascita, dato che l'anagrafe civile registrerebbe i cittadini come ebrei e non ebrei secondo criteri matrilineari; in una società militarizzata, l'esenzione degli arabi dal servizio di leva contribuirebbe a farne ancora di più dei cittadini di terza categoria. Solo la più capziosa malafede, scrive l'A., potrebbe servire a giustificare il non giustificabile. A questo riguardo il libro indugia anche sul Piano Dalet, che nel 1948 avrebbe avviato in modo programmato e deliberato la pulizia etnica della Palestina; Moncada cita Ilan Pappé, tra gli storici più diffamati proprio per aver interpretato il sionismo come progetto coloniale, ricorda i sinceri propositi omicidi più volte espressi pubblicamente dal ministro sionista Avigdor Lieberman e riporta le considerazioni di Shulamit Aloni per cui "importanti e riveriti rabbini" con importanti ruoli nel sistema educativo troverebbero normale paragonare i palestinesi agli amalechiti biblici destinati allo sterminio. Nei Territori occupati l'apartheid sionista -scopertamente violento- verrebbe tradotto operativamente grazie a forze armate che possono anche autonominarsi l'esercito più etico del mondo, ma che resterebbero le prime responsabili di una ripartizione del territorio attuata in modo da lasciare ogni libertà ai coloni sionisti e da fare di ogni insediamento palestinese un campo di detenzione recintato o bloccato, sottoposto a tribunali nominati dall'esercito, soggetto a coprifuoco e sommerso da "disposizioni militari". L'A. riporta una lunga casistica di piccole e grandi vessazioni quotidiane attingendo a sole fonti ebraiche, per concludere che la politica di occupazione avrebbe sempre avuto, anche prima della costruzione del Muro, il preciso obiettivo di frammentare i Territori ampliando gli insediamenti dei coloni, tracciando ottime strade a loro riservate e impedendo ai palestinesi ogni libertà di movimento, oltre che di comunicare con i cittadini arabi dello stato sionista. Moncada di Monforte descrive in molti dettagli gli ulteriori arbitri commessi nella costruzione del Muro in Cisgiordania, le restrizioni per l'accesso a Gerusalemme, le innumerevoli limitazioni ai diritti di residenza, le legalissime astuzie escogitate per estromettere i non ebrei dal mercato immobiliare, dall'urbanistica e dalla vita associata pura e semplice e i loro effetti su una popolazione palestinese già ridotta agli estremi della sopravvivenza possibile. Già nel 2010 la condizione di Gerusalemme Est sarebbe stata quella di una realtà scollegata dal resto della Palestina tramite una corona di insediamenti ebraici e ridotta a un gruppo di sobborghi disarticolato, definanziato e privo di servizi. L'A. scrive di come dopo le elezioni palestinesi del 2006 lo stato sionista avrebbe adottato una politica tesa a isolare e destabilizzare l'esecutivo palestinese fino alla guerra del 2009 contro Gaza, e di come l'uso appropriato della parola apartheid per definire le condizioni dei palestinesi nei Territori occupati abbia fatto iscrivere anche Jimmy Carter al gremitissimo ruolo dei nostalgici dei lager. M.d.M. riporta anche lo scritto in cui Gideon Levy avrebbe fatto notare allo scrittore Abraham Yehoshua come lo stato sionista a Gaza non avesse più alcuna remora a comportarsi come "un paese violento, pericoloso e privo di scrupoli". Lo stato sionista avrebbe tre ragioni fondamentali per perseverare nel proprio comportamento: la necessità di non consentire il ritorno dei profughi palestinesi, la volontà di non condividere Gerusalemme e il rifiuto di ammettere l'illegalità degli insediamenti dei coloni.
Il terzo capitolo avanza pesanti ipotesi sul futuro dello stato sionista e su quello che l'A. considera il fallimento del suo progetto. Mentalità da bunker e paura del disfacimento avrebbero guidato l'elettorato sionista da molto tempo prima del 2009, rendendo impossibile qualsiasi iniziativa che uscisse dagli schemi e consegnando non solo l'esecutivo, ma anche il monopolio del discorso politico, a destre sempre più estreme. Lo stato sionista non sarebbe riuscito né a riunificare gli ebrei di tutto il mondo, né a superare la discriminazione nei loro confronti né a garantire a tutti loro il diritto di vivere in pace, mancando quindi tutti gli obiettivi -già poco realistici all'epoca- del sionismo delle origini. Per quanto la propaganda ne decanti la modernità civile, lo stato sionista presenterebbe storture sociali molto gravi e il suo corpo sociale sarebbe gravemente dilaniato da contrasti e contraddizioni; una situazione che unita al clima da stato d'assedio -in cui non sono mancati attentati anche di gravissima portata ad opera di estremisti ebrei- avrebbe spinto nel corso degli anni un certo numero dei suoi cittadini a prendere in seria considerazione l'idea di trasferirsi altrove. Moncada ricorda le circostanze e gli sviluppi che dal 1948 in poi avrebbero alimentato una latente guerra continua: i profughi, l'aggressività dei coloni, la volontà ora latente ora scoperta della destra sionista di annettere tutti i Territori occupati, la guerriglia delle organizzazioni palestinesi cui sarebbe stato chiesto di trattare sulla base di quote sempre più risicate, già nel 2010 ridotte a "brandelli di territorio non comunicanti che nel loro insieme oggi non raggiungono nemmeno il 20% dell'originaria Palestina". Il libro riporta cenni ai più efferati crimini sionisti degli ultimi decenni; ne sottolinea il carattere velleitario e inutile, stante l'impossibilità di eliminare fisicamente i due milioni di arabi che vivono nello stato sionista e i palestinesi dei Territori occupati, e nota il loro aver contribuito a una normalizzazione della violenza che ha eliminato dal discorso politico anche la mera prospettiva di una soluzione differente. L'A. tocca quindi il problema demografico, ricorrendo al lavoro di Sergio della Pergola. I sionisti avrebbero vissuto da sempre con disagio una situazione che -considerando stato sionista e Territori occupati nel loro complesso- in pochi decenni potrebbe mettere gli ebrei in netta minoranza anche se intervenissero forti modifiche nei modelli riproduttivi. Il carattere ebraico dello stato sionista, che dovrebbe vedersela anche con crescenti flussi di popolazione in uscita in cui abbonderebbero intellettuali e mano d'opera qualificata e con nuovi immigrati dall'ebraicità per lo meno dubbia, potrebbe essere mantenuto solo con cessioni territoriali a meno di un sistematico e massiccio ricorso a espulsioni, confische e apartheid. La soluzione di uno stato binazionale, e quindi della fine dello stato sionista propriamente detto, viene presentata dal volume come l'unica soluzione possibile, oltre che l'unica prospettata dallo stato di cose sul terreno.
L'ultimo capitolo del saggio è intitolato perentoriamente "l'irrilevanza quantitativa dell'ebraismo nel mondo e l'arroganza del sionismo", e l'A. lo apre precisando il significato dei vocaboli antisemitismo, antigiudaismo e antisionismo, soffermandosi sugli aspetti deteriori del sionismo inteso come ideologia contraria ai principi dell'ebraismo e rivendicando l'opposizione ad esso, da considerarsi motivo di soddisfazione morale quando non sia dettata da pregiudizio. Con un occhio alle statistiche, Moncada di Monforte considera l'ebraismo molto sovrarappresentato sui media "occidentali" e fa proprie le conclusioni di Norman Finkelstein sull'esistenza di una industria dell'Olocausto in cui il comportamento venale dei sionisti e l'invocazione dello sterminio per delegittimare qualsiasi critica (specie se fondata) sarebbero un insulto nei confronti delle vittime. All'arroganza del sionismo l'A. propone di rispondere elencando fatti, a cominciare dalle testimonianze dei militari impiegati per la piombo fuso contro Gaza nel 2009 e dall'impegno con cui lo stato sionista avrebbe lavorato a sabotare e ad insabbiare le relative inchieste, per finire con le oltre settanta risoluzioni dell'ONU che Tel Aviv avrebbe ignorato in tutto o in parte, come avrebbe ignorato anche le sentenze della Corte Internazionale di Giustizia. Negli USA la jewish connection avrebbe reso un gruppo sociale ammontante a non più del 2% della popolazione uno dei più influenti da ogni punto di vista: i riflessi della situazione su una copertura mediatica inesorabilmente favorevole allo stato sionista vengono illustrati dall'A. ricorrendo -come in tutti gli altri casi- a fonti ebraiche. M.d.M. ricorda anche lo sfrontato atteggiamento dello stato sionista in materia di energia e di armamenti nucleari, e le pesanti convinzioni razziste dello stesso rabbinato ortodosso che influenzerebbe in modo molto marcato la legislazione. E che risulterebbe propenso a negare la qualifica di essere umano a tutti i non ebrei e a ricorrere per essi al concetto di responsabilità collettiva. L'A. scrive anche di come a fronte di molte, circostanziate e spesso inattaccabili accuse mosse da accademici o scrittori ebrei sarebbe entrata nell'uso la prassi di liquidarne i portatori come jews-hating jews, evitando -come d'uso per la propaganda- di confutarli nel merito.
Mario Moncada di Monforte mette a capo del proprio scritto una frase di Norman Gary Finkelstein, che affermò che se nello stato sionista non volevano essere accusati di essere come i nazionalsocialisti, avrebbero dovuto semplicemente smettere di comportarsi come nazionalsocialisti. Lo conclude considerando l'instaurazione di uno Stato binazionale come un evento che solo il genocidio dei palestinesi renderebbe evitabile, ed auspicando il recupero dei valori dell'ebraismo come costruttivo contributo alla sua realizzazione.


Mario Moncada di Monforte - Israele, uno stato razzista. Armando, Roma 2010. 208 pp.