Gilles Kepel - Olocausti

Olocausti è un saggio in cinque capitoli che ha molte delle caratteristiche dello instant book; lo scritto verte sull'attacco sferrato dai combattenti palestinesi contro lo stato sionista il 7 ottobre del 2023 e sugli avvenimenti dei successivi dodici mesi. Studioso del Medio Oriente con oltre cinque decenni di esperienza, Gilles Kepel intende individuare i "punti ciechi" trascurati dalla propaganda e proporre delle riflessioni razionali e verificabili sulle circostanze e sugli eventi che avrebbero portato il 7 ottobre 2023 all'attacco contro lo stato sionista. L'introduzione di Olocausti presenta innanzitutto una aperta deplorazione degli effetti della propaganda sull'opinione pubblica, con particolare riferimento all'ambiente universitario. Kepel lo auspicherebbe propenso all'approfondimento oggettivo e documentato delle questioni, invece che a quello che egli considera "un colpo di mano epistemologico, coronamento della penetrazione delle ideologie woke e decoloniale" nei campus europei e statunitensi, in cui l'espansione coloniale europea avrebbe sostituito lo sterminio degli ebrei d'Europa "come principio organizzatore del Male universale". A chi sacralizza la storia per subordinarla alla propria "ipermnesia mistica" come i sostenitori della politica sionista nei Territori occupati, Kepel vedrebbe contrapporsi una contestazione "cresciuta a telefoni e social network" che avrebbe fatto tabula rasa del passato, salvo ricodificarlo dottrinalmente "per giustificare i cavalli di battaglia di oggi". A contendersi la "Terra Santa" sarebbero ormai due nazionalismi messianici reciprocamente esclusivi e propensi al ricorso alla violenza illimitata, scrive Kepel portando abbondanti esempi della visione del mondo e della pratica militare di entrambi i campi. L'A. sostiene che per molti anni lo stato sionista avrebbe favorito la divisione della Palestina in due territori distinti per agevolarne la scomparsa come entità storica. In particolare, il lungamente Primo Ministro Benjamin Netanyahu avrebbe favorito l'ascesa a Gaza del leader di Hamas Yahya Sinwar -dopo averlo fatto liberare nel 2011 insieme a oltre un migliaio di altri detenuti palestinesi- e avrebbe chiuso entrambi gli occhi sui finanziamenti multimilionari che Hamas avrebbe ricevuto per anni dal Qatar. L'accanimento contro Gaza sarebbe poi servito a nascondere la responsabilità storica di Netanyahu per il pogrom del 7 ottobre, avvenuto a quanto pare quando le truppe dal confine di Gaza erano state ritirate e inviate in Cisgiordania per fronteggiare la rivolta dei palestinesi cacciati a getto continuo dalle loro terre. Kepel considera il 7 ottobre come "il culmine del fallimento della visione neoconservatrice del Medio Oriente" i cui disegni avrebbero preso il via con le provocazioni di Ariel Sharon nel 2000 e sarebbero finiti con gli "Accordi di Abramo" tra lo stato sionista e le monarchie del Golfo. Il suo saggio intende contribuire a una conoscenza del contesto.
L'olocausto, ricorda Kepel, è un rito sacrificale in cui la vittima è consumata dal fuoco. E olocausti sarebbero i sacrifici di massa inflittisi reciprocamente da palestinesi ed ebrei dello stato sionista. Il suo scritto intende inquadrare in una prospettiva temporale lunga gli avvenimenti del 7 ottobre e sarebbe stato elaborato in un clima da "scontro di civiltà" in cui anche a livello accademico l'ideologia avrebbe preso il posto della conoscenza e in cui l'A. sarebbe stato fra i primi a fare le spese del virulento clima antisionista venutosi a creare anche alla École Normale Supérieure.
Kepel ricorda la violenta polarizzazione con cui sarebbero stati vissuti gli esiti della razzia di Hamas. Lo scontro tra sionisti e arabi portato al parossismo sarebbe stato vissuto dai primi come il ritorno di antichi fantasmi che lo stato sionista non sarebbe riuscito a esorcizzare, e visto dai secondi come l'inizio della fine del dominio "occidentale". In "Occidente" -in Francia e negli USA in particolare- la prima forte compassione per le vittime si sarebbe diluita in poche settimane, con l'aumento esponenziale dei palestinesi uccisi nell'offensiva sionista contro Gaza. In pochi mesi il loro ammontare ne avrebbe fatto "un massacro senza precedenti in qualsiasi guerra" condotta dallo stato sionista dal 1948 in poi. Kepel ripercorre le tappe che avrebbero portato Hamas a sferrare un attacco chiamato "diluvio di al Aqsa", prima delle quali sarebbe stata la provocatoria "passeggiata" di Ariel Sharon. Le violenze che sarebbero seguite avrebbero fatto deragliare il processo di pace iniziato a Oslo nel 1993. Il diluvio di al Aqsa si inserirebbe in una "grandiosa ed esaltante narrazione del virtuosismo religioso islamico" e farebbe riferimento, come molte altre iniziative militari dirette contro lo stato sionista, alla razzia condotta "con esplicita crudeltà" dall'Inviato contro gli ebrei di Khaibar nel 628. Esempio di "razzia benedetta" in una storia che ne presenterebbe numerosi e più o meno fortunati casi, gli eventi del 7 ottobre costituirebbero una riedizione degli attacchi dell'11 settembre 2001 contro gli USA, e allo stesso modo avrebbero mostrato di colpo al mondo la debolezza di un avversario presuntamente invincibile, incoraggiando i credenti edotti via web a mobilitarsi per distruggerlo definitivamente. Kepel ricorda come analoghe efferatezze commesse dal FLN in Algeria avrebbero scatenato una repressione deliberatamente sproporzionata, che avrebbe portato il biasimo internazionale sulle autorità della République. E ricorda anche come il 6 ottobre del 1973 lo stato sionista sarebbe stato colto di sorpresa dall'attacco egiziano, in una guerra che avrebbe trasformato il petrolio in un'arma politica e visto il ritorno dell'Islam come forza mobilitatrice al punto da portare nel 1981 all'assassinio dello stesso protagonista degli eventi del 1973, il presidente egiziano Anwar Sadat. L'A. sottolinea come lo stato sionista sarebbe riuscito a capovolgere gli eventi del 1973 in una ventina di giorni e ad avere ragione di due eserciti regolari. Nel 2023 la situazione sarebbe stata molto diversa e le massicce e indiscriminate distruzioni avrebbero avuto un effetto deleterio sulla reputazione dello stato sionista. Kepel nota con fastidio che "il popolo sopravvissuto alla Shoah [sic] si è ritrovato accusato di genocidio, in un rovesciamento di tutti i valori il cui clamore si sarebbe levato dai quartieri popolari del 'Sud globale' fino al prestigioso campus di Harvard, vivaio delle élite globalizzate", e paragona il leader di Hamas Yahya Sinwar al Bin Laden del 2001. Kepel riferisce della moderazione -molto simile a una presa di distanza motivata dalla volontà di non farsi trascinare in una guerra insostenibile- con cui Hezbollah avrebbe accolto l'accaduto, e del ruolo degli Ansar Allah yemeniti, appoggiati da Tehran per la loro viscerale ostilità allo wahabismo saudita e per l'esplicito odio professato contro lo stato sionista. Dopo alcuni cenni biografici su Sinwar, l'A. ricorda il ruolo del Qatar a Gaza e la sua funzione di cuneo tra Hamas e la Repubblica Islamica dell'Iran. Con i suoi finanziamenti -tesi a evitare il collasso economico della Striscia di Gaza- il Qatar avrebbe sostanzialmente riconosciuto Hamas come amministratore autonomo di Gaza, con l'assenso di Benjamin Netanyahu e col fattivo aiuto del Mossad e dei servizi egiziani. Dal 2017 in poi Sinwar avebbe invece spostato l'asse di Gaza verso la Repubblica Islamica dell'Iran, a scapito del "canale storico" di Hamas a suo agio a Doha; anche l'assassinio di Qassem Soleimani da parte degli USA nel 2020 sarebbe concausa degli attacchi del 7 ottobre, avendo portato l'Iran a giurare vendetta. Accennando alle origini di Hamas, l'A. descrive la strategia di reislamizzazione della società messa in atto dal 1973 in poi dal Centro Islamico Palestinese, secondo la pratica propria dei Fratelli Musulmani e con il favore delle autorità sioniste, propense ad assecondare un'organizzazione in contrasto al marxismo e al terzomondismo di stampo sovietico dell'OLP. Il movimento Hamas sarebbe nato dal Centro Islamico nel 1987 durante la prima Intifada e al contrario dei movimenti salafiti si sarebbe mostrato propenso a stringere rapporti con il mondo sciita, adottando il pensiero dell'ayatollah iracheno Mohammed Baqir al Sadr e quello del radicale teorico dei Fratelli Musulmani Sayyd Qotb. L'indebolimento dell'Islam politico sunnita dopo le "primavere arabe" e la sconfitta dello Stato Islamico in Iraq e nel Levante non avrebbe lasciato altra scelta a Hamas se non quella di diventare la punta avanzata sunnita nell'Asse della Resistenza organizzato da Tehran. Nella sua comunicazione politica, Sinwar avrebbe presentato Hamas come un modello per la Cisgiordania e per gli arabi dello stato sionista.
Lo "sconcertante dallimento" dello stato sionista il 7 ottobre 2023 sarebbe da ascrivere alla politica di Benjamin Netanyahu, che avrebbe distolto truppe dal confine con Gaza per inviarle in Cisgiordania a sovrintendere su un ordine pubblico pesantemente minacciato dall'espansione violenta degli insediamenti ebraici. La maggioranza di governo si sarebbe retta sui quattordici seggi dell'estrema destra di Bezazel Smotrich e di Itamar Ben Gvir, che considera l'espansione degli insediamenti una priorità e che Netanyahu non avrebbe avuto alcuna intenzione di contrariare. Secondo Kepel, Netanyahu avrebbe sempre rafforzato "il carattere di mostro" di Hamas nel contesto della frammentazione e della prospettata sparizione della Palestina come tale. Al momento dell'attacco di Hamas inoltre il governo dello stato sionista sarebbe stato in procinto di minare il primato della Corte Suprema, per modificare la natura democratica dello Stato mettendo il potere giudiziario sotto il controllo dell'esecutivo. Le tensioni politiche e le conseguenti proteste sarebbero state interpretate dall'Asse della Resistenza come segno di potenziale crollo di uno stato sionista minato dalle proprie contraddizioni. L'attacco di Hamas avrebbe messo brutalmente in discussione la capacità dello stato sionista di esercitare in modo strutturale il ruolo di protettore degli ebrei. Secondo Kepel sarebbe mancata nello stato sionista la volontà di criticare le scelte del Primo Ministro -che sarebbe stato sicuro di poter manipolare a piacimento Hamas e Sinwar- e e le sue esigenze di sopravvivenza politica e giudiziaria. La distruzione di Gaza altro non sarebbe che la conseguenza di una diligente applicazione della dottrina militare proposta dal Libro Bianco emesso nel 2015 dalle forze armate dello stato sionista, in cui qualsiasi minaccia verrebbe presentata come diretta all'esistenza stessa dello stato sionista e come tale meritevole di "risposta sproporzionata", in linea con la visione "suprematista e messianica" fatta propria dal governo in carica. Secondo Kepel il governo dello stato sionista si sarebbe mosso seguendo imperativi politici strettamente interni, dettati per lo più da partiti religiosi eletti dalle fasce più conservatrici (e prolifiche) della popolazione secondo dinamiche sovrapponibili a quelle dei paesi vicini. L'A. si sofferma in particolare sul Gush Emunim e sulle formazioni sioniste religiose nate nel suo ambiente; guidate da Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, molto forti nelle colonie in Cisgiordania e nelle brigate di élite delle forze armate e caratterizzate da un aggressivo annessionismo di stampo escatologico, confermato con il ricorso alla lettura decontestualizzata e letterale dei testi sacri. Sul piano della politica estera invece le iniziative dello stato sionista si sarebbero dimostrate "estremamente controproducenti", costringendo lo stato sionista a insistere -oltre che sulla distruzione di Gaza- su una campagna di esecuzioni extragiudiziali di cui sarebbero rimasti vittime praticamente tutti i principali leader dell'Asse della Resistenza. Una serie di dimostrazioni di virtuosismo da parte dei servizi dello stato sionista che avrebbe ripristinato l'immagine dell'apparato dopo la Waterloo del 7 ottobre.
Nel 2024 la devastazione di Gaza avrebbe contribuito a radicalizzare e cristallizzare un "Sud globale", che Kepel non ama e che considera pur "introvabile", vicino ai BRICS guidati da Russia e Cina e contrapposto alle democrazie liberali del "Nord" di cui lo stato sionista rappresenterebbe la più esecrabile incarnazione. L'estendersi delle ostilità secondo le modalità del Libro Bianco a tutti i Paesi e a tutte le organizzazioni coinvolte a qualsiasi titolo nell'Asse della Resistenza sarebbe dovuto anche al recuperato predominio dell'ala pragmatica dell'esecutivo, rappresentata da quello Yoav Gallant allontanato sulle prime dal Ministero della Difesa perché contrario al progetto di riforma della giustizia. Indebolire la Repubblica Islamica dell'Iran in modo diretto o indiretto sarebbe servito anche ad allentare la minaccia sui governi di Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan, paesi firmatari di accordi di pace con lo stato sionista. Kepel dedica spazio in particolare ai rapporti dello stato sionista con la Repubblica di Turchia e al loro andamento, sensibilmente modificato dall'ascesa del partito AKP e di Recep Tayyip Erdoğan. L'A. sottolinea la vicinanza della propaganda turca e di Erdoğan in particolare al panislamismo e a Hamas nel contrasto a quegli "Accordi di Abramo" che prevederebbero la cancellazione della questione palestinese dall'agenda politica mondiale, anche se Ankara non sarebbe mai venuta meno al mantenere con lo stato sionista ottimi rapporti soprattutto dal punto di vista economico. Altrettanta attenzione viene dedicata alla linea diplomatica mediatrice del Qatar, paese interessato a sottrarsi all'influenza saudita tramite il mantenimento di una rete internazionale legata ai Fratelli Musulmani e soprattutto residenza di Ismail Hanyeh -ucciso a Tehran dallo stato sionista il 31 luglio 2024- e di Khaled Meshal, esponenti di primo piano di Hamas "secondo tutti gli indizzi tenuti fuori dalla decisione di Yahya Sinwar di lanciare la razzia del 7 ottobre". Il riconoscimento di uno Stato palestinese sarebbe stato introdotto dall'Arabia Saudita -investitore insostituibile per gli Accordi di Abramo e ormai potenza mondiale a tutti gli effetti- come condizione per la normalizzazione delle relazioni diplomatiche con lo stato sionista. Kepel descrive infine i rapporti politici e diplomatici dello stato sionista con la Federazione Russa e con la Repubblica Popolare Cinese, rapporti in entrambi i casi minati dalla recrudescenza del risentimento antioccidentale dopo decenni di intesa cordiale. 100 I ministri Itamar Ben-Gvir, Bezalel Smotrich e Yoav Gallant avrebbero più volte negato l'esistenza di un popolo palestinese, espresso l'intenzione di cacciare gli abitanti della Striscia di Gaza verso l'Egitto e condotto la guerra in modo da trattare gli abitanti come "animali umani", dal momento che i combattenti di Hamas si sarebbero comportati come tali. Tutto questo sarebbe valso allo stato sionista una denuncia per genocidio alla Corte Internazionale di Giustizia da parte del Sud Africa. Kepel teme che designare lo stato sionista come genocida possa minarne la legittimità -dato che l'ONU lo avrebbe creato "per dare protezione territoriale alle popolazioni vittime della Shoah"- e che in prospettiva possa anche screditare il "magistero politico occidentale sul pianeta" dal momento che il sostegno allo stato sionista e al suo diritto a difendersi sarebbe "parte integrante dell'identità dell'Occidente contemporaneo". Kepel si spinge fino ad asserire che una incriminazione da parte della Corte toglierebbe allo sterminio degli ebrei d'Europa il valore di "paradigma del genocidio", e affronta con un qualche impaccio il dato di fatto per cui le incoerenze occidentali in materia di diritti umani possono essere rilevate -e con ragione- anche da Paesi dalla storia e dalla condotta senz'altro eccepibili. Contrariamente ad altre occasioni -come nel 2004, quando la Corte concluse che la costruzione del muro in Cisgiordania era contraria al diritto internazionale- lo stato sionista avrebbe cercato di far valere le proprie ragioni (con poco esito, visto che nel novembre 2024 la Corte avrebbe emesso mandati di arresto contro i vertici dell'esecutivo) inviando alla Corte un ex presidente della stessa Corte Suprema che l'esecutivo di Netanyahu stava cercando di affossare. Kepel sostiene convintamente l'idea che un insuccesso politico dello stato sionista contribuirebbe a un rovesciamento degli equilibri di potere su scala mondiale già ampiamente in atto, da cui si avvantaggerebbero innanzitutto la Repubblica Islamica dell'Iran, la Repubblica Popolare Cinese e la Federazione Russa. Prima di tornare sul peggioramento dei rapporti dello stato sionista con l'Arabia Saudita e di riportare un lungo excursus sulla situazione diplomatica e politica al marzo 2024, l'A. nota che sul piano diplomatico persino un Vladimir Putin potrebbe presentarsi come capace di ottenere qualcosa da Hamas, per il fatto puro e semplice di non essere allineato con l'Occidente e men che meno con lo stato sionista.
Nell'ultimo capitolo Kepel ribadisce la convinzione per cui il conflitto tra stato sionista e palestinesi avrebbe creato un linea di frattura senza precedenti tra un "autoproclamato Sud globale" e un "Nord" che esso designerebbe come proprio avversario, e ricorda come la Corte Internazionale di Giustizia, al pari della Corte Penale Internazionale, avrebbe fatta propria la definizione di genocidio elaborata da Raphael Lemkin nel 1943 in un momento in cui lo stato sionista più che mai avrebbe seguito una strategia puramente militare e del tutto indifferente ai "danni collaterali". L'esecutivo di Netanyahu, ricorda l'A., non avrebbe fatto tesoro neppure dell'esperienza statunitense in Iraq, dove l'aggressione pura e semplice senza la preparazione di alternative credibili per il governo del Paese si sarebbe tradotta in un "amaro e costoso fallimento"; così facendo avrebbe molto peggiorato anche la propria posizione anche davanti alla CIG, competente nei confronti degli Stati sovrani e non dei singoli individui. Kepel nota che il riconoscimento della Palestina come Stato sovrano da parte dei Paesi dell'Unione Europea indicherebbe un atteggiamento opposto a quello degli "Accordi di Abramo", il cui fine ultimo sarebbe quello di favorire un rapido sviluppo economico del Medio Oriente in modo da togliere le istanze palestinesi dall'agenda. Sul processo decisionale che avrebbe portato all'attacco del 7 ottobre 2023, Kepel ritiene che Sinwar -noto peraltro per la "disinibizione omicida" con cui da fondatore dei servizi di informazioni di Hamas si sarebbe occupato dei potenziali informatori e con cui avrebbe poi epurato il movimento dai propri avversari- potrebbe essersi avvalso della distanza dottrinale tra Hamas e la Repubblica Islamica dell'Iran per assumersi per intero la responsabilità della decisione e per procedere secondo logiche e calcoli esclusivamente palestinesi senza interpellare i propri mentori sciiti. In questo, Hamas avrebbe gravemente sottovalutato le conseguenze delle proprie iniziative; con il biasimo dell'Autorità Nazionale Palestinese, il movimento sarebbe chiamato ad affrontare anche l'ostilità dei paesi sunniti confinanti e più chiamati all'impegno finanziario per la ricostruzione. Secondo Kespel difficilmente le petromonarchie del Golfo accetterebbero infatti di impegnarsi in una Gaza in cui l'alleato del loro nemico esistenziale abbia un'influenza apprezzabile. Secondo l'A., direttamente impegnato nella traduzione di materiali inerenti la diplomazia mediorientale e filooccidentale al di là di ogni questione, Hezbollah e i vertici della Repubblica Islamica dell'Iran avrebbero fatto buon viso a cattivo gioco non solo per motivi militari, ma anche per la distanza di importanti partner economici come la Repubblica Popolare Cinese dalle loro opzioni geopolitiche più radicali. Kepel tratta anche dell'approssimarsi delle elezioni presidenziali negli USA, delle difficoltà del candidato democratico e di come Netanyahu avrebbe fatto ampio ricorso a tattiche dilatorie per non essere estromesso dal potere, in attesa di una eventuale vittoria di Donald Trump che -effettivamente verificatasi- gli avrebbe sostanzialmente restituito piena libertà di azione. Nelle ultime pagine del saggio Kepel esamina in modo più approfondito la diplomazia e le dinamiche interne dello Stato del Qatar e della Repubblica Araba d'Egitto in considerazione dei loro ruoli insostituibili per qualsiasi processo negoziale, concludendo con una rassegna evenemenziale sulle ostilità e sulle iniziative diplomatiche fino al giugno del 2024.


Gilles Kepel - Olocausti. Israele, Gaza e lo sconvolgimento del mondo dopo il 7 ottobre. Milano, Feltrinelli 2024. 192 pp.