Eva Illouz - Emozioni antidemocratiche. L'esempio di Israele

Emozioni antidemocratiche indaga il ruolo dell'emotività nella comunicazione politica e nelle scelte dell'esecutivo dello stato sionista. La situazione politica dello stato sionista nel 2023 avrebbe visto la definitiva affermazione di agenda e programmi dettati da gruppi estremisti definibili come "fascismo ebraico", in mezzo a "tornate elettorali infinite, partiti incapaci di superare la soglia di sbarramento e un primo ministro sotto processo". Secondo Eva Illouz tutto questo sarebbe stato il risultato di tendenze politiche, culturali ed emotive presenti da molti anni e diventate terreno fertile per l'ascesa di attori politici antidemocratici. Gruppi minoritari interni e attori esterni allo stato sionista sarebbero all'opera per scardinare il regime democratico; della ideazione e della diffusione sistematica di pregiudizi sarebbe responsabile un certo numero di organismi -come il Kohelet Policy Forum- sovvenzionati da miliardari conservatori e libertari intenzionati a minare la democrazia. La Illouz considera il populismo un precursore dell'autoritarismo e sostiene che il rifiuto del liberalismo favorirebbe in modo più o meno consapevole forze autoritarie e antidemocratiche. Il libro è stato scritto prima degli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e non tiene conto dell'ulteriore peggioramento della situazione dovuto a quell'evento e alle sue conseguenze, dal momento che si occupa di dinamiche e di tendenze ampiamente attestate a prescindere. Il governo in carica all'epoca avrebbe basato la propria comunicazione sul mantenimento di un'atmosfera di vago timore; gli attacchi avrebbero proprio dimostrato come l'uso politico della paura, oltre al predominio della dottrina della sicurezza, non avrebbero in alcun modo contribuito a migliorare la protezione dei cittadini. La Illouz è convinta che un Paese fondato sulla paura non sia in grado di sostenere nel tempo una società civile democratica, e che essa paura non contribuisca concretamente all'incolumità dei cittadini. Il superamento di emozioni politiche potenti sarebbe necessario per la sopravvivenza di una società civile pluralistica e democratica in una realtà complessa come quella dello stato sionista, realtà segnata fra l'altro da profonde divisioni.
Nell'introduzione e rifacendosi a Theodor Adorno, la Illouz definisce il fascismo come contiguo alla democrazia e operante all'interno di essa per causarne la distruzione. In questo senso esso può configurarsi come una tendenza, un insieme di idee e orientamenti pragmatici che agiscono in un quadro democratico, per lo più godendo del favore di quanti sentono minacciati i propri privilegi e che si comporterebbero dimostrandosi incapaci di comprendere la catena di cause che spiegano le condizioni in cui si trovano. Uno dei risultati più comuni di queste dinamiche sarebbe dato dall'antagonismo fra chi denuncia l'ingiustizia sociale e coloro che non solo la subiscono, ma non riescono a comprendere i perché della concentrazione economica. Nel populismo nazionalista che ne risulterebbe, lobby e corporazioni riuscirebbero a usare lo Stato per i propri interessi facendo lentamente morire la democrazia. Molta letteratura spiegherebbe il populismo con la gobalizzazione della forza lavoro, come la reazione a un cambiamento culturale dei valori e anche con la trasformazione del panorama mediatico, che in molti Paesi -dagli USA alla Repubblica Francese- sarebbe stato "consolidato e talvolta acquistato con l'intento esplicito di trasformare l'agenda liberale" del mainstream. La concentrazione di capitali su scala mondiale avrebbe consentito di forgiare armi eccezionali per la distorsione delle coscienze, intanto che la globalizzazione dell'economia avrebbe condannato al precariato le classi lavoratrici facendo implodere ovunque l'ideologia socialdemocratica. La Illouz intende esplorare cause ed effetti di una visione del mondo basata su quadri sociocausali fuorviati, prendendo lo stato sionista come un esempio dello svilupparsi di dinamiche generalizzabili. I mass media e la politica coltiverebbero consapevolmente -e sfrutterebbero per i propri scopi- una "struttura del sentimento" che viene definita da Raymond Williams come comprendente tutte quelle forme di pensiero che cercano di emergere nell'egemonia delle istituzioni, le risposte popolari alle norme ufficiali e i testi letterari in cui queste risposte si esprimerebbero. La comunicazione politica e la propaganda sarebbero quindi centrate sul fattore emotivo, decisivo nel definire e influenzare modelli di voto e scelte politiche. Le esperienze affettive, legate alla percezione del benessere personale in una determinata situazione e costituenti esperienze precognitive o non cognitive, verrebbero per questo manipolabili e controllabili mediaticamente a seconda delle circostanze e delle convenienze. Qualsiasi vago e generale malessere -nota la Illouz- potrebbe diventare politicamente operativo se inquadrato in una adeguata cornice di idee e di emozioni. Nello stato sionista la politica populista avrebbe ricodificato tre esperienze sociali potenti: i traumi collettivi, che si sono tradotti in una paura generalizzata del nemico, la conquista della terra -alla radice di lotte ideologiche intense soprattutto dopo il 1967, vissuta con disgusto da vari gruppi sociali- e la condizione di discriminazione e di esclusione dei mizrahim, responsabile di forti risentimenti. Insieme all'amore (per il popolo ebraico) paura, disgusto e risentimento avrebbero spostato verso l'estrema destra la mappa politica dello stato sionista. Costituirebbero le quattro emozioni alla base dell'azione politica del populismo che il libro intende indagare, considerando lo stato sionista come paradigmatico di uno stile politico sviluppatosi in tutto il mondo. Il saggio ricorda come il Likud del XXI secolo sarebbe considerabile come una deriva estrema del predecessore Herut -considerato estraneo al consesso sionista da molti ebrei liberali già nel 1948 a causa del suo predicare "ultranazionalismo, misticismo religioso e superiorità razziale", del suo antisindacalismo, della sua propensione al corporativismo e soprattutto della sua contiguità allo Irgun e alla banda Stern- legittimato dai governi di unità nazionale successivi alla Guerra dei Sei Giorni. Lo stato sionista sarebbe un buon caso di studio per le politiche populiste per la longevità di esecutivi di questo orientamento, per il ruolo centrale nel populismo internazionale e per il comportamento di Benjamin Netanyahu, autore di una politica liberista di detassazione per i ricchi e di contrazione del settore pubblico che riesce comunque a ottenere l'appoggio di coloro che ne vengono danneggiati, secondo le dinamiche caratteristiche del populismo. La politica di Netanyahu consisterebbe di una dimensione materiale improntata al neoliberismo economico, di una dimensione politica improntata all'autoritarismo e di una dimensione simbolica sottoforma di nazionalismo conservatore, tenute insieme da uno stile emotivo di base legato a credense e storie in grado di creare coesione. I leader populisti alimenterebbero l'erosione della democrazia incentivando una serie precisa di disposizioni emotive, tali da portare "la sfera pubblica democratica lontano dalla sua vocazione". Tratti comuni a queste disposizioni emotive, che originano dalla sfiducia nelle istituzioni deputate alla protezione della democrazia e sarebbero tenute insieme dal vittimismo e dalla prospettiva di pericoli incombenti, sono la tendenza a separare le persone, a mettere i gruppi gli uni contro gli altri facendo percepire distinzioni nette, a generare o avallare violenza diretta o indiretta, a negare la legittimità di posizioni diverse, a ritrarre gli avversari come traditori, ad appellarsi a un immaginario nucleo di autenticità e di grandezza della "nazione".
La Illouz nota come lo stato sionista sarebbe minato da una paura in cui il rifiuto arabo della presenza sionista si sarebbe fuso con un antisemitismo ancestrale, confermato in modo irredimibile dalla radicalità dello sterminio degli ebrei d'Europa. Date le condizioni della sua nascita e della sua esistenza, lo stato sionista sarebbe organizzato come una "democrazia securitaria" basata su una mobilitazione costante e attiva della cittadinanza e della macchina statale, e in cui l'idea dominante sarebbe quella della sopravvivenza. La paura della massa indifferenziata degli arabi -con i drappelli di fedayyin visti come enormi entità minacciose- e la divisione del mondo in amici e nemici avrebbero presieduto a settant'anni di vittorie militari e di rappresaglie, in un clima in cui la legge verrebbe regolarmente calpestata in nome della sopravvivenza biologica e in cui l'esecutivo e soprattutto i servizi segreti avrebbero amplissimi margini di azione non sindacabili dal potere giudiziario. Forze militari e servizi segreti sarebbero diventati "la spina dorsale dell'apparato statale", contribuendo a instillare nei cittadini una sorta di "militarismo cognitivo" per cui la guerra sarebbe l'orizzonte ultimo del pensiero e della pianificazione, i problemi sempre concepiti come lotta di potere e vincere sempre l'obiettivo. La questione della sicurezza sarebbe diventata "un metaforico buco nero" in grado di eclissare molti aspetti della vita civile; inquadrare qualsiasi questione in termini di minaccia per la sicurezza consentirebbe allo stato sionista di agire in modo illiberale contro chiunque e in qualsiasi circostanza, tanto più che esso si trova in stato di emergenza nazionale -regolarmente prorogato dalla Knesset- fin dalla sua fondazione. In simili condizioni, scrive la Illouz, la paura per la sopravvivenza sarebbe diventata una componente invisibile e intrinseca della coscienza nazionale perché ancorata alla storia traumatica degli ebrei, rafforzata dalla geografia e trasformata in routine da una dottrina della sicurezza centrata su una perenne minaccia esistenziale. Nella comunicazione politica della destra e in quella di Benjamin Netanyahu in particolare il tema sarebbe tra i più sfruttati: "che si chiami Amalek, Aman o Germania nazista", il Nemico sarebbe sempre animato dall'intento di distruggere il popolo ebraico secondo una narrazione ricca di menzogne storiche, in cui è fitto l'intreccio tra temi biblici e geopolitica, ogni questione politica e diplomatica verrebbe trattata come una minaccia di annientamento e in cui la minima opposizione politica non può venire che da un nemico esistenziale del popolo ebraico. "Comandante in capo di tutte le emozioni", la paura consentirebbe a chi è in grado di controllarla in modo credibile di rimanere padrone dell'arena politica. Di fatto il ricorso alla paura per motivi politico-elettorali avrebbe reso praticamente impossibile, nello stato sionista, "pensare in termini diversi da quelli di sicurezza, inimicizia, forza, potere, sopravvivenza e distruzione del nemico". Lo stato sionista vivrebbe in una sorta di "stato di eccezione permanente" che agevolerebbe la reazione immediata a minacce vere o presunte anziché l'ideazione di politiche a lungo termine, e sfumerebbe la distinzione tra modo civile e modo militare di pensare e di agire. Negli ultimi decenni le tecnologie avanzate avrebbero fatto della sicurezza un'industria fiorente in cui interessi privati, macchina statale ed esercito convergerebbero senza problemi. La Illouz sottolinea come una cultura politica securitaria finisca per generare condizioni di vita meno sicure, giustificando ancora di più le paure su cui viene costruita.
"Se la paura è l'emozione privilegiata dai tiranni, il disgusto è l'emozione privilegiata dai razzisti", constata l'Autrice. Il disgusto, efficace mobilitatore dei sensi e risposta fisiologica che spinge ad allontanarsi da un oggetto, sarebbe un'emozione definita nei sistemi culturali in cui esistono confini tra sporco e pulito, tra purezza e inquinamento; aborrirebbe la mescolanza e tenderebbe a diffondersi rapidamente da un contesto ad altri secondo catene di contaminazione. Sul piano sociale il disgusto nei confronti di un determinato gruppo riuscirebbe a convertire reazioni fisiologiche in affermazioni morali, guadagnando così valenza anche etica. L'imposizione di categorie di purezza e impurità sarebbe proprio una delle basi della produzione e dell'imposizione di distanze (e gerarchie) nette fra gruppi sociali. Nell'ebraismo la dicotomia tra puro e impuro sarebbe fondamentale per una identità sociale fondata sulla capacità di rimanere separati e di far rispettare i confini: una strategia che sarebbe stata fondamentale per la persistenza storica del popolo ebraico. Nel XXI secolo lo stato sionista avrebbe visto l'ascesa di personaggi e iniziative volti a incoraggiare valori di supremazia antitetici ai valori liberali. La Illouz parla a questo proposito di "imprenditori del disgusto", indicandoli in organizzazioni non governative e in uomini politici che avrebbero portato nella sfera politica i criteri del puro e dell'impuro. Sarebbe stato secondo quest'ottica che per primo -dal 1984 fino alla messa al bando di quattro anni dopo- il partito Kach avrebbe avanzato proposte di legge che impedissero in concreto ai non ebrei di entrare e soprattutto di integrarsi nella società dello stato sionista. Le idee del Kach sarebbero state riprese da un certo numero di piccoli partiti e organizzazioni non governative che propugnerebbero l'espulsione dal corpo sociale, la marginalizzazione e la messa al bando di qualsiasi idea o persona ritratte come contaminanti. Nel 2022 la formazione Sionismo Religioso, nata nello stesso ambiente, avrebbe ottenuto oltre il 10% alle elezioni politiche e sarebbe entrata nell'esecutivo. Anche la radicalizzazione del Likud sarebbe stata caratterizzata dall'ingresso in agenda di contenuti politici basati sul disgusto e propensi a una separazione completa e abissale tra ebrei e non ebrei. L'Autrice ricorda come nei Territori occupati la separazione tra coloni ebrei e popolazione araba abbia carattere evidente e deliberato, e riporta una serie di testimonianze sull'attiva propaganda delle pratiche segregazioniste da parte di rabbini dediti all'insegnamento. Per l'imprenditoria del disgusto arabi e laici formerebbero un nucleo impuro e corruttore; una concezione che riecheggerebbe spesso in un ambiente militare in cui disgusto e disprezzo per gli arabi -cui verrebbe attribuito qualsiasi genere di abitudine esecrabile- sarebbero componenti strutturali. La Illouz si sofferma anche sul partito Shas -per decenni responsabile del ministero degli interni e col tempo trasformatosi in un partito di estrema destra "nella peggiore tradizione dei partiti xenofobi europei"- aperto sostenitore dell'endogamia tra ebrei ortodossi e autonominato custode dei valori morali (presuntamente) incorrotti dei piccoli centri e delle campagne, prima di rilevare citando varie testimonianze la drastica riduzione degli spazi di agibilità politica in tutto lo stato sionista e l'aperta approvazione governativa di iniziative come le esecuzioni extragiudiziali. A livello informale, la consapevole diffusione rinforzata del disgusto -i cui effetti sarebbero statisticamente molto rilevanti nella popolazione più giovane- si affiancherebbe alle iniziative formali per mantenere una evidente disparità di diritti tra ebrei e non ebrei. L'Autrice rileva l'intreccio tra la politica della paura, che unirebbe contro un nemico comune, e la politica del disgusto, che assicurerebbe distanza e separazione da esso.
La Illouz definisce il risentimento come "una reazione rabbiosa alla disuguaglianza, ma anche alla leadership e persino all'eccellenza" con una grossa componente di frustrazione e di non agito. Il risentimento sarebbe una componente rilevante nelle società in cui sono forti la competizione e il confronto, e oggi non scorrerebbe più dal basso verso l'alto, ma circolerebbe in molte direzioni in una stessa società. Sul piano politico il significato e gli effetti del risentimento dipenderebbero dai gruppi sociali che se ne servono e dai loro obiettivi. Nello stato sionista il risentimento sarebbe un'emozione potente nei mizrahim, gruppo lungamente discriminato dallo establishment askhenazita. Su questo risentimento avrebbe fatto leva la destra dello Herut prima e del Likud poi. Il saldo legame tra partito e gruppo etnico avrebbe assicurato alla destra decenni di predominio politico; gli esecutivi e i partiti di destra come lo Shas non avrebbero attuato politiche concrete per il miglioramento delle condizioni dei mizrahim, ma se ne sarebbero assicurati il voto mantenendo vivo il loro rancore. Il risentimento sarebbe alla base del rifiuto dell'universalismo -presentato come caratteristico di una élite decisa a eliminare le differenze culturali per dominare i gruppi oppressi- e consentirebbe di usare la condizione di vittima come un'arma valida a tempo indeterminato, trasformando ingiustizie storiche in ingiustizie irreparabili senza alcuna influenza migliorativa sullo stato di cose presente. In mano a leader populisti -nello stato sionista come altrove- il risentimento si appoggerebbe a forme di identità radicate e non negoziabili trasformandosi in uno strumento di divisione sociale anziché di riparazione. L'Autrice sottolinea come i leader populisti nutrirebbero spesso la convinzione che le istituzioni e il potere giudiziario in particolare siano in mano a gruppi elitari di sinistra, intenzionati a manipolare la società in base ai loro interessi. Il vittimismo sarebbe in questi casi utile a creare un legame tra leader ed elettori, sostituendo l'ideologia con l'identificazione. Nello stato sionista decenni di propaganda del Likud avrebbero reso abituale l'uso di appropriarsi dello status di vittima da parte di individui e gruppi che godrebbero invece di vari privilegi. In particolare l'appropriazione del "linguaggio dei diritti" da parte di esponenti della ultrapotente destra religiosa li porterebbe secondo l'Autrice a esprimere posizioni di ridicola incoerenza. Tra le conseguenze di queste dinamiche, che la Illouz identifica come sostanzialmente identiche in molta parte del mondo "occidentale", vi sarebbe una profonda crisi nel linguaggio morale del liberalismo, che verrebbe svuotato dai suoi nemici.
Paura, disgusto e risentimento formerebbero una matrice emotiva in grado di tracciare confini invalicabili tra i gruppi sociali e di creare un forte attaccamento verso un leader che si presenti come protettore del gruppo.
La Illouz considera il nazionalismo come una forma di amore inteso come attaccamento profondo verso simboli, valore e storia (vera o inventata che sia) che un determinato gruppo usa come ispiratori per definire la propria comunità nazionale. Il populismo si sarebbe ovunque servito del nazionalismo per separare "i gruppi che hanno a cuore la nazione da quelli che hanno a cuore i tribunali internazionali, gli immigrati e i rifugiati". Nello stato sionista la Illouz ravvisa una distinzione tra il "patriottismo inclusivo" del sionismo degli inizi e il successivo "nazionalismo esclusivo e sciovinista". Nello stato sionista paura e securitarismo farebbero dipendere la sopravvivenza del Paese dalla volontà e dall'amore dei cittadini, consolidati dalle invocazioni per lo Ahavat Israel e (più concretamente) dai trentadue mesi di servizio militare obbligatorio e dalle guerre ricorrenti. L'Autrice cita Zeev Sternhell e la sua definizione di "socialismo nazionalista" per la realtà fino al 1977. Negatore del conflitto di classe, il socialismo nazionalista fondato su sangue e terra avrebbe rifiutato di "accettare la società quale teatro di guerra" e giudicato i singoli in base al contributo dato alla collettività; il suo fallimento sociale sarebbe stato dovuto alla presenza nel corpo sociale di profonde divisioni non riconosciute e mai affrontate. Il populismo avrebbe alterato il contenuto di questo nazionalismo eliminandone le componenti laiche e secolarizzate, sovrapponendo e identificando la "terra d'Israele" allo stato sionista contemporaneo, radicalizzando l'accezione della ebraicità e rivolgendola contro ogni detrattore, ritratto come "non abbastanza ebreo" e antipatriottico al tempo stesso. Il nazionalismo religioso promosso dal populismo, più che dei nemici esterni, si occuperebbe di quelli interni -veri o presunti- costruendo a forza di ideali rigidi e di prescrizioni rigorose una ristretta comunità escludente. Il populismo tenderebbe a caratterizzarsi non per la propria pretesa di rappresentare il popolo, ma per quella di essere il solo legittimato a rappresentarlo. L'Autrice scrive quindi che Benjamin Netanyahu -alleatosi ora con lo Shas dei mizrahim, ora con i partiti nazionalreligiosi oggi protagonisti della vita politica- avrebbe costruito la propria carriera usando le tattiche intimidatorie e la retorica tipiche dell'ala radicale del partito repubblicano statunitense, trasformando in un nemico interno e "amico degli arabi" quella stessa sinistra che aveva fondato e retto tutte le istituzioni dello stato sionista. In questa prospettiva la stessa adesione ai valori "occidentali", con particolare riferimento ai criteri della giustizia internazionale, apparirebbe come minimo come una manifestazione di scarso orgoglio nazionale. Le manipolazioni del populismo nazionalista sarebbero state rese possibili da sensibili trasformazioni socioculturali. La progressiva internazionalizzazione delle élite dello stato sionista, per lo più ashkenazite, le avrebbe allontanate socialmente dalle classi lavoratrici mizrahi; lo Shas e il Likud avrebbero tolto al nazionalismo il suo carattere onnicomprensivo e ne avrebbero invece fatta una componente dello habitus politico e morale delle classi inferiori. Il divario sociale avrebbe prodotto nelle diverse classi sociali dello stato sionista visioni morali inconciliabili; le classi inferiori avrebbero trovato nel nazionalismo un motivo di orgoglio identitario e di gratificazione, e avrebbero rinunciato a pretendere politiche in grado di promuovere i loro interessi economici. La Illouz sostiene che l'affinità di Netanyahu con leader populisti e autoritari, assertori della stessa visione nativista della nazione, gli avrebbe fatto stringere accordi e rapporti con antisemiti più o meno manifesti per privilegiare le strategie e la geopolitica dello stato sionista senza o anche contro l'opinione di molte comunità ebraiche. Una linea che Carl Schmitt avrebbe probabilmente approvato. Lo stato sionista sarebbe quindi da tempo un pioniere del modello di "democrazia etnica" cui aspirerebbero i populismi europei: cittadinanza legata all'appartenenza etnica e religiosa, matrimoni misti difficili o impossibili, lotta all'immigrazione in nome di una pretesa e più che altro inesistente omogeneità etnica, contestazione di un ordine internazionale basato su principi morali. Con Netanyahu l'esecutivo avrebbe smesso di rappresentare il popolo nel suo complesso, per mirare invece a espandere il territorio dello stato e a distruggere i nemici designati, interni o esterni che siano.
La Illouz intende fornire una griglia per interpretare più genericamente il fenomeno del populismo, di cui lo stato sionista presenterebbe un caso specifico. In particolare, l'Autrice sottlinea come le vicende dello stato sionista siano emblematiche di come i leader populisti siano riusciti a recidere il rapporto della sinistra con le classi lavoratrici e a ritrarla invece come rappresentante delle élite, e di come i valori dell'universalismo illuminista non possano essere dati per scontati e stiano invece conoscendo pesanti battute d'arresto in molte realtà.


Eva Illouz - Emozioni antidemocratiche. L'esempio di Israele. Castelvecchi, Roma 2024. 240 pp.