Marco Clementi, Paolo Persichetti, Elisa Santalena - Brigate Rosse. Dalle fabbriche alla "campagna di primavera" - Volume 1

Il primo volume che Marco Clementi, Paolo Persichetti ed Elisa Santalena hanno dedicato nel 2017 alla storia della formazione combattente irregolare delle Brigate Rosse intende ripercorrerne in modo organico le vicende dalle origini fino al 1978, anno in cui Aldo Moro -presidente del partito Democrazia Cristiana- sarebbe stato rapito e ucciso. Gli AA. sottolineano la difficoltà nello storicizzare la parabola delle Brigate Rosse, dovuta a loro modo di vedere alla perdurante difficoltà di storicizzare gli anni Settanta del XX secolo, considerati ancora "prigionieri del presente". Il testo è stato redatto incrociando le fonti d'archivio con le testimonianze, indagando le discordanze più evidenti; gli AA. indagano anche il rapporto tra storia e verità, tenendo distinta la verità storica e il suo continuo work in progress dal processo chiuso che porta alla verità giudiziaria. La materia specifica avrebbe peraltro conosciuto la pubblicazione di una cospicua- mole di saggi di contenuto complottista, per loro natura impermeabili a qualsiasi smentita. In tutto il libro viene confutato in modo ricorrente anche il contenuto di giornali e rotocalchi, in cui questo tipo di deriva è spesso una caratteristica sostanziale. Il fatto che per decenni le fonti documentali maggiormente accessibili siano state gli atti giudiziari, insieme alla polverizzazione delle testimonianze individuali, avrebbe impedito la costruzione di una memoria storica su un fenomeno sociale "che non fu figlio illegittimo, ma parte integrante anche se minoritaria, di un scontro decennale" di cui nella penisola italiana sarebbero in pochi ad ammettere l'esistenza. Gli AA. descrivono nei dettagli disponibilità, pregi e limiti delle fonti cui sono potuti ricorrere.
La prima parte del libro inizia con una descrizione delle immediate conseguenze a livello militare, istituzionale e politico del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, per poi trattare di come la sua uccisione sarebbe stata decisa dopo una consultazione capillare all'interno dell'organizzazione delle Brigate Rosse in cui sarebbero state interpellate "tutte le colonne, le brigate territoriali, servizi e di fabbrica" e che solo un esplicito intervento dell'allora segretario della Democrazia Cristiana Benigno Zaccagnini "nel senso dell'assunzione di responsabilità nel problema dei prigionieri politici" avrebbe potuto scongiurarla. Il principio dell'irremovibilità si sarebbe rivelato invalicabile. Le Brigate Rosse avrebbero così ucciso il loro ostaggio per colpire l'intera dirigenza della Democrazia Cristiana, oltre che per impedire che una liberazione senza contropartita facesse prevalere nel movimento rivoluzionario le posizioni dell'Autonomia, secondo cui la lotta armata sarebbe dovuta servire come semplice supporto alla violenza rivoluzionaria diffusa anziché costituirne l'asse strategico.
Le origini delle Brigate Rosse vengono identificate dagli AA. nelle lotte dal basso che nel corso degli anni Sessanta del XX secolo avrebbero sorpreso e scavalcato le tradizionali organizzazioni del movimento operaio e della sinistra storica. Il secondo capitolo del libro rievoca la nascita dei primi Comitati Unitari di Base nelle fabbriche milanesi, concepiti come organismi in grado di fare pressione sui sindacati ufficiali e in grado di aprirsi alla società e in particolare al mondo studentesco. Milano, con la fondazione del Collettivo Politico Metropolitano nel settembre 1969, sarebbe diventata il centro di un movimento spontaneo dal basso che avrebbe catalizzato persone provenienti da esperienze diverse. La rapidissima organizzazione di altri sindacati di base avrebbe permesso di organizzare ed espandere le attività sindacali, politiche e di protesta nelle grandi città della penisola italiana, facendone per anni una delle realtà più conflittuali dell'Europa occidentale. Gli AA. ricordano tra gli obiettivi dei lavoratori -che avrebbero adottato nuove modalità di coordinamento e di lotta allo scopo di provocare il massimo danno ai padroni con il minimo costo per gli operai- "la fine del cottimo, l'abbassamento dei ritmi di lavoro, il superamento delle differenze salariali (aumenti uguali per tutti), delle gabbie salariali (che prevedevano salari inferiori nel Meridione), l'adozione di misure contro i lavori più nocivi e le mansioni più pericolose e soprattutto lo sganciamento del legame tra salario e produttività". In questa nuova logica sarebbero rientrati anche i sabotaggi e il ricorso alle vie di fatto contro gli esponenti della gerarchia di fabbrica, dai capi reparto ai dirigenti. A indurre l'estrema sinistra ad armarsi sarebbe stata la strage di piazza Fontana, il 12 dicembre 1969, e la constatazione che le normali pratiche di lotta si stavano rivelando insufficienti a modificare i rapporti di forza. Il Collettivo Politico Metropolitano sarebbe diventato Sinistra Proletaria; il documento finale di un convegno tenutosi in un istituto religioso di Chiavari avrebbe auspicato la fondazione di nuclei armati in grado di intervenire nella lotta sociale in contesti urbani, in vista di un processo rivoluzionario di lunga durata. Le città sarebbero state privilegiate come terreno di scontro perché considerate i contesti in cui le contraddizioni della società capitalista apparivano con più evidenza. A partire dall'autunno del 1970 le azioni ostili contro il padronato compiute dalla appena costituita Brigata Rossa milanese -che nel maggio 1972 sarebbe stata smantellata dagli arresti, inducendo i pochi militanti rimasti liberi a entrare in clandestinità- sarebbero state rivendicate con comunicati chiari e programmatici a nome di un'organizzazione interna alle fabbriche. A fronte della inadeguatezza dimostrata dalla "struttura aperta", i brigatisti rimasti liberi -Mario Moretti, Manolo Morlacchi, Renato Curcio, Margherita Cagol, Alberto Franceschini- avrebbero rifondato la formazione combattente secondo i criteri della compartimentazione, della clandestinità e di una militanza a tempo pieno caratteristica dei rivoluzionari di professione. Gli AA. rievocano anche il contesto sociale e internazionale dell'epoca, che avrebbe favorito nelle fabbriche milanesi e torinesi gli intenti di un'organizzazione che non sarebbe nata "da una forzatura teoretica", ma come naturale -anche se minoritaria- espressione di un'offensiva operaia ancora lontana dal suo apice. Una vertenza sindacale alla Fiat di Mirafiori segnata da pesanti scontri di piazza e culminata con l'occupazione della fabbrica avrebbe visto le Brigate Rosse prendere l'iniziativa, schedando il personale appartenente alla destra estrema e distruggendo decine di automobili di quadri, dirigenti e individui sospettati di collaborare con la repressione. La sinistra parlamentare avrebbe iniziato a combattere contro le Brigate Rosse e contro la fitta "opacità operaia" che proteggeva i combattenti irregolari "riscoprendo le proprie tradizioni poliziesche" e ricorrendo a sua volta a schedature, infiltrazioni e delazioni. Nel corso degli anni le Brigate Rosse si sarebbero organizzate secondo le necessità quotidiane "in un lavoro contemporaneamente pratico e teorico"; nel 1974 il coordinamento tra le colonne di Milano e Torino (Curcio, Cagol, Franceschini, Moretti e Morlacchi) avrebbe così ripartito l'organizzazione -all'epoca autrice di brevi rapimenti e di altre azioni eclatanti ai danni del sindacato CISNAL e di organizzazioni vicine a quadri, dirigenti e classi padronali- in un "fronte logistico", un "fronte delle fabbriche" e un "fronte della controrivoluzione". Il limite delle Brigate Rosse, riconosciuto dagli stessi fondatori, sarebbe stato invece nell'incapacità di uscire dai limiti della clandestinità e della marginalità e nel non essere riuscite a "organizzare una tendenza di massa". Alla fine del 1973, nel contesto del primo rapimento di lunga durata ai danni di un dirigente torinese della Fiat avvenuto nel contesto di una vertenza sindacale, le Brigate Rosse avrebbero diffuso una rivendicazione contenente i concetti di fondo del loro agire: il rifiuto di ogni ipotesi di "compromesso storico" e la creazione di una forte opposizione armata di sinistra circoscritta alla classe operaia, "dalla quale partire per conquistare il resto delle masse all’idea della rivoluzione". Gli AA. sottolineano come la veemente deplorazione dell'iniziativa da parte delle forze parlamentari e dei sindacati si scontrasse invece con l'approvazione esplicita e sarcastica che serpeggiava nelle fabbriche. Nell'aprile del 1974 i limiti della lotta condotta nelle fabbriche avrebbero fatto comprendere che "le decisioni venivano prese in luoghi diversi da quelli dello scontro sindacale", inducendo le Brigate Rosse a consolidare le propria organizzazione in modo da portare lo scontro fuori dalle fabbriche alzandone contemporaneamente il livello. Il libro cita il sequestro del giudice Mario Sossi avvenuto nell'aprile del 1974 come primo "attacco al cuore dello Stato" secondo le nuove linee d'azione, e rileva come l'esistenza delle Brigate Rosse fosse compiutamente nota ai servizi di sicurezza dello stato che occupa la penisola italiana almeno dal 1971, che avrebbe stimato -non sempre con buona approssimazione- anche la numerosità dell'organizzazione e le strategie messe in atto. Nella loro valutazione del fenomeno, i servizi avrebbero considerato la lotta armata una evoluzione, e non "una variante impazzita" di una serie di fenomeni nati da cause economiche, politiche e sociali legate alla rapida crescita economica e all'altrettanto rapida urbanizzazione. Una pratica, quella della lotta armata, che avrebbe avuto come principali aree quella della fabbrica, dell'università e del proletariato urbano e i cui militanti, che avrebbero agito "più per un atto di volontà che per una condizione immanente alla storia", sarebbero venuti dalle file comuniste e dei cattolici progressisti.
Un numeroso gruppo di combattenti irregolari definito "nucleo storico" sarebbe stato arrestato fra il 1974 e il 1975. Gli AA. scrivono di come gli imputati avrebbero cercato, nel maggio del 1976, di servirsi del dibattimento per ottenere la massima visibilità possibile per la propria causa. A differenza delle gazzette, le indagini della magistratura avrebbero riconosciuto o confermato il carattere politico delle Brigate Rosse e delle loro iniziative, dirette a "combattere lo Stato democratico e costituzionale quale è oggi, con il fine di dare tutto il potere al popolo armato attraverso il mezzo della guerra di classe" e non accostabili alla criminalità comune. Sul processo avrebbe avuto un impatto rilevante la contemporanea uccisione del giudice Francesco Coco. Accusato in un lungo volantino di rivendicazione di aver centrato la propria attività "nella persecuzione della classe lavoratrice", Coco sarebbe stato la prima vittima di un agguato mortale pianificato da Brigate Rosse ormai intenzionate a "disarticolare l'apparato dello Stato". Il testo segue anche il dibattito che la scelta degli imputati di ricusare i difensori d'ufficio avrebbe aperto sulla stampa, notando come l'allungarsi dei tempi avrebbe provocato un intervento legislativo che avrebbe allungato i tempi della carcerazione preventiva e come lo scontro nato in tribunale ne sarebbe uscito con l'assassinio di Fulvio Croce, avvocato torinese e difensore d'ufficio inviso come tale agli imputati, all'oscuro del fatto che sarebbe stato impegnato nel proporre una legge che consentisse l'autodifesa. La morte di Croce avrebbe intimorito i potenziali giudici popolari al punto da costringere la corte a rinviare sine die il processo, e il Consiglio SUperiore della Magistratura a chiedere all'esecutivo di provvedere per decreto legge a sospendere i termini della custodia preventiva per casi analoghi. Gli AA. ricordano come gli archivi delle carceri e in special modo delle carceri speciali non siano a tutt'oggi consultabili, rendendo molto difficile una ricostruzione storica della realtà carceraria degli anni Settanta e Ottanta del XX secolo, in cui spiccherebbero tra l'altro il ricorso a prassi tese a dividere i combattenti irregolari dalla massa dei detenuti comuni, alla sistematica repressione violenta delle proteste e all'intimidazione delle voci scomode. Il crescente numero di combattenti irregolari prigionieri avrebbe fatto del circuito carcerario un terreno di scontro in cui Roma avrebbe sperimentato per più di dieci anni pratiche repressive anche micidiali -come a Firenze e ad Alessandria- e leggi d'emergenza; questo non avrebbe evitato la politicizzazione di un certo numero di reclusi e un corrispettivo radicalizzarsi delle loro prospettive. Il testo dedica per questo alcuni excursus alla storia dei Nuclei Armati Proletari -considerati "il braccio armato dei detenuti"- e al tema della (contro)riforma carceraria, in pochi mesi privata in sede parlamentare di ogni seria spinta riformatrice e poi arenatasi prima davanti all'inadeguatezza di strutture e mezzi, e poi per il securitarismo adottato da istituzioni che avrebbero ben compreso il pericolo rappresentato dai detenuti provenienti dalla lotta armata. A questo riguardo gli AA. trattano anche della condotta auspicata per i combattenti irregolari in stato di detenzione e dell'evasione di Renato Curcio dal carcere di Casale Monferrato; al miglioramento delle condizioni dei detenuti le Brigate Rosse e i detenuti attratti dal loro esempio avrebbero spesso anteposto la delegittimazione e la distruzione dell'istituzione carceraria. Clementi, Persichetti e Santalena trattano quindi di come, nel 1977, le istituzioni avrebbero reagito con la cancellazione di fatto dei diritti dei detenuti e iniziando a destinare "a totale discrezione dell'amministrazione carceraria" (e del mondo politico) i combattenti irregolari e i detenuti comuni implicati in rivolte ed evasioni a sezioni di massima sicurezza nel "circuito dei camosci", le carceri di Cuneo, Trani, Fossombrone, Favignana e Asinara. Gli AA. sottolineano come le misure di sicurezza qui adottate servissero non solo ad isolare, ma ad "annichilire i militanti in modo progressivo, privandoli oltre che dell’ossigeno politico anche dei più semplici rapporti umani, dell’affetto, della difesa, della coscienza della loro stessa dignità di uomini".
Il quarto capitolo illustra come con la liberazione di Curcio e con la fondazione di una colonna romana ad opera di Moretti le Brigate Rosse si sarebbero prefisse alcuni obiettivi fondamentali che sarebbero poi rimasti una costante, in un periodo in cui a loro modo di vedere la sconfitta statunitense in Vietnam, la crisi petrolifera e la sovrapproduzione avrebbero costretto il capitale ad autoriformarsi per evitare il rischio di una dissoluzione del sistema o anche a reagire sostenendo vere e proprie dittature. Questi obiettivi sarebbero stati la liberazione dei militanti prigionieri, l'offensiva all’interno delle fabbriche per promuovere l'autonomia operaia e l'attacco allo Stato, in particolare al partito della Democrazia cristiana in cui le Brigate Rosse avrebbero visto l'asse portante nella penisola italiana di un progetto in cui il capitale avrebbe assunto al posto dello Stato il ruolo di mediatore tra le classi sociali. Il Partito Comunista sarebbe stato visto invece, tra le altre cose, come una formazione conservatrice e destinata a controllare rigidamente il consenso e il mercato del lavoro, come un partito opportunista se non traditore. A questo proposito gli AA. riportano anche nel dettaglio le differenze e le affinità tra due risoluzioni -una del 1975 e una del 1978- e le norme di comportamento cui i militanti avrebbero dovuto attenersi nella vita di tutti i giorni. La formazione combattente avrebbe identificato i principali nemici della classe opereaia nel partito della Democrazia Cristiana e nella Confindustria, organizzazione a tutela degli interessi padronali. Al tempo stesso, lo stato che occupa la penisola italiana -intento a dotarsi di apparati, mezzi e procedure che avrebbero presto trasformato l'intera società in una immensa "libertà vigilata"- sarebbe stato accusato di negare ogni valenza politica alla lotta armata, trattando così i combattenti irregolari come "criminali speciali" da sottoporre a un "trattamento differenziato" per liquidarne una identità politica che pure veniva loro negata. Gli AA. rilevano come già all'epoca "i gruppi e le organizzazioni legali e semilegali" avrebbero per lo più preso le distanze dalle Brigate Rosse, considerandone gli intenti come "ipotecati da una macroscopica dose di volontarismo e di arbitrio" -per non dire di presunzione- e distanti dai bsogni materiali della classe operaia. Nonostante questo, a decenni di distanza il concetto di "stato imperialista delle multinazionali" usato nella risoluzione del 1978 sarebbe apparso tutt'altro che farneticante agli occhi della sociologia politica: le Brigate Rosse avrebbero compreso i sintomi delle trasformazioni delle società industriali prevedendo fenomeni come la semplificazione della politica, il crescente ruolo dei tecnici nella gestione della cosa pubblica, l'arretramento dei diritti civili, l'impegno diretto dei padroni in politica e la perdita di sovranità degli Stati dovuta ai fenomeni della globalizzazione. Il rapimento di Aldo Moro sarebbe stato deciso ed eseguito in questa prospettiva: colpendo uno di quelli che venivano ritenuti uno dei massimi collaboratori della politica imperialista, e colpendolo con modalità tali da garantirsi agibilità politica e attenzione mediatica, le Brigate Rosse intendevano provocare una crisi che nel caso migliore avrebbe portato come contropartita alla liberazione dei detenuti politici e che avrebbe comunque dimostrato le possibilità della guerriglia, oltre ad aprire gravi fratture politiche nella Democrazia Cristiana. Il testo segue a questo punto la nascita e lo sviluppo della colonna romana delle Brigate Rosse dal 1975 al 1978, con una certa attenzione per la ripartizione delle brigate e delle basi.
Il quinto capitolo si apre con una biografia politica di Aldo Moro, prosegue con una descrizione delle condizioni che avrebbero portato il Partito Comunista a reagire col perseguimento del "compromesso storico" alla presunta minaccia di avventure reazionarie e alla necessità di aprire una via affidabile per il progresso democratico e per lo sviluppo economico ed espone poi le preoccupazioni espresse all'epoca dagli USA per la palese corruttela diffusa nelle istituzioni, suscettibile di aprire la strada del successo elettorale al Partito Comunista. Gli AA. sottolineano soprattutto il fatto che un ingresso comunista nel governo -secondo i timori di Washington e soprattutto di Londra- avrebbe messo a disposizione di politici legati a Mosca i piani della NATO. Le elezioni del 1976 sarebbero poi passate "come una tempesta temuta, ma non scoppiata" lasciando ad Aldo Moro la convinzione -alimentata anche da consigli e suggerimenti provenienti da vari paesi occidentali- di dover dare una risposta politica alle spinte sociali che avevano portato ai suoi principali avversari oltre un terzo dei suffragi. Di qui l'intenzione, espressa da Aldo Moro all'ambasciatore statunitense, di coinvolgere il Partito Comunista nell'elaborazione di un programma di governo senza concedergli alcun ministero e servendosi di esso per fare da argine a una protesta sociale che nel solo 1977 avrebbe comportato quasi duemila episodi di violenza politica. Gli AA. ricordano come l'ingresso del Partito Comunista in un esecutivo sarebbe comunque stato difficile per motivi scollegati dalla volontà politica occidentale, e di come Aldo Moro si sarebbe orientato -con l'avallo statunitense- verso un accordo che prevedesse la presenza del Partito Comunista nella maggioranza, ma non nell'esecutivo.
Il sesto capitolo espone nel dettaglio gli avvenimenti del 16 marzo 1978, dai preparativi fino all'annientamento della scorta di Aldo Moro, al suo rapimento e al disimpegno. Viene ricostruito con precisione il lungo itinerario seguito da via Fani fino a via Montalcini. Gli AA. ricordano come l'operazione avrebbe coinvolto dieci militanti di età compresa tra i venti e i trentadue anni e come avrebbe comportato costi pari all'equivalente "di tre salari di un operaio metalmeccanico".
La prima parte del libro si chiude con un capitolo che riassume le attività investigative sugli eventi del 16 marzo, descritte con particolare attenzione a sgombrare il campo da dicerie e rumours in materia di testimonianze -specie a quelle che riferivano della presenza di due militanti su una moto- sulla cui confutazione gli AA. avrebbero dato nel corso degli anni prova di competenza anche in altre sedi. In particolare vengono riportati i documenti che avrebbero smentito le deposizioni di un "supertestimone" all'epoca molto accreditato. Viene ricostruita in modo preciso anche la tempistica del ritrovamento delle auto usate per l'azione, perché nel corso degli anni le commissioni di inchiesta organizzate sull'accaduto avrebbero costruito o smontato ipotesi proprio sulla base di presunte discrepanze. Lo scritto descrive anche la dinamica dello scontro a fuoco e riporta materiali in grado di smentire le dietrologie sul numero dei partecipanti all'azione, sul loro volume di fuoco e sulla provenienza delle armi usate dai militanti, che molti anni dopo sarebbero risultate essere per lo più dei veri e propri residuati. Gli AA. passano quindi alla descrizione delle indagini e del comitato per la gestione della crisi creato per sovrintendervi: posti di blocco, perquisizioni, perlustrazioni, rastrellamenti che avrebbero preso in considerazione segnalazioni anche di opinabile attendibilità. Vengono descritti anche il funzionamento e l'operato di un comitato scientifico formato -con la collaborazione della Germania Federale- da esperti in psichiatria, psicologia, grafologia e analisi del linguaggio. Con le Brigate Rosse, il potere si sarebbe trovato impegnato in un gioco psicologico in cui avrebbe vinto chi sarebbe riuscito a comunicare per maggior tempo all'avversario la propria "superiore volontà d'azione" e la propria "determinazione ad accettare il rischio". Gli AA. espongono in proposito le considerazioni e i suggerimenti esposti in alcune relazioni, tra cui quella di uno Stefano Silvestri convinto che l'episodio rappresentasse il massimo obiettivo delle Brigate Rosse e che qualsiasi sviluppo successivo avrebbe solo dimostrato che la politica e la società civile avrebbero avuto la meglio. Le stesse pagine riportano anche l'operato del consulente statunitense Steve Pieczenik -"pratico e poco incline ai tatticismi" che avrebbe proposto anche di offrire ai militanti una via d'uscita fatta di passaporti e denaro- comunque tenendo presente l'effetto che la corrispondenza con Aldo Moro avrebbe avuto sull'atteggiamento del mondo politico e istituzionale e sulle trattative. Secondo gli AA. il Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica avrebbe invece considerato le Brigate Rosse come "un fenomeno reale e non inquinato" riuscendo a tracciarne lineamenti strategici e organizzativi, fonti di finanziamento, reclutamento, armamenti e criteri operativi.
La seconda parte del libro si apre con una digressione sulla protezione di Aldo Moro da pericoli -veri o presunti- desunti da espressioni di ostilità e minacce di cui sarebbe stato oggetto almeno dal 1974. Gli AA. riportano le conclusioni di una Commissione Parlamentare del 2016, per cui non risulterebbe che i servizi segreti militari avessero mai raccolto elementi che potessero far prevedere l'iniziativa delle Brigate Rosse e che men che meno ne fossero al corrente altre formazioni combattenti come il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, che peraltro avrebbero poi assicurato in alcuni casi alla intelligence militare il proprio impegno per la ricerca di contatti e di notizie sugli autori del rapimento. Secondo la documentazione e le testimonianze presentate, neppure lo stesso Moro avrebbe dato l'impressione di provare seri timori per la propria incolumità, al punto da non richiedere neppure l'assegnazione di una della trentina di auto blindate all'epoca a disposizione delle istituzioni. Nonostante questo, gli AA. notano che alla sicurezza di Moro e dei suoi familiari sarebbe stata comunque adibita una trentina di persone e che a detta dell'allora dirigente responsabile dei servizi di protezione solo la preparazione militare, il volume di fuoco e la numerosità avrebbero consentito ai militanti di avere la meglio sugli uomini della scorta. I servizi segreti militari avrebbero escluso l'esistenza di attività operative comuni tra le Brigate Rosse e altre formazioni combattenti come la Rote Armee Fraktion, e anche la connivenza o la complicità da parte di organismi istituzionali dell'Europa orientale, nonostante la vera e propria ridda di notizie prive di fondamento raccolte anche dalle sedi diplomatiche fuori dalla penisola italiana. Gli AA. sottolineano in particolare come il tema del finanziamento e del supporto delle formazioni combattenti irregolari da parte di eventuali attori statali esteri di qualsiasi genere non abbia mai trovato riscontri documentali: "il complesso documentale a disposizione degli studiosi è orientato ostinatamente in una direzione contraria ai complotti".
Le Commissioni parlamentari di inchiesta succedutesi per oltre quarant'anni avrebbero spesso preso in considerazione la possibile consegna alle Brigate Rosse -come destinatari finali o come tramite- di documenti più o meno importanti che Aldo Moro avrebbe custodito nel proprio studio. Gli AA. ricordano che Moro non sarebbe stato a conoscenza di segreti militari tali da giustificarne il rapimento, e neppure di informazioni riservate sulla sicurezza dello Stato; nonostante questo, anni dopo nel suo archivio personale sarebbero stati trovati documenti riservati e di proprietà statale. Ricostruendo la composizione e le vicissitudini dell'archivio, gli AA. si dicono convinti che l'eventualità di un passaggio di carte alle Brigate Rosse vada considerata per lo meno improbabile.
Il terzo capitolo intitolato Dalla prigione del popolo riprende la narrazione dall'arrivo di Aldo Moro nell'appartamento romano in cui sarebbe stato tenuto prigioniero per tutta la durata del sequestro. Il testo affronta il tema dei comunicati delle Brigate Rosse, della loro diffusione, della loro interpretazione da parte di esperti o sedicenti tali e delle relative reazioni politiche e istituzionali; a quanto pare convinto del coinvolgimento di non meglio specificate forze manovratrici, il Partito Comunista si sarebbe distinto per intransigenza e per appelli ad "unità e rigore". Lo stesso avrebbe fatto la Confederazione Generale del Lavoro. I militanti delle Brigate Rosse avrebbero riferito di essere stati colti di sorpresa da posizioni tanto intransigenti, che non avrebbero lasciato alla base del partito e del sindacato alcun margine per esprimere qualcosa di diverso. Tenuto al corrente degli sviluppi dai militanti, Aldo Moro avrebbe ingaggiato con una Democrazia Cristiana "in balia degli eventi" una battaglia personale assai più aspra di quella che avrebbe condotto con i sequestratori, che a loro volta avrebbero immediatamente rivendicato la propria autonomia di azione ricusando contiguità, affinità e legami di qualsiasi genere. Viene trattato nel dettaglio anche il tema degli scritti che Aldo Moro avrebbe redatto e fatto recapitare a destinatari politici e familiari, nella convinzione che la realtà "magmatica e varia" della Democrazia Cristiana fosse meglio disposta alla mediazione che non l'intransigente Partito Comunista. L'intento di Moro di mantenere segrete le trattative, in cui invocava un "principio dello scambio" che sarebbe diventato una "costante inascoltata del suo scrivere", avrebbe trovato il diniego delle Brigate Rosse e la pubblicità immediatamente data ai suoi scritti avrebbe avuto conseguenze pesanti. Gli AA. scrivono che a impedire ogni trattativa sarebbe stato il rischio di una crisi di governo, e che il muro eretto davanti ad Aldo Moro sarebbe stato innalzato "sopra l'assioma della conservazione del potere ad ogni costo". Forti di perizie calligrafiche che avrebbero statuito il carattere condizionato o estorto degli scritti, il mondo politico istituzionale e la stampa -di partito e non- si sarebbero orientati in modo da presentare qualsiasi cosa Moro avesse scritto come automaticamente inficiata dal fatto di giungere dalla "prigione del popolo". Secondo gli AA., Moro avrebbe voluto comunicare a quanti avrebbero potuto contrattare la sua liberazione che con il suo rapimento le Brigate Rosse avrebbero raggiunto il limite delle loro potenzialità, che "il prezzo per la sua salvezza sarebbe stato assorbito dal sistema" e che la scarsa esperienza politica delle Brigate Rosse avrebbe impedito loro non solo di comprendere, ma anche di ipotizzare la complessità della macchina del potere. Da parte sua il partito della Democrazia Cristiana non avrebbe potuto cedere senza ammettere di tenere più a se stesso che alle istituzioni, commettendo in pratica un suicidio politico dalle conseguenze imprevedibili. Col peggiorare della situazione, Moro avrebbe allargato la cerchia degli interlocutori senza ottenere altro che qualche formale attestazione di solidarietà, e in molti e documentati casi neppure quella. Ai molti che avrebbero parlato di "sindrome di Stoccolma" avrebbe risposto due anni dopo il Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica, convinto che i capi delle Brigate Rosse avessero deciso di uccidere Moro in ogni caso e che l'alternarsi di richieste e minacce altro non rappresentasse che "un cinico strumento di destabilizzazione", oltre che del fatto che sarebbe se mai stato Moro stesso a trarre vantaggio dal grosso divario culturale per condizionare i militanti.
Il quarto capitolo riprende la trattazione del processo a quello che sarebbe diventato secondo la definizione della pubblica accusa il "nucleo storico" delle Brigate Rosse, riapertosi all'inizio di marzo del 1978 dopo il reperimento dei necessari giudici popolari avvenuto anche grazie all'impegno diretto del Partito Comunista. Gli AA. scrivono di come i militanti -processati in un periodo in cui era in corso una "campagna di primavera" in cui si susseguivano azioni sanguinose contro guardie carcerarie e dirigenti- avrebbero cercato di fare del processo una tribuna in grado di portare le istanze della formazione "in prima linea sul piano della comunicazione mediatica". Le rivendicazioni presentate, si legge, verteranno sempre di più attorno alle condizioni di vita nelle carceri speciali, considerate tali da implicare "la distruzione psichica e fisica dei prigionieri". Nel corso del processo i militanti detenuti avrebbero esposto la posizione politica dell'organizzazione ripercorrendone le origini e rilevandone la natura operaista; il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro sarebbero stati rivendicati come parte integrante dell'intera storia.
L'ultimo capitolo della seconda parte è un excursus sull'attività delle Brigate Rosse "fuori dalla fabbrica", a cominciare dal rapimento del giudice Mario Sossi avvenuto a Genova il 18 aprile 1974. Con esso le Brigate Rosse avrebbero voluto "portare l'attacco al cuore dello stato" contro una presunta deriva neogollista in realtà abbandonata fin dal primo abbozzo da un sistema politico che si sarebbe invece diretto invece verso il consociativismo. "Pensata male e condotta peggio", l'azione avrebbe comunque fatto delle Brigate Rosse una delle formazioni di guerriglia urbana più note d'Europa. Gli AA. scrivono che anche in questo caso le reazioni del mondo politico alla richiesta ufficiale di uno scambio di prigionieri -gli imputati dell'organizzazione "22 ottobre" avrebbero dovuto essere liberati e messi in condizioni di lasciare la penisola- sarebbero state recisamente negative. La contemporanea e violenta repressione di una rivolta carceraria ad Alessandria avrebbe confermato ai brigatisti che non vi sarebbe stata alcuna trattativa. Lo stato che occupa la penisola italiana, notano gli AA., avrebbe rifiutato di trattare e al tempo stesso di assumersi la responsabilità politica di questo rifiuto, in pratica rendendosi disponibile ad abbandonare al suo destino uno di quelli che "una volta caduti, amava definire servitori". Il capitolo continua descrivendo come l'esecutivo avrebbe fatto in modo da inficiare una sentenza di scarcerazione subordinata all'incolumità di Sossi e da rendere impraticabile -grazie all'interessamento del Partito Comunista- la via dell'espatrio verso Cuba per gli otto imputati della 22 ottobre, e come Sossi sarebbe stato liberato il 23 maggio senza alcuna contropartita. Il testo rileva come attorno a Sossi si sarebbe creato un clima "capace di attenuare la portata di sue eventuali dichiarazioni" attribuendole al trattamento ricevuto o comunque a condizioni mentali precarie. L'effetto propagandistico dell'azione e i suoi scopi politici sarebbero stati riconosciuti dal mondo politico solo venti anni dopo. Dopo aver evidenziato molte analogie tra i due casi, gli AA. concludono rilevando che non solo per Moro -come spesso comunemente ritenuto- ma anche per Sossi non vi sarebbero state trattative.
Nella terza e ultima parte il testo torna al proprio tema centrale, trattando della condanna a morte che il 13 aprile sarebbe stata comunicata -in quanto presupposto per avanzare richieste- a un Aldo Moro descritto come "in procinto di pagare per delle 'responsabilità collettive' riconducibili a quegli 'amici' che gli avevano girato le spalle". Gli AA. rilevano come il comunicato che riportava la decisione venisse sì accolto da un'ondata di sdegno, ma soprattutto come le più autorevoli penne dell'epoca concordassero nel ritenere che Moro "dovesse seguire il suo destino, in quanto lo Stato non avrebbe potuto cedere". Specificano anche di non capire in base a quale principio si dovesse impedire ai cittadini di trattare per la vita di un proprio rappresentante e quale legge repubblicana impedisse di aprire un dialogo a questo fine.
L'inizio del secondo capitolo ripercorre la vicenda di un falso comunicato che il 18 aprile del 1978 avrebbe annunciato l'avvenuta esecuzione di Aldo Moro, la cui salma sarebbe si sarebbe trovata in un lago appenninico vicino a Rieti. Nonostante la dubbia autenticità dello scritto il lago sarebbe stato oggetto di complesse e difficoltose ricerche. Nelle stesse ore la comunicazione politica del partito della Democrazia Cristiana avrebbe ribadito la linea della fermezza al di là di ogni altra considerazione umanitaria; gli AA. riportano anche una dettagliata ricostruzione della (fortuita) scoperta di una delle basi romane delle Brigate Rosse avvenuta lo stesso 18 aprile. Un vero "Comunicato n.7" diffuso il 20 aprile -e accolto dai mass media con esplicita contrarietà ad ogni trattativa- avrebbe riportato una foto polaroid di Aldo Moro e affermato recisamente che il suo rilascio sarebbe stato preso in considerazione solo "in relazione alla liberazione di prigionieri comunisti". Clementi, Persichetti e Santalena ricostruiscono le vicende successive alla diffusione del comunicato e alla consegna di ulteriori lettere alla famiglia, al pontefice Paolo VI e al segretario della Democrazia Cristiana da parte di un Aldo Moro che avrebbe conservato una "sostanziale indipendenza di giudizio" e che "non si era ancora arreso" davanti alle falsità e all'ipocrisia che avrebbe percepito "anche a distanza, anche da una prigione". Convinto di trovarsi prigioniero a causa di un aspro scontro sociale in atto nella penisola, Moro avrebbe chiesto a Paolo VI di mediare affinché si arrivasse a uno scambio di prigionieri, per ragioni umanitarie che avrebbero dovuto essere poste al di sopra della ragion di Stato. Anziché mediare tra le istituzioni, il pontefice avrebbe pubblicamente chiesto alle Brigate Rosse di liberare Moro senza contropartita. Gli AA. scrivono che l'iniziativa avrebbe inflitto un colpo micidiale all'ostaggio, che avrebbe interpretato questa risposta "come il sigillo su una decisione che non sarebbe più mutata", e avrebbe convinto le Brigate Rosse che nessuno avrebbe più trattato.
Nel terzo capitolo gli AA. trattano della linea tenuta dal Partito Comunista, che il 16 marzo sarebbe stato chiamato a votare la fiducia a un esecutivo monocolore della Democrazia Cristiana. Alle richieste presentate dal Partito non sarebbe stato concesso nulla per precisa volontà dello stesso Moro, preoccupato innanzitutto delle correnti del proprio partito. Il Partito Comunista si sarebbe comportato mostrando una completa integrazione istituzionale all'insegna della completa chiusura alla trattativa, senza alcun segno della crisi tra vertici e base su cui le Brigate Rosse avrebbero fatto conto. A rompere il clima plumbeo, si legge, sarebbero stati solo il Partito Radicale, Democrazia Proletaria e pochi intellettuali, il cui slogan "né con lo Stato, né con le Brigate Rosse" avrebbe loro valso la stigmatizzazione in un clima di emergenza intollerante di qualsiasi posizione non apertamente schierata a favore della compagine statale. Gli AA. sottolineano di nuovo l'avvio di una vera e propria "campagna di negazione dell'autenticità del pensiero di Moro" avviata dall'esecutivo, cui avrebbero aderito anche varie personalità del Partito Comunista, ripresa soprattutto dai quotidiani e poi destinata a proseguire a lungo facendo di Aldo Moro "un loquace fantasma postumo". Dopo la morte, Moro sarebbe stato argomento per esercizi retorici e agiografici; gli AA. scrivono che nell'immediato nei confronti suoi e delle personalità del suo partito avrebbero invece dominato "profonda diffidenza e disprezzo". Anche le narrazioni complottiste avrebbero proliferato solo molto successivamente; il Partito Comunista sarebbe stato inoltre propenso ad appoggiare e a propagandare le misure speciali in materia di ordine pubblico volute dall'esecutivo, oltre che a delegare al sindacato il compito della "vigilanza democratica". Gli AA. citano varie iniziative del Partito Comunista a livello internazionale e accademico, rilevando come la linea del Partito fosse conforme alle "irrinunciabili condizioni" implicite in una partecipazione all'esecutivo, dalla permanenza nel sistema occidentale alla difesa dell'economia di mercato. La ferma contrarietà del Partito Comunista a concessioni verso i rapitori di Aldo Moro e la propensione alla delazione manifestata dai suoi vertici sarebbero stati particolarmente apprezzati dagli statunitensi, propensi a sostenere lo sganciamento dei partiti comunisti occidentali dall'influenza sovietica e a trattare con "non interferenza, non indifferenza" il coinvolgimento dei comunisti nell'esecutivo di Roma. I vertici del Partito Comunista sarebbero stati quindi propensi a "espellere dalla coscienza delle masse" l'"estremismo" in generale, con esso indicando (volutamente) un'area politica e sociale molto più ampia di quella propensa alla lotta armata. Nella vulgata ufficiale le Brigate Rosse sarebbero diventati "fascisti travestiti di rosso" o provocatori al soldo della CIA; la "verità sociologica e politica sotto gli occhi di tutti" avrebbe invece attestato l'appartenenza delle Brigate Rosse alla storia del movimento operaio e alla tradizione del comunismo rivoluzionario. I decenni successivi avrebbero indicato l'incubatore politico e sociale del fenomeno nel triangolo industriale, e in particolare negli ambienti operai e tecnici delle fabbriche milanesi e torinesi. La direzione del Partito Comunista, notano gli AA., sostenne a maggioranza che il messaggio che annunciava l'uccisione di Aldo Moro e l'occultamento del suo cadavere in un lago fosse autentico, "dando prova di una incomprensione totale del linguaggio e dell'azione brigatista". Per tutto il corso della vicenda i vertici del Partito avrebbero dato inoltre palesi segni di fastidio a fronte di qualsiasi iniziativa individuale o collettiva potesse essere considerata un "cedimento". Gli AA. riportano una considerazione di Enrico Berlinguer che avrebbe qualificato le Brigate Rosse come "antagonisti diretti, sostenitori di un'opzione alternativa nella sinistra", comportando dunque qualcosa di più di un riconoscimento politico e rivelando quale fosse la vera questione che mobilitava "la dura opposizione del suo partito a ogni ipotesi di apertura", con particolare riferimento a "gesti unilaterali di clemenza" auspicati tra gli altri dal Partito Socialista, peraltro autore dell'unico concreto barlume di trattativa con il coinvolgimento di varie organizzazioni dell'Autonomia.
Le Brigate Rosse, si legge nel quarto capitolo, avrebbero definito le proprie posizioni solo con il Comunicato n. 8 del 24 aprile 1978, in cui chiedevano la liberazione di tredici combattenti irregolari in ordine di anzianità carceraria, scelti in modo da presentare le Brigate Rosse come organizzazione rappresentativa di tutte le componenti del movimento rivoluzionario lotte carcerarie comprese. L'esecutivo -e la Democrazia Cristiana, compreso il suo segretario Zaccagnini che Moro considerava una sua creatura- avrebbe risposto con un ulteriore irrigidimento, cui la "libera informazione" avrebbe fatto eco. Lo stesso Moro (che sarebbe arrivato a rivolgersi all'ONU chiedendone l'intervento per motivi umanitari) avrebbe compreso che "la politica che conosceva e che aveva contribuito a creare in trent'anni di governo" non solo non lo avrebbe salvato, ma avrebbe in più casi dimostrato e anche ostentato di credere estorto, o comunque malevolmente influenzato, tutto il contenuto delle comunicazioni inviate dalla "prigione del popolo". Tra le considerazioni espresse dagli AA., quella per cui con l'ingresso del Partito Comunista nell'area della maggioranza sarebbe venuta a mancare una concreta opposizione, e nei giorni del sequestro la mancanza di un contraddittorio avrebbe contribuito a irrigidire la posizione del mondo politico. Col passare dei giorni le Brigate Rosse avrebbero abbassato di molto il livello delle proprie richieste -fino ad arrivare ad un minimo rappresentato da una dichiarazione politica sul problema dei prigionieri brigatisti- senza trovare alcuna apertura; "è davanti a quel muro di silenzio che dobbiamo consumare la tragedia fino in fondo", avrebbe ricordato Mario Moretti. Il testo ricorda come i contatti mediati con il Partito Socialista avrebbero contribuito a far emergere un contrasto all'interno della colonna romana delle Brigate Rosse, in cui una minoranza si sarebbe espressa contro l'esecuzione di Aldo Moro e sarebbe finita con l'uscire dall'organizzazione. Il destino di Aldo Moro, oggetto del "Comunicato n. 9", sarebbe stato deciso all'unanimità da tutti i militanti, compresi quelli detenuti che sarebbero stati maggiormente soggetti a ritorsioni. Gli AA. riportano lunghi stralci dalle ultime lettere -con cui Moro avrebbe tra l'altro preso un lucido e rigoroso commiato dal proprio partito dimettendosi da ogni incarico- e dei relativi esami psicografici.
L'ultimo capitolo descrive l'attività degli inquirenti sul fenomeno della lotta armata. Il progredire della conoscenza del fenomeno -fonti di finanziamento, procedure operative, reclutamento di nuovi militanti, eccetera- li avrebbe portati alla convinzione che esso avesse radici e motivazioni autoctone e che in parte rappresentasse una risposta al pericolo eversivo portato avanti da una parte minoritaria ma pericolosa del corpo sociale. Gli AA. scrivono che la sconfitta delle Brigate Rosse avrebbe comportato tra le altre cose il ricorso alla tortura e l'edificazione di uno stato di eccezione giudiziaria; uniti alla legislazione premiale e al fenomeno del "pentitismo", avrebbero consentito in pratica lo smantellamento dell'intera organizzazione. Dopo aver presentato un sunto dei dati in possesso degli inquirenti e fatto l'esempio di alcune fonti, gli AA. riportano nel dettaglio la vicenda di Enrico Triaca e della tipografia romana delle Brigate Rosse come esempi pratici dei metodi di indagine di uso corrente all'epoca. Il libro descrive quindi l'operato e i risultati conseguiti da Carlo Alberto Dalla Chiesa, incaricato dal settembre 1978 di organizzare e di dirigere una struttura repressiva che avrebbe operato al di fuori di ogni controllo parlamentare e propenso a sottoporre a controllo totale ogni ambito della vita associata a cominciare dalle università. Secondo gli AA. uno dei punti di forza di Dalla Chiesa sarebbe stato dato dalla sua propensione a non indulgere a dietrologie, e a rifarsi invece oggettivamente alla documentazione prodotta dalle formazioni armate irregolari e alle loro azioni. L'inquisizione degli ambienti universitari, da parte di un Dalla Chiesa convinto sostenitore del teorema per cui l'Autonomia sarebbe stata nella sua interezza parte attiva della lotta armata, sarebbe comunque arrivata al punto di additare al potere giudiziario chiunque fosse sospetto di "una qualche empatia non già con la lotta armata, ma addirittura con singoli elementi coinvolti".
Nelle pagine che concludono il volume gli AA. presentano uno excursus socioeconomico sugli anni Settanta confutando la convinzione -tanto diffusa quanto poco suffragata da prove- per cui le Brigate Rosse avrebbero agito nel vuoto, in modo "elitario e volontaristico" e praticando una scelta armata per nulla condivisa dai movimenti sociali degli stessi anni.

Marco Clementi, Paolo Persichetti, Elisa Santalena - Brigate Rosse. Dalle fabbriche alla "campagna di primavera" - Volume 1. Roma, DeriveApprodi 2017. 560 pp.