
Teoria della classe disagiata è il primo scritto di una "trilogia del collasso" che Raffaele Alberto Ventura ha dedicato all'impatto della modernizzazione sulla piccola e media borghesia occidentale. Nel secondo decennio del ventunesimo secolo Ventura si considera appartenente ad una classe le cui prospettive sarebbero state quelle di una vita meravigliosa e che si trova invece, con tutto il tragico e tutto il comico che la situazione comporta, alla realtà di una bianciardiana vita agra. La tesi di Ventura è che il risentimento conseguente sia diventato "il carburante che fa girare la macchina del tardo capitalismo producendo una concorrenza disperata e costosa"; il suo saggio intende descrivere la condizione di quella larga parte del ceto medio che nell'arco di una generazione sarebbe passata da classe agiata a classe disagiata troppo ricca per rinunciare alle proprie aspirazioni ma troppo povera per poterle realizzare. In questo, si presenta ricchissimo di spunti, di rimandi e anche di lunghe citazioni -da Shakespeare ai Sex Pistols, da Marx a Durkheim- perché l'ambizione minima dello scritto sarebbe proprio quella di fungere da "archivio di fonti e di riferimenti da esplorare".
La teoria della classe agiata di Thorstein Veblen avrebbe compreso già a fine XIX la propensione di una classe "oziosa e improduttiva" a spendere quantità crescenti di risorse per l'affermazione di uno status fatto anche di beni immateriali come la cultura. Da Veblen Ventura deriva il proprio concetto di classe disagiata, comprendente "un ampio spettro di casi umani, tutti caratterizzati dall'esperienza disforica della mobilità discendente" e accomunati dallo sfasamento tra identità sociale percepita e risorse disponibili. La classe disagiata presenterebbe tratti borghesi e tratti proletari, soprattutto nel considerarsi sfruttata e sotto minaccia da parte di lavoratori in condizioni di bisogno peggiori; i segni su cui si sarebbe retto il suo riconoscimento -codici comportamentali e linguistici, comportamenti di consumo, titoli di studio- sarebbero inflazionati e quindi svuotati di valore, in un contesto in cui il tributo per evitare la marginalizzazione sarebbe sempre più alto fino a diventare insostenibile. Citando Fred Hirsch, l'A. distingue una economia materiale che tenderebbe a soddisfare una quantità crescente di bisogno a un costo sempre più basso, e una economia posizionale -cioè legata allo status sociale- la cui offerta sarebbe strutturalmente limitata e i cui prezzi tenderebbero a aumentare in modo esponenziale. La generalizzazione del liberalismo economico, in pratica, avrebbe finito per generare domande che esso non sarebbe in grado di soddisfare in una classe sociale che avrebbe sempre minori risorse da destinarvi: il tardo capitalismo avrebbe fatto della competizione in seno al ceto medio il motore di un'industria del consumo vistoso dedita al drenaggio di quantità sempre maggiori di risorse, e il più concreto risultato di un "ascensore sociale" rischierebbe di essere quello del mutuo declassamento assicurato. Rischio tanto più alto perché, oggi come e più di ieri, il gioco dell'ascesa sarebbe pesantemente truccato dal privilegio, in un contesto in cui ad ogni livello vigerebbe l'occultamento dei rapporti di produzione.
Secondo Ventura l'Occidente non starebbe attraversando una crisi economica; starebbe invece vivendo una condizione di declino permanente e in constante peggioramento, in cui a costituire l'eccezione sarebbe stata la parentesi di prosperità successiva alla seconda guerra mondiale. Fingere che la pessima congiuntura sia destinata a passare, incolpare trader cocainomani, economisti liberisti o entrambi, significherebbe solo alimentare aspettative destinate a cocente delusione; a fronte della situazione reale l'opinione pubblica si troverebbe ancora "tra la prima e la seconda fase dell'elaborazione del lutto, tra il rifiuto e la rabbia". Il miracolo economico vissuto dalla generazione nata fra il 1946 e il 1964 sarebbe stato trainato dalla potenza statunitense e rappresenterebbe un evento irripetibile, legato alle circostanze eccezionali dell'applicazione dei principi dell'economia keynesiana e conclusosi con l'emergere dei loro limiti. Dal punto di vista economico, l'A. considera la classe disagiata come "il residuo umano lasciato dalle crisi di sovrapproduzione, nel momento in cui non è più possibile finanziare il consumo improduttivo". Secondo l'A., gli ultimi decenni avrebbero visto la progressiva e continua adozione di misure volte a rinviare il crollo di un'economia finanziarizzata, a suo avviso ormai gestibile solo con le regole della curatela fallimentare. La "macchina del benessere" starebbe funzionando da anni solo grazie alla compressione delle retribuzioni, alla disoccupazione di massa e alla progressiva erosione dei risparmi del ceto medio e la concorrenza per lo status sarebbe sempre più costosa anche grazie a una retorica dominante centrata sul "successo" in cui nulla viene mai presentato come impossibile, e in cui le opportunità appaiono senza i rispettivi rischi. Nel corso della storia, ogniqualvolta la classe consumatrice non riesce più ad attingere alla fonte del proprio benessere, reagirebbe investendo oltre misura per la conservazione del proprio status dando origine ad una classe disagiata. Ventura rintraccia in Ibn Khaldun -cui dedica ampio spazio- il primo autore di una compiuta teoria sui cicli economici, in cui verrebbe per la prima volta descritta la costosa competizione per il potere e per le risorse che coinciderebbe col dominio del lusso e della corruzione. In Occidente, la classe consumatrice avrebbe per decenni goduto di una rendita di posizione derivante dall'occupare l'estremità più redditizia di una catena del valore la cui estremità più inospitale si sarebbe invece trovata nei Paesi in via di sviluppo; la classe disagiata sarebbe diventata un problema con l'entrare in crisi di questa rendita di posizione.
La classe media occidentale si ostinerebbe nel difendere il valore delle attività economiche per la quale è stata formata, in considerazione di modelli di crescita ormai privi di rapporti col reale. Le sue nuove generazioni sarebbero propense a rivendicare come dei diritti quelli che invece erano prodotti del lavoro. A livello macroeconomico l'indebitamento fuori controllo, il consumismo, l'inquinamento, la tecnocrazia e le politiche imperialiste di espansione avrebbero caratterizzato il tramonto dell'evoluzione (e non della rottura) imposta dal liberismo all'assetto keynesiano. In questo contesto la crescente quantità di risorse necessaria alle nuove generazioni per la "riproduzione sociale" acuirebbe il conflitto generazionale proprio come il diverso orientamento nei comportamenti di allocazione della spesa pubblica acuirebbe quello tra socialdemocratici e conservatori. Con un excursus nella storia del teatro da Shakespeare a Goldoni, l'A. mostra come l'eccesso di spesa, a tutti i livelli, costituirebbe al tempo stesso una necessità vitale e un mortale rischio. Alla classe disagiata non mancherebbero occasioni per prendere decisioni economicamente razionali, ma esse entrerebbero in conflitto con valori, aspettative, abitudini e codici che definiscono l'identità dei suoi membri, di fatto imponendo loro di sacrificare almeno la propria autorappresentazione. Incapace di derogare e vittima della dolorosa disforia che colpisce chi ha un'identità borghese e si ritrova in una realtà ben diversa, la classe disagiata avrebbe il ruolo storico della borghesia di consumare eccessivamente -e di consumare anche il capitale ereditato- senza poter però svolgere alcun lavoro altrettanto borghese che la metta in condizioni di accumulare nuovo capitale. L'A. scrive che i cosiddetti Millennials nati tra il 1978 e il 1999 sarebbero in gran parte condannati al puro e semplice declassamento, mentre i patrimoni accumulati nel dopoguerra finirebbero a finanziare la lotta fratricida per restare nel ceto medio. Incapaci di adattare le proprie aspettative al reddito effettivo, molti Millennials sarebbero vittime tanto del crollo dei redditi quanto della erosione patrimoniale. Ventura nota poi come buona parte dell'industria culturale da decenni si limiti a giustificare lo stato di cose presente, distogliendo l'attenzione tanto dalle aberrazioni quanto dalle sue basi.
Il quarto capitolo sulla "user generated culture" si apre proprio con un excursus sulle critiche all'industrializzazione in genere e a quella della cultura in particolare. Ventura nota come le critiche concordino nel sostenere che ad ogni caratteristica intrinseca dei processi di produzione industriale -come la divisione del lavoro e la meccanizzazione- corrisponderebbe un disvalore estetico come l'assenza di genio individuale o l'artificiosità del prodotto. E nota anche come l'industria culturale sia riuscita a rendere desuete le critiche trasformandosi in modo da "soddisfare ogni possibile nicchia immaginabile". Dalla fine degli anni Settanta si sarebbe sviluppata una "economia del desiderio" in grado di assorbire gran parte delle contestazioni, cui fornirebbe beni non-industriali... su scala industriale. Il fenomeno sarebbe evidente anche nel rovesciamento di ogni rivendicazione rivoluzionaria nell'equivalente slogan pubblicitario o la sua trasformazione in un claim promozionale. In pratica, secondo l'A., sarebbe diventato difficile trovare una qualche domanda culturale effettivamente insoddisfatta, in un'industria oggi strutturata come un oligopolio circondato da un grande numero di piccoli e piccolissimi attori cui gli oligopolisti sono più o meno cointeressati. Ponendo il profitto prima di ogni considerazione politica, gli editori si sarebbero trasformati in piattaforme in grado di reggere una "coda lunga" in grado di soddisfare le nicchie della domanda. L'ascesa della telematica avrebbe fornito all'industria culturale un nuovo volto, mettendo nelle mani di un'utenza molto numerosa strumenti in grado di farle produrre contenuti, e non solo di consumarne. Ventura scrive di come una "immensa mole di contenuti non retribuiti" sarebbe così entrata in concorrenza con settori professionali preesistenti: il web sarebbe diventato il principale fornitore degli stessi contenuti prima pagati agli editori, facendo venire in buona parte meno il confine tra lavoro e consumo e sostituendo la proprietà intellettuale con flussi di contenuti.
Ventura ascrive alla classe disagiata un grosso numero di "imprenditori di se stessi" dotati pari competenze e pari mezzi, alle prese con un eccesso di offerta che finirebbe per erodere ogni possibile margine di profitto lasciandoli a rivaleggiare per beni posizionali sempre più irraggiungibili. L'impoverimento della classe disagiata non dipenderebbe quindi dal corrispettivo arricchimento della classe media orientale oggi "impiegata nell'officina del mondo", ma dalla sua stessa logica interna. Gli investimenti in istruzione non avrebbero fatto altro che fornire alle imprese forza lavoro sovrabbondante e a buon mercato, dal momento che i disoccupati sovraistruiti ne raffredderebbero le pretese salariali. Nello stato che occupa la penisola italiana si avrebbe il paradossale coesistere di questa situazione con tassi relativamente bassi di istruzione secondaria e con un'alta dispersione scolastica, dal momento che "il valore pressoché nullo dei titoli di studio sul mercato del lavoro" non genererebbe feedback in grado di giustificare razionalmente un investimento formativo. Ammesso che l'istruzione abbia un legame con la crescita economica, asserisce Ventura, sembra più probabile che essa ne sia più un effetto che una causa, senza nulla togliere al suo valore come produttrice di status e quindi come bene posizionale. Ventura arriva a citare la prospettiva di una "bolla educativa" il cui scoppio trascinerebbe nella povertà la parte più fragile della classe media, essendo l'istruzione un criterio di selezione entro una determinata popolazione e non un fenomeno in grado di produrre di per sé posti di lavoro per mano d'opera qualificata. La correlazione individuale tra reddito e livello educativo non implicherebbe affatto l'influenza dell'educazione sulla crescita economica; inoltre -in aperta contraddizione con le discipline motivazionali e con l'industria della speranza che alimentano- il "bias del sopravvissuto" presente nelle testimonianze di coloro che "ce l'hanno fatta" contribuirebbe a rinforzare comportamenti che non danno alcuna garanzia di portare a risultati analoghi, in un contesto dove tutti si comportano allo steso modo. L'A. sostiene che l'intera economia liberale di oggi funzionerebbe grazie a questo malinteso, che contribuisce a fornirle schiere di outsider. Il sistema educativo inoltre inculcherebbe valori e abitudini borghesi, senza preoccuparsi del loro confliggere con le risorse materiali presenti -e soprattutto future- degli studenti: trasformati in consumatori, gli studenti tenderebbero a risparmiare il meno possibile per garantirsi uno stile di vita affine a quello promosso dalla scuola e dall'università. La società occidentale avrebbe fallito nel prevedere e pianificare le competenze che le sarebbero state utili nel medio e nel lungo termine, lasciando che i singoli consumassero ogni risorsa nella competizione per i posti più ambiti e arrivassero a formare un "proletariato intellettuale" convinto che i suoi titoli gli diano certi diritti. Ventura ritiene che l'Occidente abbia contato, sbagliando, "sull'arricchimento ex nihilo di una società interamente convertita al terziario avanzato".
La classe disagiata tenderebbe a seguire con ostinazione una visione del mondo in oggettivo conflitto con la realtà; un visione del mondo in cui non avrebbero posto soluzioni cooperative o dai costi sociali tollerabili. Ventura ripercorre così alcuni esiti delle modalità con cui storicamente questa classe reagirebbe alla propria situazione e al venir meno delle aspettative indotte dal sistema educativo e dal libero mercato: l'accettazione del declassamento (con perdite di status che vanno dalla più o meno marcata contrazione dei redditi alla proletarizzazione pura e semplice), la minor tendenza a riprodursi per non disperdere i patrimoni (che alimenterebbe la narrativa cara agli "occidentalisti" su Eurabia e sostituzione etnica), gli esiti depressivi e suicidiari, l'emigrazione, il ricorso alla violenza politica dettato dal risentimento e -nei casi più estremi- il conflitto tra gruppi etnici o la guerra vera e propria, specie se asimmetrica o in formazioni irregolari. La "rabbia dei declassati" sarebbe, nelle sue conseguenze, più temibile della rabbia degli ultimi: Ventura nota come il populismo statunitense sarebbe il risultato della "rivolta del dieci per cento più ricco del pianeta che fa i conti con la crisi del suo modello di sviluppo".
217 I moltissimi rimandi ad opere letterarie presenti nel libro fanno concludere all'A. che "tutta l'arte sorge dalla crisi, tutta l'arte parla della crisi", e che la letteratura potrebbe produrre narrazioni utilizzabili come valide guide per il comportamento laddove le scienze economiche non ne fossero in grado. Proprio attraverso la letteratura e l'arte in genere una classe disagiata ineluttabilmente destinata a finire consumata per intero potrebbe assolvere al proprio compito di testimone.
Raffaele Alberto Ventura - Teoria della classe disagiata. Roma, Minimum Fax 2017. 262 pp.