I dieci capitoli del volume di Arturo Marzano prendono ciascuno il titolo da una convinzione diffusa -se non da un luogo comune- sul conflitto tra lo stato sionista e la Palestina o sull'una o l'altra delle parti coinvolte. Ogni capitolo intende confutare o ridimensionare l'assunto del titolo: la convinzione dell'A. è che l'argomento si presti a polarizzazioni fondate su narrazioni parziali e decontestualizzate, e che confrontare in modo documentato queste narrazioni con la realtà dei fatti aiuti per lo meno a comprendere un conflitto più complesso di quanto si tenda a credere.
L'immagine di una Palestina come "terra vuota e desolata" dominata dall'incuria e dall'arretratezza -e soprattutto scarsamente popolata- ricorrerebbe in varie testimonianze ottocentesche e avrebbe alimentato in ambiente britannico e anglicano l'idea che una sua rinascita fosse possibile tramite il "ritorno" degli ebrei a Sion. La convinzione che la Palestina fosse "una terra senza popolo per un popolo senza terra" non sarebbe stata che un caso particolare di una tendenza diffusa, che avrebbe considerato inabitati i territori non europei. Dopo un excursus sull'attestazione del nome "Palestina" e sulla storia amministrativa del territorio, Marzano nota che proprio nel XIX secolo alcuni mutamenti rilevanti avrebbero influito sulla vita sociale, economica e politica della regione. L'unificazione amministrativa in particolare avrebbe alimentato dall'inizio del XX secolo una identità palestinese distinta e autonoma, la specializzazione nell'agricoltura e l'organizzazione di un catasto a partire dal 1858 avrebbero tolto all'attività il carattere di sussistenza, e sarebbe comparsa anche la piccola manifattura. Un inurbamento crescente avrebbe richiesto la fondazione di nuovi quartieri in varie città, in aperto contrasto con le accennate testimonianze. Testimonianze molto influenzate da un eurocentrismo che avrebbe considerato la civilizzazione come una sorta di "vettore univoco".
Il secondo capitolo indaga la definizione del sionismo come movimento coloniale riportandone le definizioni e le concezioni da Birnbaum e Herzl in poi. Secondo Marzano il sionismo si sarebbe basato su "una diffusa e secolare aspirazione della diaspora ebraica a tornare in Eretz Israel" -a Sion, la "collina" di Gerusalemme- mai interrottasi del tutto e periodicamente riacutizzata dalle iniziative di gruppi e movimenti messianici più o meno organizzati. Nella seconda metà del XIX secolo l'attaccamento a Sion si sarebbe trasformato in un disegno politico a causa del concomitante diffondersi dei nazionalismi, dei pogrom in Russia nel 1881-82, della emancipazione compiuta nell'Europa occidentale e del montare dell'antisemitismo proprio a fronte dell'emancipazione. L'A. ricorda il sionismo pratico successivo ai pogrom, in cui gruppi di giovani ebrei russi si sarebbero trasferiti per la prima volta non come rifugiati o come pellegrini, ma con lo scopo preciso di colonizzare la terra e di insediarvisi in via permanente. Marzano sottolinea come l'iniziativa sarebbe stata fortemente influenzata dall'aiuto esterno indispensabile alla sua sopravvivenza, e segnatamente da quello di Edmond de Rothschild. Marzano riflette sul tema -che presenta come molto discusso- della natura più o meno colonialista del sionismo, riepilogando varie interpretazioni a riguardo. L'A. considera il sionismo un movimento di emancipazione nazionale che impiegò pratiche coloniali in misura progressivamente crescente, portando prima alla separazione tra ebrei e arabi e poi alla sostituzione di questi ultimi.
Marzano considera l'operato del Regno Unito come potenza mandataria tenuta ad assolvere al "sacro impegno di civiltà" di promuovere lo sviluppo e il benessere della Palestina dopo il 1918, considerandolo da questo punto di vista pressoché nullo. La spartizione del Medio Oriente con la Repubblica Francese avrebbe tenuto conto solo delle esigenze strategiche, politiche ed economiche dei Paesi mandatari; l'unica peculiarità in Palestina sarebbe stata la presenza di due popolazioni, entrambe propense a rivendicare il territorio per il proprio Stato-nazione. La Dichiarazione Balfour -sulle cui ragioni sarebbe stato scritto moltissimo e che avrebbe assegnato diritti nazionali ai soli ebrei- sarebbe stata dettata da esigenze belliche e da un certo antisemitismo teso a non inimicarsi la diaspora; in concreto la presenza britannica in Palestina sarebbe stata l'ultimo tassello per la protezione del Canale di Suez e con esso dei traffici con l'India, oltre che servire al controllo e allo sfruttamento delle vicine regioni petrolifere. L'appoggio alla causa sionista avrebbe rappresentato un giustificativo in linea col principio dell'autodeterminazione dei popoli, all'epoca molto caro alla presidenza statunitense. Nel 1922 la Società delle Nazioni avrebbe approvato il mandato britannico sulla Palestina proprio perché venisse realizzato quanto previsto dalla Dichiarazione; il tardo tentativo di creare una "agenzia araba" a fianco dell'"agenzia ebraica" sarebbe stato con buone ragioni respinto dai diretti interessati, che per non legittimare implicitamente i termini del mandato avrebbero boicottato anche ogni altra iniziativa. Marzano sottolinea come Londra avrebbe rafforzato strutture confessionali, creando istituzioni islamiche prive di precedenti storici -a cominciare dalla carica di muftì di Gerusalemme- pur di non accordare alla maggioranza araba istituzioni rappresentative nazionali. Il Regno Unito avrebbe di contro fortemente limitato l'immigrazione ebraica -prima per motivi economici, poi per motivi demografici e politici- in un momento in cui essa era vitale per gli ebrei d'Europa. L'A. ricorda come la risposta della leadership sionista sarebbe passata dalle armi, con episodi come la distruzione del King David Hotel il 22 luglio 1946. La comunità araba -scrive Marzano- sarebbe stata divisa sia tra famiglie abbienti che tra alti e bassi ceti; tanto il Regno Unito quanto i sionisti sarebbero riusciti ad alimentare i conflitti e a depotenziare la leadership araba. Il comportamento di Londra sarebbe stato in sostanza favorevole ai sionisti, prevedendo solo per essi un percorso di autodeterminazione nazionale secondo una prospettiva che li considerava come l'unico possibile motore di modernizzazione.
Marzano nota come le guerre combattute dallo stato sionista nel 1948 e nel 1967 siano oggetto di valutazioni storiografiche opposte. La "nuova storiografia" attiva nello stato sionista a partire dagli anni Ottanta del XX secolo avrebbe confutato l'assunto -ampiamente diffuso- per cui gli Stati arabi si sarebbero coordinati per attaccare lo stato sionista e distruggerlo, rilevando come nel 1948 sarebbe stato di comune interesse per lo stato sionista e per il Regno di Giordania evitare la formazione di uno Stato palestinese e come il conflitto si sarebbe anzi allargato senza alcun coordinamento tra paesi rivali uniti solo dall'interesse a fermare l'espansionismo giordano. Ripercorrendo gli avvenimenti bellici del 1948 l'A. rileva anche come la Nakba -la sciagura della cacciata dei palestinesi dalle loro case- sia iniziata con il per lo meno controverso Piano Dalet prima dell'indipendenza dello stato sionista, e sia legata ai rapporti tra le popolazioni all'interno della Palestina mandataria. Marzano specifica come "un'ampia parte della popolazione araba della Galilea" fosse fuggita prima del 14 maggio 1948 per paura di "rimanere vittima dei massacri compiuti dalle forze sioniste" o fosse stata da esse cacciata, e come -anche tenendo conto delle diverse stime- nel 1949 oltre la metà della popolazione araba residente in Palestina fosse finita profuga nei paesi confinanti. Marzano non trova fonti che permettano di considerare la Nakba il risultato di una pulizia etnica pianificata dall'alto, ma scrive di non avere neppure motivo di escludere i forti dubbi che esistono in proposito. Tra gli elementi da considerare in questo senso, l'atteggiamento dello stato sionista verso i palestinesi rimasti e verso gli stessi profughi, di fatto mai autorizzati a rientrare.
Marzano confuta la diffusa convinzione che nel 1967 lo stato sionista sia stato costretto a ricorrere a un attacco preventivo per evitare di essere invaso e distrutto. L'allora Primo Ministro Levi Eshkol sarebbe stato convinto della necessità di attaccare per non perdere deterrenza, nonostante fosse chiaro -propaganda nonostante- che Egitto, Siria e Giordania non avevano intenzioni minacciose. La propaganda egiziana avrebbe alzato i toni contro lo stato sionista per cementare il fronte interno -e rassicurare gli alleati- a fronte degli insuccessi del panarabismo. Tra le conseguenze della guerra l'A. sottolinea soprattutto il verificarsi di una nuova e imponente ondata di profughi -agevolata con incentivi non sempre leciti- e le ingenti e deliberate distruzioni di proprietà palestinesi ad opera dello stato sionista. L'esecutivo sionista non avrebbe mai fatto mistero di considerare i Territori occupati una dote, e la loro popolazione palestinese una sposa non gradita; l'obiettivo sarebbe sempre stato quello di tendere a una maggioranza ebraica in tutti i territori tra il Giordano e il Mediterraneo.
Molte espressioni usate da personalità politiche dello stato sionista sarebbero state divulgate come constatazioni obiettive anziché come affermazioni di parte. Una di queste, confutata nel quinto capitolo, è che arabi e palestinesi non avrebbero "mai perso l'opportunità di perdere un'opportunità". Attribuita da varie fonti a Abba Eban dal 1983 in poi, la frase sarebbe stata più volte modificata per aumentarne l'efficacia propagandistica. Marzano analizza quattro delle più significative occasioni di confronto tra stato sionista e controparti -il 1949, il 1967, gli incontri di Camp David e di Taba nel 2001, la conferenza di Annapolis del 2007- notando come lo stato sionista abbia per lo più avanzato proposte irricevibili o lasciato cadere quelle dei Paesi arabi prima e dei palestinesi poi, intanto che la radicalizzazione della destra sionista avrebbe fatto impennare il numero dei coloni nei Territori occupati e fatto diventare la violenza politica una pratica comune contro chiunque venisse percepito come un ostacolo a riguardo.
Marzano fa risalire le prime comparazioni (e sovrapposizioni) fra nazionalsocialismo e sionismo alla fine degli anni Quaranta, e il loro ingresso nell'uso comune alla fine degli anni Sessanta. Nella penisola italiana l'accostamento avrebbe goduto di particolare fortuna negli ambienti dell'attivismo, in una stagione di riscoperta della lotta antifascista, di ascesa del terzomondismo e di ricorso sempre più diffuso alla violenza politica. Una lettura degli eventi in cui si sarebbe verificato "uno slittamento concettuale, linguistico e iconografico dal Vietnam alla Palestina": i combattenti palestinesi -come in precedenza quelli vietnamiti- sarebbero stati accomunati ai partigiani, con le relative conseguenze nel paragone per lo stato sionista. Nel 1982 la guerra in Libano avrebbe diffuso anche nel mainstream la costruzione simbolico-retorica del nazisionista e delle vittime che si facevano carnefici. Percepito a torto o a ragione come parte integrante dell'"Occidente", lo stato sionista avrebbe enormemente deluso i suoi iniziali sostenitori diventando l'incarnazione "dei lati più oscuri e terribili della civiltà europea". Marzano scrive che il paragone tra nazionalsocialisti e sionisti sarebbe carsicamente riemerso in varie occasioni e circostanze per tutti i decenni successivi, per poi diventare moneta corrente durante la guerra a Gaza intrapresa dallo stato sionista dopo l'apertura delle ostilità da parte di Hamas il 7 ottobre 2023. Marzano ritiene che il paragone renda più difficile un'analisi approfondita dei fenomeni e che non regga in termini "vastità, modalità e sistematicità" delle efferatezze compiute. Destituita di fondamento sarebbe anche la frequente sovrapposizione tra gli ebrei vittime dello sterminio in Europa e gli ebrei che vivono oggi nello stato sionista. Le affermazioni deumanizzanti nei confronti dei palestinesi sempre più spesso utilizzate dai politici e dai mass media dello stato sionista darebbero invece ragione a quanti avvisano nella condotta dello stato sionista il rischio di esiti genocidiari più o meno deliberati.
Nel settimo capitolo viene esaminata la convinzione, cara ai mass media "occidentali", per cui lo stato sionista sarebbe la sola democrazia del Medio Oriente. Marzano intende verificare fino a che punto lo stato sionista si comporta in modo ugualitario verso tutti i cittadini, garantendo gli stessi diritti formali e sostanziali e combattendo le discriminazioni. L'A. ricorda che lo stato sionista non ha una Costituzione scritta e va a cercarne i principi fondanti nella Dichiarazione di Indipendenza, in cui lo stato sionista si porrebbe al tempo stesso come uno "Stato per gli ebrei" -di cui avrebbe garantito il diritto al ritorno in Eretz Israel- e al tempo stesso come uno "Stato per tutti i suoi cittadini", che avrebbero avuto pari diritti e rappresentanza istituzionale. Marzano rileva che i diritti riconosciuti ai palestinesi sarebbero stati quelli civili e quelli religiosi -mentre i diritti nazionali sarebbero rimasti un'esclusiva degli ebrei- e che la realtà si sarebbe rapidamente rivelata molto diversa. All'indomani dell'indipendenza una "Ordinanza per la legge e l'amministrazione" avrebbe statuito la permanenza in vigore della legislazione del mandato britannico e soprattutto accordato all'esecutivo la facoltà di dichiarare lo stato di emergenza e con esso il potere di adottare norme "ritenute opportune per la difesa dello Stato, la pubblica sicurezza, la salvaguardia dei rifornimenti e dei servizi essenziali". Lo stato sionista non avrebbe mai revocato lo stato di emergenza, lasciando così mano libera all'esecutivo soprattutto nella gestione della popolazione non ebraica e delle sue proprietà. Lo stato sionista avrebbe adottato una linea politica da paese coloniale, fitta di discriminazioni sostanziali per l'acquisizione della cittadinanza, l'estensione delle varie municipalità e i fondi ad esse destinati. Allo svolgimento del servizio militare sarebbe subordinata l'erogazione di molte prestazioni dello stato sociale; la popolazione araba -esente dal servizio obbligatorio- ne risentirebbe in molti contesti, specie dopo che negli ultimi decenni gli esecutivi avrebbero intrapreso un controllo molto forte sulla dissidenza interna e sullo stesso discorso democratico. Dallo scritto di Marzano lo stato sionista emerge come una democrazia incompiuta, che negli ultimi decenni avrebbe perseguito un amplissimo margine di peggioramento. Un tempo confinato nell'uso a settori marginali, il vocabolo "apartheid" verrebbe oggi usato correntemente per definire lo stato di cose nei Territori occupati anche da personalità dello stato sionista. L'ebraicità e la democraticità sarebbero sempre stati elementi difficilmente conciliabili: per questo, per lo stato sionista, sarebbe stata proposta la definizione inedita di democrazia etnica -vi esisterebbero istituzioni democratiche con la presenza di un gruppo etnico maggioritario e in posizione dominante- o di etnocrazia in cui gli elementi democratici sarebbero solo l'involucro di una struttura fondata in realtà su una gerarchia etnica rigida. Solo gli ebrei vi godrebbero di una cittadinanza in senso repubblicano, che presuppone l'appartenenza a una comunità morale che condivide un concetto di bene comune. Lo stato sionista, conclude Marzano, avrebbe la tendenza a lodare la propria democrazia "senza sottoporla a seria verifica".
Marzano riporta alcune tra le interpretazioni più diffuse del comportamento di Hamas e degli intenti che avrebbe avuto l'attacco del 7 ottobre 2023. Intraprendere la distruzione dello stato sionista, catturare ostaggi da scambiare con detenuti palestinesi, rimettere la Palestina al centro dell'attenzione sul piano internazionale o anche una "deriva messianica folle" che avrebbe coinvolto i vertici del movimento sembrano all'A. tanto parziali quanto ampiamente insoddisfacenti. Marzano nota come gli accostamenti tra Hamas e lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante sarebbero diventati molto frequenti, anche a fronte delle efferatezze compiute da entrambi contro la popolazione civile. Dopo un excursus sulla storia dell'Islam politico, nel saggio si ripercorrono le vicende di Hamas ascrivendo lo Stato Islamico tra i movimenti favorevoli ad un approccio orientato all'immediata messa in atto di azioni radicali, e Hamas all'orientamento opposto propenso a un'islamizzazione dal basso. La sconfitta di Fatah alle elezioni del 2006 sarebbe stata dovuta non tanto ad una avvenuta islamizzazione della società, ma a motivazioni politiche come il fallimento degli accordi di Oslo, l'unilaterale abbandono di Gaza da parte dello stato sionista -che Hamas avrebbe ascritto a proprio esclusivo merito- e la diversa età e storia personale dei candidati. Fuori dalla Palestina l'ascesa e la vittoria elettorale di Hamas sarebbero state invece interpretate in senso religioso -negando a Hamas il ruolo di attore politico- e disconosciute al punto che gli USA avrebbero finanziato Fatah perché mettesse i vincitori in condizioni di non nuocere, causando prima la durissima risposta di Hamas e poi il blocco di Gaza da parte dello stato sionista.
Nel nono capitolo Marzano si occupa della ricorrente e diffusa equiparazione tra antisionismo e antisemitismo presentando una rassegna della letteratura favorevole a questo punto di vista: la demonizzazione dello stato sionista e dei suoi sostenitori ricorderebbe per temi e per modalità l'antisemitismo che sarebbe sfociato nello sterminio degli ebrei d'Europa. Questa equiparazione limiterebbe pesantemente la possibilità di esprimere critiche verso lo stato sionista e verso la linea del suo governo, e Marzano è anche convinto che considerare l'antisionismo come la forma contemporanea dell'antisemitismo rischierebbe di conferire carattere di eternità a una giudeofobia "il cui carattere sarebbe sostanzialmente quello di una costante della storia dell'Occidente". La definizione operativa di antisemitismo elaborata dalla International Holocaust Rememberance Alliance e sottoscritta da decine di paesi sarebbe a questo riguardo molto problematica, perché si presterebbe a essere usata per delegittimare qualsiasi detrattore. Marzano riferisce quindi della Jerusalem Declaration on Antisemitism, elaborata da un certo numero di intellettuali e di accademici per identificare e combattere l'antisemitismo proteggendo al tempo stesso la libertà di espressione, arginando il ricorso strumentale all'accusa di antisemitismo.
In ultimo, Marzano considera l'appellativo di atavico con cui viene definito il conflitto tra stato sionista e palestinesi, spesso illustrato alla stregua di un epocale scontro di civiltà e ipso facto "intrattabile" per definizione. Una analisi storica minimamente seria, senza immaginare un passato idilliaco, sarebbe invece sufficiente a confutare la vulgata di una inimicizia tra ebrei e arabi che si vorrebbe strutturata e secolare. Anche dopo l'inizio della presenza sionista in Palestina i rapporti fra i nuovi giunti e i palestinesi non sarebbero stati compendiabili in una serie ininterrotta di scontri, e Marzano riporta proprio una serie di casi documentati a riguardo, dagli esempi di coesistenza e di collaborazione più riusciti fino ai vari tentativi di arrivare alla costruzione di uno Stato binazionale.
Marzano chiude sottolineando come il suo scritto non intenda offrire certezze -che invita anzi a mettere in discussione fornendo molti suggerimenti di lettura e una buona bibliografia- ed esortando il lettore ad abbandonare se del caso la logica degli schieramenti contrapposti "sia per meglio comprendere il conflitto, sia per contribuire a risolverlo".
Arturo Marzano - Questa terra è nostra da sempre. Israele e Palestina. Bari, Laterza 2024. 240 pp.
Arturo Marzano - Questa terra è nostra da sempre. Israele e Palestina
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