
Con La fine di Israele Ilan Pappé intende contribuire all'avvio di una riflessione "realistica e ottimistica" sulle condizioni dello stato sionista e della Palestina, nella convinzione che lo stato sionista debba affrontare la prospettiva di un radicale mutamento, il cui esito potrebbe essere la sua scomparsa pura e semplice o la sostituzione del suo particolare regime ideologico con un altro. Secondo Pappé, che sostiene la visione di un unico Stato democratico in Palestina, l'implosione sociale dello stato sionista sarebbe iniziata molto prima dell'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, con le elezioni che nel novembre 2022 avrebbero portato al potere il governo più di destra della storia del Paese. Nella prefazione l'A. sostiene la forte probabilità che il progetto sionista come è stato fino ad oggi sia prossimo a una fine che teme caotica e violenta, e intende dedicare le sue considerazioni a una valutazione più ottimistica di un esito di questo tipo. Il suo auspicio, dal momento che a suo avviso il progetto sionista si starebbe sbriciolando nonostante il silenzio mediatico, è che si possa giungere a una transizione il più costruttiva e il più pacifica possibile. L'A. è convinto che a fronte di un genocidio in cui i crimini di guerra verrebbero trasmessi in streaming dai loro stessi autori sia il momento di prendere atto del fallimento di posizioni anacronistiche nei confronti dello stato sionista, della Resistenza palestinese e delle possibilità di pace nel mondo arabo in generale. Considerando il collasso dello stato sionista un processo oggettivo e già iniziato, Pappé considera nel lungo termine importante il destino degli ebrei residenti nella Palestina storica; dall'avvio del processo di imposizione dello stato sionista sarebbero passate almeno tre generazioni, ma la loro sorte continuerebbe a dipendere dalla capacità di imporsi con la forza.
La prima parte del libro descrive quello che Pappé considera il collasso dello stato sionista. Nel primo capitolo L'A. riassume i principali avvenimenti che avrebbero portato alla spartizione della Palestina, sancita il 29 novembre all'ONU con la significativa astensione dal voto del Regno Unito che la aveva retta come potenza mandataria dal 1918 in poi. Il fatto che la spartizione fosse stata respinta dai palestinesi e dai vicini Stati arabi avrebbe dato i leader sionisti la scusa di cui avevano bisogno per prepararsi a una guerra in cui avrebbero annesso il più territorio possibile, espellendone quanti più palestinesi già a partire dal febbraio del 1948 sotto lo sguardo dell'esercito britannico e degli osservatori internazionali. Sarebbero state le pressioni della lobby filosionista statunitense a far sì che il progetto di spartizione non fosse oggetto di ripensamenti, e a indurre gli USA a riconoscere per primi al mondo lo stato sionista alla mezzanotte del 14 maggio 1948. Il disperato tentativo dei palestinesi e degli Stati arabi di fermare la conquista della Palestina storica avrebbe causato la guerra del 1948, che avrebbe lasciato lo stato sionista padrone di circa il 78% del territorio dell'ex mandato britannico e reso profughi settecentocinquntamila palestinesi. Nonostante l'ONU avesse sancito il diritto al ritorno dei profughi e lo status internazionale di Gerusalemme, lo stato sionista non avrebbe fatto alcuna concessione. Secondo Pappé, dal 1967 in poi gli USA si sarebbero comportati come se il ruolo di mediatore tra stato sionista e palestinesi fosse esclusivamente loro; ogni riavvio del "processo di pace" sarebbe stato dagli USA trattato come un nuovo inizio, come se la lunga storia del conflitto fosse irrilevante. Il fatto che gli USA abbiano applicato strategie da amministrazione aziendale al contesto di un conflitto geopolitico -senza riconoscere alcuna asimmetria di potere tra stato sionista e palestinesi- sarebbe andato a esclusivo vantaggio dello stato sionista, cui sarebbe stato riconosciuto ogni vantaggio conquistato sul terreno e cui non sarebbe mai stato imposto lo smantellamento degli insediamenti nei territori occupati. I mediatori statunitensi si sarebbero sempre limitati a ottenere dal governo sionista la migliore offerta possibile -mai vicina alle richieste minime, e neppure agli obblighi imposti dalle risoluzioni dell'ONU- e ad imporla alla controparte. La ricetta statunitense per la pace, scrive Pappé, coinciderebbe quindi con un certo grado di autonomia accordato a una piccola parte della Palestina storica i cui confini sarebbero stati decisi e controllati dallo stato sionista e quindi da esso imposti con le sue azioni sul campo. L'A. sottolinea come accettare condizioni del genere comporterebbe il suicidio politico per qualsiasi leader, dal momento che il blocco degli insediamenti in Cisgiordania, il ritorno dei profughi e uno Stato palestinese sovrano non sono mai stati neppure oggetto di discussione. Il Regno di Norvegia, per breve periodo alla guida del processo durante i negoziati per gli accordi di Oslo, si sarebbe comportato secondo gli stessi principi e con le stesse conseguenze. Ogni "processo di pace" sarebbe stato usato dallo stato sionista per normalizzare l'occupazione, costruire insediamenti e arroccarsi nei territori occupati. Il fatto che dopo il 2001 la questione sia caduta molto in basso nell'agenda statunitense avrebbe consentito allo stato sionista di perseguire i propri interessi senza alcun bisogno di salvare le apparenze. Dal 1967 in poi il "processo di pace" non avrebbe fatto altro che portare tutta la Palestina storica sotto il controllo più o meno diretto dello stato sionista, che sul terreno in Cisgiordania avrebbe imposto -anche con le violente prevaricazioni dei Noar ha Gvaot- uno stato di fatto modificabile ormai solo col ricorso a trasferimenti demografici su vasta scala. Pappé sottolinea l'influenza di un sionismo religioso intenzionato a trasformare il Paese in una teocrazia ebraica, ed afferma che la "soluzione a due Stati" altro non sarebbe che "un cadavere in decomposizione, già all'obitorio da fin troppo tempo". Nello stato sionista sarebbe diffusa l'opinione per cui un qualsiasi accordo di pace costerebbe più che non arrivare ad alcun accordo, specie in una società sempre più divisa e segnata dall'integralismo. La migliore prospettiva sembrerebbe allora quella in cui una minoranza di palestinesi resta sottomessa entro lo stato sionista e in cui esistono di fatto due bantustan cui sovrintenderebbero in un caso l'Autorità Nazionale Palestinese e nell'altro la deterrenza militare. Il destino dei territori occupati e degli stessi palestinesi sarebbe finito ai margini dell'agenda politica perché l'attuale realtà dovrebbe costituire un assetto definitivo da mantenere ricorrendo alla forza. Dal 2018 una norma riserverebbe al popolo ebraico il diritto all'autodeterminazione nazionale, rendendo la soluzione dei due Stati e l'instaurazione di uno Stato binazionale impraticabili anche dal punto di vista giuridico.
Ilan Pappé è convinto che nell'edificio del sionismo siano comparse delle crepe evidenti, e tali da minacciarne la stabilità.
La prima di queste crepe sarebbe data dallo sviluppo, nei territori occupati e presso gli ebrei mizrahi (ortodossi di origine araba), di un fenomeno che fonde sionismo religioso e giudaismo ortodosso. Secondo quello che Pappé chiama lo "Stato di Giudea", una compagine statale religiosa e teocratica fondata sulle idee suprematiste di Meir Kahane dovrebbe sostituire lo stato sionista su tutta la Palestina storica. Pappé ricorda la nascita e lo sviluppo del sionismo estremista del Gush Emunim, il "blocco dei fedeli" protagonista negli insediamenti dopo il 1967 e rapidamente diventato centrale nel sistema politico dello stato sionista. Lo stato sionista avrebbe chiuso entrambi gli occhi sui soprusi e sulle efferatezze commessi dai coloni e lasciato che "vigilantes e vandali" -di cui i Noar ha Gvaot sarebbero la manifestazione più estrema- agissero in sua vece imponendo la colonizzazione dei territori occupati come stato di fatto. I soprusi contro la popolazione non ebraica sarebbero iniziati anche nello stato sionista vero e proprio. Nella visione escatologica dei sionisti messianici un conflitto regionale dovrebbe culminare nella costruzione del Terzo Tempio sopra la moschea gerosolimitana di Al Aqsa. Il pessimo concetto in cui lo "Stato di Giudea" terrebbe gli ebrei laici sarebbe, secondo l'A., una componente suscettibile di minare la coesione sociale nello stato sionista. Negli ultimi anni avrebbe trovato piena rispondenza nell'ideologia e nei programmi del partito Shas, "eterogeneo e donchisciottesco gruppo" di nazionalisti mizrahi in costante crescita di voti, noto per i suoi virulenti proponimenti antiarabi. Ilan Pappé è convinto che solo la costante minaccia di un nemico esterno impedisca la disgregazione dello stato sionista, tanto più che lo "Stato di Giudea" -al governo dal 2022- si sarebbe mosso per avocare all'esecutivo il controllo del potere giudiziario e per togliere alla Corte Suprema la prerogativa di respingere i provvedimenti della Knesset. Nonostante le manifestazioni di piazza, lo "Stato di Giudea" potrebbe continuare a ricevere conferme elettorali data la forte emigrazione di ebrei laici -cui apparterrebbe la élite tecnologica e finanziaria dello stato sionista- intensificatasi dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. L'A. sostiene che nello stato sionista vivrebbero oggi due popoli ebraici distinti, che nulla avrebbero in comune; lo "Stato di Giudea" starebbe avendo la meglio, senza però disporre delle competenze economiche e militari necessarie ad assicurare la sopravvivenza dello stato sionista.
Il sostegno alla causa palestinese nel resto del mondo sarebbe la seconda crepa nelle fondamenta dello stato sionista, diventato bersaglio delle stesse strategie che avrebbero rovesciato l'apartheid in Sud Africa. Lo stato sonista avrebbe perso molte armi propagandistiche e molti argomenti, soprattutto quello che gli consentiva di imputare la mancanza di pace all'ostinazione dei palestinesi. Pappé accenna alla cresciuta influenza in campo internazionale del movimento BDS -dal 2005 impegnato nel boicottaggio, nel disinvestimento e delle sanzioni contro lo stato sionista- e alla inedita ondata di insofferenza con cui le cancellerie di tutto il mondo avrebbero reagito alla condotta dello stato sionista. I boicottaggi andrebbero a interessare una economia già alle prese con la su accennata diminuzione della forza lavoro più istruita e qualificata.
La terza crepa si troverebbe nei rapporti con gli ebrei di tutto il mondo, sempre meno propensi a identificarsi con il sionismo e anche a prenderne esplicitamente le distanze. Negli USA Pappé rileva una forte differenza generazionale nell'atteggiamento verso lo stato sionista, che potrebbe alla lunga indebolire la sua legittimità lasciando protagonisti della sua difesa i "sionisti cristiani" e l'estrema destra repubblicana. Venuto meno il "mantello di un presunto liberalismo" lo stato sionista sarebbe costretto ad appoggiarsi ovunque all'estrema destra, minando un sionismo che si vantava di rappresentare la liberazione di un popolo incessantemente oppresso.
Nonostante i successi misurati dagli indicatori macroeconomici, lo stato sionista starebbe vivendo una crisi dovuta al divario tra ricchi e poveri, alla scarsa mobilità sociale, alle poche prospettive per i disoccupati di lunga durata, al peggiorare del tenore di vita medio e alle enormi spese militari.
La quinta crepa indicata da Ilan Pappé consisterebbe nei dubbi sull'invincibilità delle forze armate. Pappé ricorda un episodio del luglio 2023 in cui lo stato sionista avrebbe impiegato un migliaio di uomini, oltre cento blindati e dieci attacchi aerei per uccidere una decina di combattenti irregolari palestinesi. Con un esercito addestrato a compiti di polizia e un'aeronautica considerata la prima forza offensiva, lo stato sionista avrebbe ampie capacità distruttive ma non sarebbe in grado di sconfiggere alcun avversario militarmente impegnativo. L'incursione di Hamas del 7 ottobre 2023 sarebbe rimasta per ore senza risposta anche perché molti reparti erano a difendere gli insediamenti isolati in Cisgiordania. Le tecnlogie avanzate, ottime per assassinare chiunque venga percepito come una minaccia, avrebbero trasformato i militari in efficienti carcerieri ma l'A. faticherebbe a vederli "resistere a un esercito convenzionale o semplicemente composto da veri adulti".
Al sesto punto Ilan Pappé considera le inefficienze dell'intervento statale: incidenti, incendi boschivi, criminalità organizzata si sarebbero dimostrati sufficienti a impensierire seriamente una pubblica amministrazione in crisi da molti anni prima del 7 ottobre 2023. La guerra avrebbe messo in luce la pesante trascuratezza con cui sarebbero state trattate per decenni le comunità vicine alle frontiere e l'impreparazione nella gestione di grandi numeri di sfollati. Pappé ne incolpa il clientelismo politico e ritiene che lo "Stato di Giudea" difficilmente considererà prioritarie le infrastrutture civili.
L'ultima crepa sarebbe rappresentata da un movimento di liberazione palestinese che resterebbe una forza politica influente nonostante i cento anni di continue sconfitte, e che nelle sue generazioni più giovani punterebbe ad una vera soluzione basata su un unico Stato, evitando di seguire una "ortodossia della pace" fallimentare che non avrebbe fatto altro che consolidare una società ingiusta.
Quello di "una strada per il futuro" è l'argomento centrale della seconda parte del libro, che inizia con una serie di considerazioni su una nuova strategia per il movimento nazionale palestinese. Secondo Ilan Pappé l'OLP sarebbe riuscita a riunire varie comunità palestinesi (da quelle all'estero a quelle nei territori occupati) tramite uno statuto e una struttura pluralistici, almeno fino alla sua espulsione dal Libano nel 1982. I successivi sviluppi avrebbero gravemente eroso la coesione tra i palestinesi e la loro capacità di agire secondo una visione comune. Una nuova leadership capace di riorientare la discussione sul futuro dovrebbe rifiutare un "processo di pace" imposto dagli USA e dallo stato sionista, iniziare invece con un rovesciamento della prospettiva e chiarire ad esempio quale status avrebbero in una Palestina decolonizzata i milioni di ebrei che oggi vivono nello stato sionista. Pappé nota come i giovani palestinesi siano spesso consapevoli di non avere nulla da perdere e avanzino richieste molto più massimaliste rispetto alle generazioni precedenti; per questo Hamas e la Jihad Islamica in Palestina verrebbero considerate -con buona pace dello stato sionista e dell'Occidente- parte integrante di qualsiasi organizzazione ambisca a unificare le forze della Resistenza. L'A. rileva l'importanza che la diffusione della telematica avrebbe avuto per lo sviluppo del pensiero e la diffusione su base volontaria dei materiali legati all'organizzazione politica e alla Resistenza da parte di organizzazioni animate da giovani e capaci di concezioni e soluzioni inedite come il Palestinian Youth Movement, attento al decentramento e consapevole delle insidie del correntismo. Le organizzazioni palestinesi in Europa e in USA auspicherebbero l'affermarsi di un'organizzazione in grado di rappresentare tutte le realtà palestinesi e propensa a rispondere alle critiche anziché reprimerle. Sarebbero inoltre scettiche sul ruolo dell'Autorità Nazionale Palestinese e sul suo prodigarsi per il riconoscimento internazionale perché contrarie alla "soluzione a due Stati", dal momento che uno Stato di Palestina nelle note condizioni altron on sarebbe che "poco più di una macchinosa autorità municipale" sotto controllo sionista. La guerra a Gaza tuttavia avrebbe trasformato il riconoscimento internazionale da manovra diplomatica a mezzo necessario per opporsi a un negazionismo che il movimento -e poi lo stato- sionista avrebbero assunto come atteggiamento stabile fin dal XIX secolo. Pappé concorda sulla necessità di seri cambiamenti nell'Autorità Nazionale Palestinese, minata da un coessenziale collaborazionismo, da una corruzione e da una crescente inefficienza da cui Hamas avrebbe tratto grossi vantaggi. L'assenza di consultazioni elettorali dal 2009 avrebbe inoltre fatto crollare il sostegno all'ANP presso i giovani palestinesi, pur consapevoli che la sua dissoluzione darebbe campo libero allo stato sionista. Lo scontro tra Fatah e Hamas successivo alle elezioni del 2006 avrebbe spinto una nuova generazione di attivisti a organizzarsi per contro proprio in Cisgiordania per resistere alle quotidiane e capillari aggressioni dei coloni e dello stato sionista -dalle detenzioni "amministrative" senza processo alla demolizione delle abitazioni- e dimostrare che l'apartheid non vige nella totale impunità. Pappé tratta anche della minoranza palestinese nello stato sionista, che nel XXI secolo avrebbe visto drasticamente ridursi gli spazi di agibilità politica e l'imperversare della guerra per bande; la legge fondamentale del 2018 avrebbe inoltre ufficializzato il sistema di apartheid di fatto, inducendo la popolazione palestinese a rimettersi alle politiche dell'ANP. L'A. ricorda anche la presenza mediatica palestinese e le sue varie piattaforme, considerandola in grado di aggirare le barriere fisiche e delle correnti politiche. Le nuove generazioni -rese competenti dall'assidua dedizione agli studi- condividerebbero la prospettiva di uno Stato democratico palestinese esteso dal Giordano al Mediterraneo, dello smantellamento delle istuzioni sioniste, del ritorno dei profughi e dello sviluppo di una democrazia fondata sull'uguaglianza economica e politica. Ilan Pappé spera che un'organizzazione palestinese unitaria si dimostri in grado di fare fronte alla distruzione scatenata dallo stato sionista, operando "con lo stesso zelo e la stessa diligenza che hanno permesso al movimento di liberazione palestinese di sopravvivere a oltre mezzo secolo di amare sconfitte". La nuova generazione di attivisti sarebbe in questo in grado non solo di organizzare iniziative unitarie di vastissima partecipazione, ma anche di sostenere la Resistenza come lotta anticoloniale, rifiutando di cedere alle pressioni a condannare questa o quella tendenza al suo interno nonostante la repressione generalizzata dello stato sionista e il lavoro delle sue imponenti lobby. In Cisgiordania l'atteggiamento dello stato sionista avrebbe incrementato la fiducia reciproca tra gruppi diversi, facendo del movimento di Resistenza una inedita realtà multilaterale. Secondo l'A. le componenti della nuova organizzazione per la Resistenza devono essere la solidarietà diffusa in tutto il mondo, la rete con altre realtà e organizzazioni e una guida democratica unitaria sul campo in grado di rappresentare in modo adeguato le nuove generazioni. Uno stato sionista che perdesse prestigio e sostegno internazionale -non avendo ripagato l'appoggio altrui "con nient'altro che guai" potrebbe finire emarginato quel tanto che basta ad agevolare l'ascesa di un movimento nazionale palestinese rivitalizzato.
Nel quarto capitolo Pappé scrive che la pace dei tecnocrati statunitensi altro non sarebbe che la soddisfazione degli interessi dello stato sionista. La "mini rivoluzione" auspicata dall'A. per la Palestina nel caso lo stato sionista dovesse collassare, sarebbe invece ispirata ai principi di "giustizia di transizione", per cui i colpevoli dovrebbero essere chiamati a rispondere dei propri crimini, e a quello di "giustizia riparativa", per cui vittime e colpevoli dovrebbero poter collaborare per trovare un modo di rimediare ai danni provocati. Tra i precedenti portati ad esempio dall'A., che non nasconde le difficoltà del lungo processo da affrontare, è quello della Commissione per la Verità e la Riconciliazione, in funzione nella transizione sudafricana dall'apartheid al regime democratico. Tra le difficoltà che si presenterebbero per un eventuale processo di giustizia riparativa, Pappé indica la difficoltà dei colonialisti ad ammettere la propria complicità, specie con il passare delle generazioni, e le disuguaglianze che tenderebbero a consolidarsi in realtà di fatto anche con il venir meno della loro base legale formale. Per il caso palestinese l'A. nota come esista una letteratura accademica utile alla traduzione operativa dei principi di ammissione, responsabilizzazione e accettazione che costituirebbero la base del concetto di giustizia riparativa. Il nuovo Stato dovrebbe quindi ammettere, riconoscere e ricordare tanto la Nakba del 1948 quanto quella "ininterrotta" degli espropri, delle distruzioni e della giudaizzazione attuata da allora in poi. Responsabilità dello stesso Stato sarebbe invece quella di trovare una giusta soluzione all'espulsione forzata dei palestinesi attuata dallo stato sionista con la complicità dell'Occidente. L'attuale assetto per cui lo stato sionista controllerebbe il 93% del territorio (con l'esplicito obiettivo di destinarlo a progetti immobiliari o per affittare terreni agli insediamenti ebraici), il controllo altrettanto semitotale delle risorse idriche, la sostituzione delle colture locali con altre non sarebbero il risultato di politiche geniali, ma di deliberata e sistematica discriminazione della popolazione palestinese. Di contro, i palestinesi e il mondo arabo circostante dovrebbeo accettare la presenza di un ampio gruppo ebraico nella Palestina storica come componente legittima e organica della regione.
Nel quinto capitolo del libro Ilan Pappé mostra come la componente più importante della giustizia riparativa in Palestina sia rappresentata dal diritto al ritorno nella Palestina storica di tutti coloro che ne furono espulsi e dei loro discendenti, quantificati in sei milioni di persone. Lo stato sionista sarebbe tenuto dal 1948 a garantire il diritto, ma si sarebbe sempre comportato in modo da accamparne l'impraticabilità così da conservare il proprio carattere di "stato ebraico", mantenuto artificialmente anche con severe restrizioni sull'immigrazione in generale. L'ONU avrebbe presto reagito istituendo l'UNRWA per l'assistenza ai profughi. Tra i suoi fini assistenziali Pappé nota quello dell'istruzione perché in questo contesto la "sacralità del diritto al ritorno" sarebbe sopravvissuta al passare delle generazioni, incoraggiata anche dalle politiche non sempre tese all'integrazione messe in atto dai paesi ospiti. Pappé ricorda come lo stato sionista sostenga che la negazione della cittadinanza sia uno stratagemma dei paesi arabi (Giordania esclusa) per mantenere un clima di ostilità, sorvolando sulle difficoltà che l'integrazione di un'ampia popolazione di rifugiati comporterebbe per realtà molto complesse come quella libanese. L'A. ricorda anche che molti palestinesi non troverebbero contraddizioni tra un miglioramento delle loro condizioni nei paesi ospitanti e l'impegno per la Palestina. Lo stato sionista rimarrebbe invece aggrappato alle proprie ossessoni demografiche rendendo impossibile la costruzione di una società giusta per tutti. Non a caso -ricorda Pappé- nonostante la sua validità sia stata riconosciuta dall'ONU (un tema che suscita le ire delle lobby) e il trascorrere del tempo non ne indebolisca le istanze sul piano morale, il diritto al ritorno non sarebbe mai stato un tema centrale nel "processo di pace". La fattibilità del ritorno sarebbe stata oggetto di seri studi da parte di Salman Abu Sitta, che avrebbe dimostrato come le terre espropriate ai palestinesi sarebbero a tutt'oggi poco sfruttate e poco abitate (a vivere di agricoltura sarebbero poche migliaia di kibbutznik) e che l'origine non cittadina di gran parte dei profughi agevolerebbe un loro ritorno non traumatico. Pappé ricorda anche un proprio contributo formulato in collaborazione con Tamar Yaron e Uri Davis sulla base dei principi formulati all'ONU nel 2005 da Paulo Sérgio Pinheiro. Un eventuale collasso del progetto sionista creerebbe condizioni che Pappé ritiene debbano essere previste razionalmente e sfruttate secondo piani preparati in anticipo; di questi piani di reinsediamento il libro presenta alcuni esempi, prima di considerare casi analoghi già verificatisi in qualche misura con successo in Ruanda, a Cipro e soprattutto in Bosnia.
Il sesto capitolo tratta degli insediamenti ebraici in Cisgiordania, di cui una "soluzione dei due Stati" che Pappé considera irrealizzabile dovrebbe prevedere lo smantellamento in considerazione della loro illegalità. La costruzione di uno Stato democratico in tutta la Palestina invece dovrebbe contemplare la demolizione degli avamposti isolati che ospitano "gli elementi più fanatici e criminali della comunità dei coloni", cercando altre soluzioni per la restante maggior parte. Pappé ricorda i precedenti del 1982 e del 2005, con lo smantellamento degli insediamenti nel Sinai -attuato dallo stato sionista facendo terra bruciata a Yamit, e vendendo all'Egitto Ofira- e a Gaza. In una realtà equa e democratica per tutti -per cui Pappé suggerisce anche l'adozione di una prassi di ridenominazione toponomastica in un'ottica di giustizia di transizione- sarebbero gli stessi coloni a decidere se rimanere o se trasferirsi altrove. Come esempi storici di "giustizia di transizione urbana" Pappé ricorda il caso di Ho Chi Minh e il riutilizzo degli edifici coloniali dopo l'indipendenza in Algeria. L'A. ricorda quindi le politiche urbanistiche adottate a Gerusalemme -finalizzate ad accentuare il carattere ebraico della città e al mantenimento di una maggioranza ebraica- immaginando una decolonizzazione all'insegna di politiche opposte. Per gli insediamenti in Cisgiordania Pappé ritiene che la decolonizzazione debba avvalersi di un insieme di ripopolamento, ridenominazioni e indennizzi, limitando le demolizioni alle (peraltro moltissime) "mostruosità" erette a tutela o a simbolo del sistema di apartheid.
Nelle pagine successive Pappé ricorda le storture dovute all'imposizione del modello degli Stati-nazione successivo alla fine dell'impero ottomano, e scrive che la decolonizzazione della Palestina storica dovrà avvenire evitando di ripetere errori di questo genere. Il movimento sionista, nello specifico, si sarebbe mosso cercando di creare "uno Stato europeo nel cuore del mondo arabo de-arabizzando un paese arabo". Sottolineata l'inadeguatezza del sistema degli Stati-nazione, attestata tra l'altro dalla perenne instabilità irachena e dal collasso della Repubblica Araba di Siria, della vecchia identità imperiale l'A. auspica il recupero degli elementi che avreebbero facilitato la coesistenza, e il loro riadattamento all'epoca contemporanea. Il miglioramento dei trasporti e delle infrastrutture, il decentramento politico e amministrativo e l'adozione di modelli politici confederali ed ecumenici ne rappresenterebbero la traduzione operativa.
La definizione dell'identità collettiva ebraica nello stato sionista sarebbe attualmente il maggiore ostacolo alla riconciliazione con i palestinesi. Pappé ritiene indispensabile il suo superamento, da affrontare con un processo di ridefinizione dell'ebraismo che lo scolleghi dal sionismo e con la ridefinizione dell'identità ebraica nel contesto di una Palestina liberata da quello che l'A. ha definito "lo Stato di Giudea". Pappé sottolinea ancora una volta la crescente distanza tra lo stato sionista e le nuove generazioni di ebrei statunitensi -il cui ambiente sarebbe stato fino a oggi cruciale per garantire allo stato sionista immunità internazionale, vitalità economica e legittimità ideologica- e cita alcuni saggi di recente uscita in cui verrebbe apertamente messo in discussione lo stessso legame tra ebraismo e Stato-nazione che egli stesso non condivide. Pappé non è affatto ottimista sulla fine del legame tra identità ebraica statunitense e stato sionista, pur rilevando la crescente importanza di organizzazioni ebraiche come Jewish Voice for the Peace e delle loro argomentazioni contrarie al sionismo e alla sua pratica politica. Secondo l'A. il persistere del sionismo sarebbe garanzia di un protratto regime di apartheid su tutta la Palestina storica. Milioni di ebrei continuerebbero invece a vivere come componente etnica e culturale nella Palestina storica anche dopo un crollo dello stato sionista, secondo il sistema "una persona, un voto" che riguarderebbe tutti gli abitanti; nella riconnessione della Palestina ai suoi vicini e nel superamento del modello degli Stati-nazione sarebbe solo la natura coloniale e oppressiva del sionismo a dover essere abbandonata. L'A. ricorda a questo proposito che fino all'arrivo del sionismo nessuna comunità ebraica del mondo arabo avrebbe pensato ad un proprio Stato come panacea a ogni problema. La risposta alla chiamata sionista, in Marocco come nello Yemen, avrebbe comportato invece l'assunzione di una nuova identità che si sarebbe sviluppata in Palestina a spese dei palestinesi e della cornice ecumenica del luogo. Il rifiuto del proprio stesso patrimonio culturale da parte dei mizrahi sarebbe stato accelerato dalla attiva discriminazione praticata nei loro confronti dagli askenaziti: le nuove generazioni di mizrahi si sarebbero così schierate in massa con la destra estrema. La fine del sionismo politico consentirebbe ai mizrahi di reimpossessarsi del proprio retaggio culturale; un processo che convergerebbe con l'abbandono della cultura sionista per facilitare la coesistenza in Palestina.
Il nono capitolo è fatto di considerazioni sullo stato della politica nel mondo contemporaneo, che Pappé considera allarmante per inefficacia, primato dell'economico, attiva promozione dell'ingiustizia sociale e crollo della fiducia. La crisi mondiale della sinistra in particolare sarebbe dovuta secondo l'A. alla sua incapacità di offrire alternative praticabili e al suo essersi ridotta a comportarsi come una destra annacquata. La sinistra dovrebbe superare i propri legami con l'illuminismo (anziché recuperarli, come suggeriscono altri autori) e costruire coalizioni che riguardino tutta la classe lavoratrice, compresi i settori vittime del razzismo e quelli in cui le identità collettive orientano ancora le relazioni sociali. Pappé ricorda che l'efficacia della coalizione per la Palestina dovrebbe essere esempio per coalizioni locali e globali capaci di cambiare ovunque il modo di intendere la politica. Coalizioni che dovranno necessariamente essere costruite fuori dai partiti, contro i mass media controllati dalle élite e in generale contro i responsabili della costruzione del consenso. Sul piano internazionale l'A. auspica un maggior isolazionismo statunitense, che in Medio Oriente lascerebbe il campo libero all'azione di altri attori.
Nella terza parte del libro Pappé colloca un racconto fantastico su un'ipotetica Palestina unificata del 2048, ritratta secondo i suoi auspici. In forma di diario vi vengono raccontate le tappe successive del crollo dello stato sionista e la sua sostituzione con una Palestina unita, laica e democratica secondo i temi trattati nelle prime due parti del volume.
Ilan Pappé - La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina. Roma, Fazi Editore 2025. 288 pp.