Giacomo Gabellini - Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell’ordine economico statunitense

Giacomo Gabellini presenta in Krisis una storia dell'ordine economico statunitense dalle origini ad oggi, arrivando fino a una aggiornata descrizione del principale competitor internazionale affermatosi dall’inizio del Ventunesimo secolo in poi e del suo comportamento economico e finanziario.
La prefazione di Guido Salerno Aletta definisce gli USA del ventunesimo secolo come un "compratore di ultima istanza" e Grande Debitore Globale in cui la condizione di potenza imperiale e il debito estero sarebbero sempre più incompatibili tra loro, e come un Paese lacerato tra una middle class sempre più indebitata ed esigua e un sottoproletariato urbano tenuto malamente a bada dalla politica tramite una pratica di segmentazione in minoranze aventi ciascuna diritto a una protezione specifica. G.S.A. è convinto che il mondo sia rimasto segmentato anche con la caduta dell'URSS e con la globalizzazione progressivamente imposta dagli USA in nome degli interessi delle proprie multinazionali, perché la globalizzazione dei mercati e l'estensione del capitalismo non comporterebbero di per sé una "occidentalizzazione" intesa come tendenza all'individualismo e alla perdita dei valori tradizionali. Altro errore statunitense, aver sottovalutato la "irriducibilità alla strumentalizzazione politica" di cui avrebbero dato prova realtà come l'Islam. La struttura costituzionale degli USA conferirebbe ai vari Presidenti le prerogative di sovrani a legittimazione democratica -destituiti dal popolo a scadenze fisse- limitati solo dalle competenze attribuite agli altri organi costituzionali, e in grado di determinare l'orientamento complessivo del Paese e le relative ricadute sul rimanente del pianeta con l'imposizione di cambiamenti di rotta anche repentini e contraddittori. La divisione del mondo in due blocchi contrapposti, la fine della convertibilità del dollaro in oro, la fine del keynesismo, la deindustrializzazione e la finanziarizzazione dell'economia sarebbero stati i principali momenti della storia recente in cui gli USA si sarebbero trasformati "da concavi in convessi". Le politiche imposte negli ultimi decenni avrebbero sostenuto solo i consumi individuali, togliendo molta competitività al sistema economico e allontanando qualsiasi seria reindustrializzazione, e favorito solo una industria bellica priva di ricadute per il settore civile.
Gabellini esordisce esponendo i motivi della transizione per cui con la prima guerra mondiale si sarebbe avviato il processo di trasferimento del centro di gravità geopolitica del mondo dall'Europa agli USA, cui sul piano economico-finanziario sarebbe coincisa la fine dello standard aureo centrato sulla sterlina. Gabellini accenna alla formazione dell'impero britannico e all'imporsi del Regno Unito come "fabbrica del mondo" a metà del XIX secolo, e poi alla crisi dello stesso modello in seguito all'adozione di politiche protezionistiche da parte dei Paesi concorrenti. L'A. descrive come il surplus comunque accumulato avrebbe consentito al Regno Unito di compensare i deficit commerciali con i redditi generati dalle attività finanziarie, fino all'inizio del XX secolo stimolate anche con enormi importazioni di oro sudafricano e con lo sfruttamento delle colonie, prime tra tutte quelle indiane. Citando Keynes, Gabellini ricorda come lo standard aureo implicasse una lotta per le esportazioni di merci e per l'importazione di moneta metallica, tale da legare la prosperità di un Paese all'andamento delle une e dell'altra. L'A. descrive quindi come l'ordine britannico avrebbe iniziato a vacillare con l'ascesa di USA e Germania. Gabellini indica i principali fondamenti del successo statunitense nell'espansione territoriale, nelle infrastrutture ferroviarie e telegrafiche, nell'imposizione di forti barriere tariffarie e nell'inserimento del Paese nel sistema liberoscambista britannico. L'A. nota come in esso le imprese statunitensi avrebbero presto iniziato a conquistare obiettivi strategici, gli USA ad accumulare riserve auree e il dollaro a diventare moneta di riferimento; solo l'indebitamento statunitense verso la Gran Bretagna avrebbe consentito a Londra di mantenere la propria posizione di forza. Gabellini considera anche la Germania e il ruolo del capitalismo pianificato a livello centrale, dei dazi e della presenza delle banche tedesche a Londra, che avrebbero consentito alla Germania di trasformarsi in "un'unica, gigantesca fabbrica" pronta a lavorare come complesso militare industriale a servizio di una politica espansionista. Allo scoppio della prima guerra mondiale il Regno Unito avrebbe sospeso lo standard aureo; il rapporto tra riserve auree e valuta in circolazione sarebbe crollato ovunque, e l'A. nota come la sterlina si sarebbe ripresa -pur in un Paese dissanguato- solo in seguito alla vittoria in guerra, alla confisca degli asset tedeschi e all'imposizione di danni di guerra altissimi alla Germania. Già nel 1915 comunque il Regno Unito si sarebbe trovato costretto a contrarre prestiti in USA, e gli USA -scrive Gabellini- sarebbero alla fine entrati in guerra a tutela dei propri crediti. In questa situazione, il ripristino dello standard aureo alla fine della guerra -attuato anche a costo di serie tensioni in e col Sud Africa- avrebbe messo la politica finanziaria britannica alle dipendenze degli USA. L'A. nota come l'attivismo statunitense nell'erogazione di crediti all'estero -compresa quella Germania il cui debito sarebbe stato rinegoziato più volte- avrebbe quasi cancellato il potere residuo della sterlina entro il 1929, e come questo avrebbe agevolato negli USA la promozione di uno stile di vita fondato sul consumo (e soprattutto sul debito), di cui l'"ingegnere del consenso" Edward Bernays sarebbe stato il primo propagandista. Il protezionismo statunitense avrebbe penalizzato le esportazioni europee e costretto i Paesi debitori a rinnovare i vecchi prestiti e a contrarne di nuovi per tamponare la caduta delle entrate dovuta proprio ai dazi imposti dagli USA; al tempo stesso i capitali statunitensi avrebbero cercato impiego speculativo all'interno, generando la bolla che avrebbe portato al crollo del 1929 e alla conseguente crisi mondiale. Colpito anche dalla politica monetaria francese -scrive Gabellini- il Regno Unito sarebbe andato in default sui pagamenti esteri nel 1931 e sarebbe stato costretto ad abbandonare lo standard aureo, emulato da più di venti altri Stati sovrani. Il venire meno della rete commerciale imperniata sulla sterlina avrebbe rafforzato il protezionismo e la ristrutturazione in senso nazionale/imperiale del capitalismo mondiale.
In espansione Gabellini nota come la Grande Depressione avrebbe favorito presso l'opinione pubblica statunitense la propensione a un massiccio intervento federale nella gestione dell'economia. Il saggio descrive le iniziative dell'amministrazione Roosevelt, dalla creazione di un "brain trust" di industriali ed economisti provenienti per lo più dalla galassia imprenditoriale dei Rockefeller al trasferimento in mani pubbliche del controllo sui movimenti di oro e capitali che avrebbe permesso di finanziare colossali programmi infrastrutturali e di edilizia pubblica oltre a una robusta rete di sicurezza sociale. Il New Deal avrebbe comportato l'adozione di un modello di direzione collettiva e congiunta degli affari che consentisse alla collaborazione tra politici e imprenditori di risolvere il problema della sovrapproduzione; in concreto si sarebbe avviato un processo di concentrazione imprenditoriale, sia pure in un contesto in cui la classe politica sarebbe diventata arbitro della vita economica; Gabellini sottolinea come l'operato degli istituti di credito sarebbe stato riorientato in modo da trasformarli in piazzisti di obbligazioni governative, e di come l'industria produttiva sarebbe stata favorita rispetto agli imperi finanziari. In campo internazionale, l'A. nota la stretta collaborazione tra Germania nazionalsocialista e imprese statunitensi; il "ritorno all'ortodossia" imposto dal 1937 in poi dal deficit di bilancio e dalla fine della spinta propulsiva del New Deal -oltre che dal drastico peggiorare della situazione internazionale- avrebbero invece consentito a Roosevelt di sopravvivere politicamente e di rilanciare l'economia sottomettendo l'apparato industriale alle esigenze militari. Con il Lend and Lease Act gli USA avrebbero costituito con gli alleati in Europa lo stesso tipo di rapporto del 1917: gli USA avrebbero fornito soprattutto ai britannici fondi per armi e attrezzature fabbricate dagli stessi USA: la produzione bellica sarebbe stata organizzata dagli stessi gruppi dirigenti alla cui avidità Roosevelt non aveva risparmiato critiche. Gabellini descrive poi come il Council on Foreign Relations finanziato dai Rockefeller avrebbe mobilitato dal 1941 le migliori menti economiche e geostrategiche per elaborare le fondamenta teoriche di un dominio mondiale. La promozione degli interessi statunitensi sarebbe passata per la conquista del favore dell'opinione pubblica -da ottenere con l'uso "sistematico e strumentale" degli "elementi costitutivi dell'identità nazionale statunitense"- e su un massiccio piano di riarmo tale da limitare qualsiasi esercizio di sovranità minimamente minaccioso da parte di potenziali concorrenti. L'aumento della produzione bellica e dei profitti aziendali, la crescita dei salari e dell'occupazione avrebbero alimentato una ondata di patriottismo e messo gli USA in condizioni di trattare con gli Alleati da una posizione di forza. Gabellini è tra quanti sostengono che lo sbarco in Normandia sarebbe stato ritardato il più possibile, e attuato in modo da avallare i sospetti sovietici sul suo reale scopo. La "diplomazia atomica" di Truman avrebbe effettivamente operato in modo antisovietico fin dall'aprile del 1945; il Council on Foreign Relations si sarebbe mosso in modo da rovesciare la percezione che la popolazione statunitense aveva dell'Unione Sovietica, sostituendone l'immagine reale di alleato protagonista dello sforzo bellico con lo stereotipo di un nemico "determinato a distruggere il capitalismo statunitense e a conquistare il mondo". Gabellini descrive la deliberata sottovalutazione delle ostilità sull'economia e sulla popolazione sovietica e l'operato degli USA per il containment economico, politico e militare dell'URSS. Vista l'ampia dipendenza del Regno Unito dalla finanza e dagli aiuti statunitensi, anche lo sgretolamento dell'impero britannico sarebbe stato trattato dagli USA come un'occasione di espansionismo, con l'inquadramento dello sviluppo petrolifero dei paesi arabi nel contesto dei propri interessi nazionali. E di quelli dei Rockefeller. Ricattato con il Lend and Lease ed esplicitamente escluso dal programma nucleare, il Regno Unito sarebbe stato poi costretto a smantellare le barriere doganali in favore dei capitali statunitensi e ad assumere un ruolo di minoranza in una "special relationship" con Washington. La posizione di forza degli USA avrebbe consentito loro anche di imporre un nuovo regime monetario in cui il dollaro sarebbe stato ancorato all'oro e in cui le altre valute sarebbero state legate al dollaro da tassi di cambio fissi; l'A. nota che con Bretton Woods gli USA avrebbero iniziato a esportare la propria inflazione interna verso i propri partner commerciali. Una platea che il predicato abbattimento delle barriere doganali avrebbe ampliato oltremodo, sempre nell'interesse di una Washington sempre pronta a imporre dazi, limiti alle importazioni, sovvenzioni statali e misure protezionistiche per tutelare i produttori statunitensi. I prestiti concessi ai Paesi poveri tramite la Banca Mondiale avrebbero trovato impiego praticamente obbligato nella realizzazione di infrastrutture per l'esportazione di materie prime, rendendo i destinatari dei prestiti dipendenti dalle nazioni occidentali a economia capitalista. In altri termini, gli USA avrebbero agito applicando a se stessi principi radicalmente diversi da quelli imposti al resto del mondo. La stessa prassi ricattatoria avrebbe permesso agli USA di egemonizzare l'ONU fin dalla fondazione estorcendo il voto degli Stati sudamericani. Il testo considera anche le politiche alla base dello European Recovery Program, alla sua funzione antisovietica e alla sua necessità come sbocco per le merci statunitensi: la fondazione della NATO avrebbe provveduto dal 1949 in poi agli aspetti militari del containment. Le conseguenze della smobilitazione e la rimarchevole contrazione dell'economia statunitense sarebbero state argomento di un National Security Council report 68 curato dal Dipartimento di Stato, che nel 1950 avrebbe auspicato la stabile adozione di un "keynesismo militare" in cui le spese per gli armamenti avrebbero potuto servire come leva per stimolare la produzione manifatturiera e i consumi. La inaudita concentrazione di ricchezza e di armamenti in mano agli USA avrebbe costretto l'Unione Sovietica -più che mai demonizzata nel report- a "innalzare un adeguato scudo militare con cui difendersi" rinunciando a (presunti) disegni espansionistici. La russofobia alimentata all'epoca, ricorda l'A., sarebbe a tutt'oggi "particolarmente forte" in quel Dipartimento di Stato e in quel Pentagono praticamente responsabili della gestione quotidiana della politica estera. Dopo Bretton Woods gli USA avrebbero evitato la paralisi del commercio mondiale emettendo e distribuendo dollari a beneficio del Giappone e dell'Europa occidentale, che li avrebbero in massima parte impiegati per merci statunitensi.
In flessione Gabellini considera il periodo compreso tra il 1950 e la crisi petrolifera del 1973. Nei primi anni Cinquanta gli USA avrebbero trasformato il keynesismo militare in una politica di ordinaria amministrazione, confezionando uno scenario internazionale ad alta conflittualità in grado di giustificarla. La definizione di "complesso militar-industriale" avrebbe da allora in avanti indicato una realtà in cui il keynesismo militare avrebbe dato il via a una crescita economica basata sull'innovazione, in cui la ricerca a fini bellici -guidata dalla Defense Advanced Research Projects Agency e dalla National Aeronautics and Space Administration- sarebbe stata un propulsore fondamentale e in cui i massimi livelli del management sarebbero spesso venuti dagli alti gradi delle forze armate, chiamati anche ad agire come lobby. La stessa politica infrastrutturale statunitense avrebbe privilegiato le autostrade interstatali e favorito l'industria petrolifera e quella automobilistica, accampando l'obiettivo dichiarato di "agevolare il deflusso dei cittadini dai centri urbani nell’eventualità di un attacco nucleare dell'URSS". L'A. ricorda che il consolidamento di questo apparato tecnico-militare sarebbe avvenuto di pari passo con il contrasto alle residue ambizioni imperiali britanniche nella crisi di Suez. In quelle circostanze gli USA avrebbero consolidato la propria reputazione di anticolonialisti, salvo potenziare i propri servizi fino a metterli in grado di influire pesantemente su qualsiasi realtà percepita come in grado di minacciare gli interessi statunitensi, con particolare riferimento all'accesso alle materie prime. L'Iran dell'esecutivo Mossadeq avrebbe in questo senso fatto da battesimo del fuoco per la CIA: da allora in poi la prassi di cooptare i ceti alti della popolazione e i vertici delle forze armate sarebbe stata usata dagli USA contro molti governi poco allineati. Il saggio espone anche le modalità con cui gli USA si sarebbero sottratti al pantano vietnamita usando le circostanze per agevolare lo sganciamento della Repubblica Popolare Cinese dall'URSS. In questo, Nixon e Kissinger si sarebbero mossi nella consapevolezza di dover limitare le "esagerazioni del periodo romantico dell'imperialismo" con la sua "inflazione di promesse e inflazione di speranze", che sarebbero andate "molto al di là" delle possibilità degli USA. Gabellini scrive che nonostante gli USA fossero riusciti a infliggere pesanti rovesci all'URSS (uno su tutti, l'Afghanistan) l'edificio di Bretton Woods avesse cominciato a indebolirsi già dopo il 1950 a causa della preferenza per gli investimenti all'estero anziché per l'innovazione sul piano interno, per il rinnovato sviluppo europeo sostenuto proprio dagli stessi USA e per il ricorso alla continua emissione di dollari e di obbligazioni a breve termine per colmare le passività con l'estero. Gabellini parla di un vero e proprio bluff statunitense, che avrebbe rischiato di crollare se le banche centrali di altri Paesi avessero preteso da Washington la conversione in oro dei dollari in loro possesso; proseguendo con la narrazione, l'A. ricorda comunque i fallimenti cui sarebbero andati incontro i tentativi di contrastare la speculazione dei padroni del petrolio o quelli di limitare l'intromissione degli interessi dell'industria bellica, a cominciare da quelli portati avanti da Kennedy. La costruzione dell'impero statunitense sarebbe proceduta a scapito del tessuto industriale e dell'innovazione, soppiantati dagli investimenti all'estero e dalla finanziarizzazione. Dal 1965 in poi la guerra in Vietnam avrebbe orientato in modo ancor più deciso verso il settore militare l'industria statunitense, che con l'insediarsi del Segretario alla Difesa Robert McNamara avrebbe servito gli USA non più secondo gare d'appalto, ma secondo contrattazioni negoziate e al riparo dalla concorrenza straniera, che avrebbero permesso alle imprese di ottenere ulteriori profitti alzando sistematicamente i costi di produzione senza incorrere in sanzioni. Gabellini scrive di come il debito federale fosse più che decuplicato in pochi anni, del crollo delle riserve auree e di come la debolezza del dollaro -usato anche per esternalizzare i costi della guerra in Vietnam, diventato com'era la moneta su cui si fondava tutto il sistema dei pagamenti internazionali- iniziasse a suscitare gravi malumori soprattutto nella Francia gollista. Nel 1967 una crisi della sterlina avrebbe spostato l'attenzione sul dollaro come principale pilastro del sistema aureo; l'A. descrive la reazione statunitense, manifestatasi come una campagna di intensa ostilità non solo finanziaria contro la Francia, e le sue conseguenze. L'A. esamina anche le dinamiche del settore bancario statunitense, che dai tempi di Eisenhower sarebbe stato esentato dalla regolamentazione anti trust e sarebbe così andato incontro a una riduzione della concorrenza conseguente un grosso processo di concentrazione. Le pressioni dell'oligopolio bancario avrebbero indotto l'amministrazione statunitense a esentare dalla tassazione i prestiti erogati a residenti stranieri dalle proprie filiali estere, consentendo lo sviluppo di un fenomeno -quello dell'eurodollaro- esente da qualsiasi obbligo in materia di riserve e di controllo, che avrebbe allentato le pressioni sulla bilancia dei pagamenti a patto che la valuta in uscita dagli USA non vi ritornasse. Il quasi totale annullamento della copertura aurea e le minacce di unione monetaria da parte della allora Comunità Economica Europea avrebbe portato l'amministrazione Nixon a sospendere nel 1971 la convertibilità del dollaro in oro per i non residenti, in pratica ripudiando unilateralmente gli accordi di Bretton Woods, trasformando il debito in una riserva valutaria per gli altri Paesi, dando il via a "un'orgia speculativa di dimensioni mai viste prima" e incentivando il carattere "smaccatamente cosmopolita" dei principali agenti economici. Gabellini ricorda che in questo modo gli USA si sarebbero messi in condizioni di "comprare senza alcuno sforzo la produzione reale in tutto il mondo" scavando da allora in poi una voragine nella propria bilancia commerciale. Le vicende della guerra del Kippur, il blocco del petrolio e poi il drastico aumento del suo prezzo (frutto, scrive l'A., delle forti raccomandazioni dello Shah) avrebbero prodotto conseguenze pesanti sull'economia dei Paesi industrializzati.
Il quarto capitolo dedicato alla reflazione prende in esame il periodo compreso fra la crisi petrolifera del 1973 e il trionfo delle reaganomics. Secondo Gabellini l'accesso agevolato al credito avrebbe prodotto nelle realtà esterne agli USA un generalizzato allentamento sul controllo dei conti con l'estero, la cui tenuta sarebbe stata più facile da rinviare a tempo indefinito. Negli USA invece le incessanti immissioni di liquidità nel sistema avrebbero portato a tutto -dall'aumento del costo delle abitazioni a quello dei consumi energetici, fino alla massiccia diffusione del credito al consumo- meno che al miglioramento della produttività. L'A. tratta quindi delle idee diffuse dalla "Commissione Trilaterale" fondata da David Rockefeller, Zbigniew Brzezisnki e George Franklin "per consolidare l’ordine internazionale a guida USA" e attenuare le tensioni tra Europa, USA e Giappone. Autrice dell'impianto ideologico alla base degli aspetti liberisti della globalizzazione -riduzione del ruolo dello Stato, finanziarizzazione, agevolazioni fiscali per i redditi più alti, eccetera- la Trilaterale si sarebbe avvalsa di intenti programmatici favorevoli alla libera impresa, alla marginalizzazione dei suoi critici e alla costruzione culturale del consenso, come quelli di Lewis Powell. Secondo John D. Rockefeller III liberalizzazioni e privatizzazioni avrebbero dovuto concorrere a togliere allo Stato molte funzioni regolatrici in favore di un "modello darwiniano". Una campagna mediatica centrata sulla denigrazione della pubblica amministrazione avrebbe portato nel 1976 all'elezione di Jimmy Carter, nella cui amministrazione i membri della Trilaterale sarebbero stati numerosi. Gabellini sottolinea la difficile situazione del periodo, con l'aumento del prezzo del petrolio, la concorrenza europea e giapponese sui mercati e l'impennarsi del prezzo dell'oro; gli USA avrebbero reagito liberalizzando il settore del gas naturale, modificando il regolamento del Fondo Monetario Internazionale per tagliare fuori l'oro dal sistema monetario internazionale, revocando le politiche espansive in campo monetario e al tempo stesso favorendo una estesa deregolamentazione del settore bancario. Il rientro dei capitali e il deflusso verso gli USA avrebbero fatto esplodere il debito dei Paesi in via di sviluppo, destinato a peggiorare ulteriormente grazie alle ricette di rientro suggerite da un Fondo Monetario trasformatosi nel gendarme finanziario delle banche statunitensi. Aggravata dal crollo del prezzo degli idrocarburi, la situazione avrebbe alla lunga portato alla dissoluzione del blocco comunista senza che dell'enorme massa di denaro rientrata negli USA fossero dedicate quote significative agli investimenti pubblici e alle infrastrutture, privilegiando invece il finanziamento dei deficit e il pagamento degli interessi. Sarebbe stata l'amministrazione Reagan dal 1981 in poi ad accampare come scusa per le politiche fiscali favorevoli a ricchi e imprese la teoria del trickle down; Gabellini sottolinea come -insieme alla riduzione del costo del denaro- i provvedimenti fiscali avrebbero incentivato ancora di più il ricorso al credito al consumo, scoraggiato gli investimenti produttivi e reindirizzato i capitali verso la finanza. La crescita economica conseguente non avrebbe alleviato le condizioni del debito pubblico, aggravato anche da una esplosione delle spese militari. La ricaduta civile di parte di esse, disciplinata dal programma Small Business Innovation Research, avrebbe portato i progressi dell'informatica, delle telecomunicazioni e delle biotecnologie a trovare applicazione in ogni campo, scompaginando il vecchio sistema di produzione fordista e riducendo drasticamente la presenza umana nel manifatturiero e nei servizi. Trainati dall'industria militare e dalla finanza, i settori dell'innovazione e dell'alta tecnologia avrebbero consentito agli USA di mantenere nonostante tutto un ruolo guida nell'economia mondiale anche grazie alla delocalizzazione di quasi tutti i comparti produttivi in Paesi caratterizzati da basse remunerazioni, cambi depressi, fiscalità accomodante, oltre che al "disinnesco" delle organizzazioni dei lavoratori, messe in subordine anche dal palpabile miglioramento del tenore di vita consentito dal generale ricorso all'indebitamento personale. L'A. specifica che la fine del "convitato di pietra" sovietico avrebbe coronato un decennio di declino generale delle retribuzioni, delle tutele lavorative e "della generale capacità dei lavoratori di difendere i propri interessi". Dettando la rotta che tutti i Paesi industrializzati avrebbero seguito, gli USA avrebbero anche innescato un processo che avrebbe portato le loro stesse multinazionali a demolire la stessa struttura industriale statunitense (con il volenteroso aiuto di avvoltoi della finanza le cui pratiche di leveraged buyout sarebbero diventate prassi abituale) con pesanti conseguenze in termini di ineguaglianza sociale e devastazione economica. Gabellini rileva come tra le conseguenze della deregulation bancaria ci sarebbe stata anche l'agevolazione delle attività di riciclaggio, e riferisce dell'importanza che l'informatizzazione delle attività borsistiche avrebbe avuto per il verificarsi del crollo del 1987.
Dopo il crollo del 1987 e la fine dell'Unione Sovietica, secondo Gabellini gli USA avrebbero mantenuto l'esorbitante tenore di vita dei propri cittadini con l'abituale ricorso all'equivalente geoeconomico dell'estorsione, praticata dopo il crollo dell'URSS a danno di alleati che sarebbero rapidamente diventati degli avversari economici. Negli Stati Uniti marginalizzare l'oro nel sistema monetario internazionale avrebbe incentivato l'incremento del credito -e con esso la propensione al rischio delle banche- e incoraggiato ad ogni livello inauditi eccessi di spesa rispetto alla produttività; solo lo squilibrio tra importazioni ed esportazioni avrebbe impedito il crescere dell'inflazione, in una situazione che avrebbe reso il sistema statunitense strettamente dipendente dalla disponibilità altrui a finanziare il deficit acquistando buoni del Tesoro, obbligazioni, azioni e depositi bancari negli USA. Assicurare un flusso ininterrotto (e miliardario) di questo tipo sarebbe diventato per Washington una questione di sicurezza nazionale. Gabellini riassume la storia economica e finanziaria del Giappone postbellico, e la crescita che gli USA avrebbero promosso per motivi geostrategici, assistendovi con "benevolenza" finché le successive ondate di espansione industriale verso l'estero non avrebbero sensibilmente minacciato i loro profitti mandando inoltre sull'orlo dell'estinzione molti comparti manifatturieri. Dopo il crack del 1987 l'amministrazione Reagan avrebbe sottoposto a dazi le merci giapponesi e costretto la banca centrale ad abbassare i tassi di interesse per invertire il flusso di capitali in uscita dagli USA. L'A. scrive che quando il Giappone tornò ad alzare i tassi le banche statunitensi avrebbero lanciato un attacco speculativo "ridimensionando le ambizioni di Tokyo". Un attacco analogo sarebbe stato sferrato nel 1992 contro le valute più deboli dell'Unione Europea, intenta a gettare le basi dell'euro. Gli USA avrebbero operato contro la Repubblica Popolare Cinese -manipolando mediaticamente gli avvenimenti di piazza Tienanmen- e contro la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, indebitata col Fondo Monetario Internazionale e costretta a distruggere l'industria, a smantellare lo stato sociale e a varare un massiccio programma di privatizzazioni. Gabellini ricorda che nel 1992 gli USA avrebbero adottato formalmente una politica estera in cui ONU e alleati avrebbero avuto un ruolo "meramente accessorio" nella gestione delle crisi e in cui il ricorso preventivo alla forza militare veniva considerato necessario per eliminare minacce esplicite o anche soltanto possibili. In quest'ottica "gli esorbitanti livelli di indebitamento e la posizione pesantemente deficitaria in termini di commercio con l’estero" avrebbero reso necessario mantenere una "soverchiante superiorità militare" rispetto a qualsiasi competitore. L'A. sottolinea come uno dei principali artefici di queste linee guida sarebbe stato Paul Wolfowitz, fautore di una linea politica aggressiva a tutela di un tenore di vita statuito come non negoziabile e soprattutto di una "supremazia geopolitica ormai dipendente dalla speciale ed esclusiva facoltà di attingere dalle risorse mondiali in maniera virtualmente illimitata attraverso l'espansione continua del potere d'acquisto monetario garantita dall’emissione di titoli". L'amministrazione Clinton avrebbe perseguito questi obiettivi imponendo ai Paesi terzi una openness verso merci, capitali, persone e idee statunitensi tramite l'Organizzazione Mondiale del Commercio. Il saggio descrive anche il "salvataggio" economico delle cosiddette "tigri asiatiche"... ad opera delle stesse banche statunitensi che le avevano portate alla rovina. La consapevolezza della vulnerabilità economica degli USA -scrive Gabellini- sarebbe stata alla base del progetto di dominio asimmetrico sull'Eurasia prospettato da Zibigniew Brzezinski. L'ex URSS sarebbe stata sottoposta a una conversione economica con il controllo straniero delle banche e la liquidazione dei beni pubblici, su cui avrebbero sovrinteso economisti vicini agli ambienti finanziari e dei servizi statunitensi. L'A. descrive l'ascesa degli "oligarchi" in Russia e il modo in cui si sarebbero impadroniti delle ricchezze del Paese, facendone crollare la moneta e portandolo alla bancarotta nel 1999, specificando che "ogni dollaro stampato senza alcuno sforzo dalla Federal Reserve e inviato in Russia tornava negli USA sotto forma di beni reali e risorse naturali". Al saccheggio sistematico, Brzezinski avrebbe raccomandato di affiancare iniziative militari e di intelligence intese a stringere il cerchio attorno alla Russia e a indebolirne la struttura statale: allargamento della NATO, disordini nel Caucaso, integrazione dell'Ucraina nello schieramento occidentale. Buoni rapporti con la Repubblica Islamica dell'Iran e con la Repubblica Popolare Cinese avrebbero tolto alla Russia ogni spazio di manovra in un continente da cui provenivano i flussi di merci e di denaro indispensabili al tenore di vita statunitense. Un progetto che gli USA non avrebbero avuto però i mezzi per attuare. A fronte dell'ascesa dell'euro, gli USA avrebbero chiuso entrambi gli occhi su una situazione internazionale che li avrebbe privati della supremazia, e sarebbero ricorsi alla militarizzazione e alla forza come mezzi principali per la tutela dei propri interessi e come reazione all'esplosione del deficit commerciale, in un sistema economico che Gabellini definisce "imperiale-parassitario". L'invasione dell'Afghanistan e dell'Iraq sarebbero risultate perfettamente in linea con l'intento di mettere le mani sulle vie energetiche dell'Eurasia e da lì sulla crescita economica del continente. L'imposizione manu militari dell'accoppiata democrazia-libero mercato in tutta l'area tra il Marocco e il Pakistan si sarebbe rivelata un costoso fallimento costellato di guerre iniziate e non finite, per lo più a spese di avversari insignificanti e in nome del profitto di appaltatori e subappaltatori della difesa. Gabellini ricorda come a rafforzare le intromissioni statunitensi avrebbe contribuito il ricorso -arbitrario e unilaterale- a dazi e sanzioni, reso possibile dal ruolo del dollaro negli scambi internazionali: tra gli esempi riportati, la guerra ibrida contro il Venezuela e le minacce contro i costruttori del gasdotto russo-tedesco Nord Stream 2. Secondo Gabellini, con l'esplodere del loro deficit commerciale, gli USA avrebbero adottato una deliberata "geopolitica del caos" in grado di alimentare il loro export di armamenti e di consolidare l'immagine di "porto sicuro" di cui il dollaro avrebbe goduto storicamente. Nel 2010 la diminuita attrattiva del dollaro sarebbe stata un dato di fatto; nonostante questo, l'incessante acquisto di titoli di Stato statunitensi -soprattutto da parte di Cina e Giappone- avrebbe sostenuto il dollaro anche in presenza di quei bassissimi tassi di interesse da cui dipenderebbero gli esorbitanti livelli di consumo degli USA.
Nel capitolo seguente il libro descrive l'avvitamento dell'economia e della società statunitensi e la loro sottomissione alla finanza. Alla fine degli anni Ottanta gli USA avrebbero conosciuto un "immane afflusso di liquidità dall’estero, attratto dal rialzo forsennato dei tassi, dalla detassazione e dalla piena libertà d'azione garantita dalla rimozione dei vincoli giuridici", che sarebbe andato a finanziare il poderoso programma di riarmo reaganiano imperniato sull’innovazione tecnologica. L'esportazione di beni e servizi ad alto contenuto tecnologico avrebbe dovuto riequilibrare i conti con l'estero senza ricorrere a una riduzione della domanda o a un incremento della pressione fiscale. Gabellini scrive di come il reclutamento della Repubblica Popolare Cinese nell'Organizzazione Mondiale del Commercio avesse lo scopo di colonizzare economicamente il Paese, assegnandogli il ruolo di produttore di merci a basso valore aggiunto, e descrive il nascere, l'enfiarsi e l'esplodere della bolla borsistica della new economy, dovuto anche al fatto che il suo paradigma avrebbe avuto bisogno di "tempi di maturazione molto più lunghi del previsto". Cosa che non avrebbe interrotto l'incessante ricollocazione di interi cicli produttivi nella Repubblica Popolare Cinese, il loro alimentare oltre misura un deficit commerciale già impressionante per conto proprio e l'eliminazione di buona parte del residuo tessuto manifatturiero statunitense. La "atrofizzazione delle competenze" sarebbe arrivata anche a toccare settori strategici per l'industria bellica. Il testo sottolinea come dal 2001 in poi le politiche fiscali e le spese militari avrebbero ingigantito il deficit di bilancio e depresso il potere d'acquisto della maggioranza della popolazione, esclusa dai crescenti benefici del mercato finanziario. Dal 1995 in poi una serie di misure volte a incentivare il credito al consumo, unite alla deregulation bancaria, avrebbe ulteriormente aggravato il suo indebitamento intanto che il settore finanziario sarebbe tornato a fenomeni tipici di cento anni prima: "prestiti agli speculatori, impacchettamento e cartolarizzazione dei crediti da rivendere ai clienti con relativa estrazione di profitti lungo tutto il percorso". Gabellini si sofferma quindi a lungo sulla bolla immobiliare, con cui l'esecutivo Bush avrebbe cercato di riempire la voragine lasciata dalla new economy. Gabellini mette in evidenza la fragilità degli assunti di fondo e il funzionamento di quei mutui subprime che nel 2008 avrebbero portato prima al crollo del mercato immobiliare, poi a quello della borsa e infine a quello del settore bancario prima e assicurativo poi. L'A. illustra come nel settembre di quell'anno le società alla base di tutto sarebbero state ora salvate con centinaia di miliardi presi dal denaro dei contribuenti, ora lasciate fallire (come la Lehman Brothers) per motivi a tutt'oggi non chiari; non sarebbe da escludere che l'amministrazione Bush si fosse servita del caso Lehman Brothers per intimorire il Congresso e indurlo ad approvare qualsiasi misura di sostegno alla borsa e qualsiasi ulteriore salvataggio bancario che gli fossero presentati. Con l'amministrazione Obama la condiscendenza del governo verso il settore finanziario sarebbe rimasta inalterata, come avrebbero attestato prima il perdurare di enormi erogazioni di liquidità a fondo perduto da parte della Federal Reserve, e poi l'orchestrazione di manovre speculative contro l'euro. Gabellini spiega poi come dal 2011 la legislazione avrebbe previsto tagli automatici alla spesa pubblica in caso di mancato accordo tra i due partiti -imponendole in pratica quel restringimento continuo caro all'ortodossia neoliberale- e come la disconnessione tra una economia reale spesso spregiativamente chiamata old economy e mercati finanziari (trainati da poche società "scandalosamente protette" da misure legislative e fiscali e da trucchi contabili) fosse un dato di fatto. Al crollo dell'industria e del manifatturiero falcidiati anche dall'automazione, con l'aumento del lavoro scarsamente retribuito e l'esplosione dei fenomeni di tossicodipendenza, l'A. accosta anche la precarizzazione del settore dei servizi, messo a rischio anch'esso dalle delocalizzazioni. Lo smantellamento dello welfare sopravvissuto all'epoca reaganiana avrebbe avuto l'effetto di spoliticizzare la società avvolgendola "nella paura collettiva e nell'impotenza individuale", favorendo l'attenzione degli elettori per "i falsi rimedi forti dei demagoghi" e mettendo le nuove élite delle due coste contro il resto del Paese. In un contesto come questo, scrive Gabellini, Donald Trump avrebbe avuto buon gioco a denunciare gli effetti peggiori dei trattati in vigore e nell'adottare una politica estera fondata su rapporti bilaterali in cui gli USA avrebbero potuto usare contro ciascun interlocutore il "grosso bastone" della loro mera posizione di forza. Sul piano interno, Trump avrebbe agito a colpi di decreti amministrativi per superare eventuali dinieghi del Congresso, applicando una deregulation generalizzata, agevolando il rientro dei capitali e imponendo una sorta di flat tax con l'esclusione dei ceti più abbienti. A favorirli ulteriormente, l'elevatissima "opacità finanziaria" di alcuni Stati federali, diventati paradisi fiscali on shore. Gabellini constata che i tentativi di ridefinire i flussi di manodopera e delle importazioni non avrebbero ostacolato gran che la ristrutturazione del commercio mondiale attorno al cardine rappresentato da quella Repubblica Popolare Cinese che gli USA avrebbero prima cercato di "occidentalizzare" nella sua classe media per togliere presa al Partito Comunista, e che poi avrebbero invece voluto integrare come "socio di minoranza" in un ordine mondiale da essi guidato. Negli ultimi anni gli USA avrebbero accentuato l'impegno militare e di intelligence tesi a frammentare la Cina strumentalizzando temi come il Tibet, il separatismo uiguro e la situazione di Taiwan. L'A. descrive la scena politica statunitense degli ultimi anni, con i repubblicani attaccati alla prospettiva della (ipotetica) affermazione di nuovi modelli di sviluppo sotto il pieno controllo di Washington, e i democratici propensi invece a un costoso e globalizzato Green Deal -imperniato sullo stesso paradigma della new economy- che dovrebbe permettere di surclassare il vantaggio competitivo dei concorrenti mondiali imponendo loro l'impegno di grosse risorse per adeguare processi e prodotti a nuovi standard stabiliti dagli stessi USA. Gabellini sottolinea come la "quarta rivoluzione industriale" metterebbe a dura prova ovunque la capacità del tessuto socioeconomico di assicurare un impiego, inteso come presupposto di base per la stabilità sociale, e come il suo impatto sarebbe particolarmente violento negli USA, accentuando la polarizzazione in atto da molti decenni in una realtà rigida, oligarchica, classista e tribalizzata su basi etniche e di censo, in cui decine di milioni di persone vivono già in condizioni di privazione estrema. Il testo descrive anche i fenomeni della criminalizzazione della povertà, della militarizzazione della giustizia e della "iperincarcerazione" in un sistema concentrazionario dominato da colossi imprenditoriali in grado di esercitare pressioni sulle autorità perché le leggi siano congegnate in modo da assicurare il più detenuti possibile, da reimpiegare come lavoratori forzati.
Il settimo capitolo è intitolato al riallineamento, ed esordisce con una descrizione dello "sbalorditivo" sviluppo economico e sociale realizzato in pochi decenni dalla Repubblica Popolare Cinese, modernizzatasi -ma non occidentalizzatasi- grazie all'alleanza di fatto tra Partito Comunista e classe imprenditoriale della diaspora, e grazie alla mancata adesione alle pratiche della "controrivoluzione neoliberale". Risorse umane di alto livello e bassi costi di produzione, controlli sui movimenti di capitale, forte presenza statale nell'economia e obbligo per le aziende straniere di operare tramite compartecipate con le imprese locali cui trasferire know how sarebbero la base di un sistema in cui lo Stato non è subordinato agli interessi di classe dei capitalisti. I vantaggi di una industrializzazione trainata dall'export sarebbero andati di pari passo con quelli di una struttura economica introflessa, protetta da barriere informali come la lingua e la cultura confuciana, e accessibile agli stranieri solo tramite intermediari; il capitolo presenta un'analisi dello sviluppo cinese dalla morte di Mao Zedong in poi, sul ruolo del confucianesimo, del Partito Comunista e delle forze armate. Gabellini tratta del vorticoso sviluppo delle infrastrutture e degli armamenti, e soprattutto del "monopolio politico" mondiale cinese sulle materie prime. In particolare, dall'inizio del ventunesimo secolo lo Stato sarebbe qui intervenuto non per il perseguimento della crescita ad ogni costo, ma per finalità più complesse compresa la sicurezza sociale, la ridistribuzione della ricchezza e lo spostamento della crescita dalle esportazioni al consumo interno. Krisis scrive di come dopo il 2005 la Repubblica Popolare Cinese avrebbe iniziato a usare i titoli di debito statunitensi come un'arma finanziaria, e lavorato per la realizzazione di uno spazio economico nel Pacifico, "assorbendone i Paesi senza dover ricorrere all'uso della forza". In altri termini, la Repubblica Popolare Cinese avrebbe agito in modo da espandere la propria potenza sui mercati internazionali rimanendo impermeabile alle forme più insidiose di condizionamento dall'estero, a cominciare dalla liberalizzazione monetaria. La finanza interna -specifica Gabellini- sarebbe specializzata in servizi di finanziamento per l'economia reale, mentre sul piano mondiale Cina e Russia avrebbero compiuto una "forsennata corsa all'oro" che avrebbe gettato le basi per una base aurea de facto, e realizzato reti infrastrutturali, rotte di navigazione, reti telematiche e sistemi di pagamento elettronici propri in modo da minimizzare la dipendenza dagli analoghi statunitensi. Con la "diplomazia dei partenariati" la Repubblica Popolare Cinese punterebbe a ricavare pragmaticamente una propria penetrazione strategica anche nelle aree geografiche a forte influenza statunitense, come il Golfo Persico. Nel descrivere il forte impegno nella realizzazione di infrastrutture per l'energia e i trasporti a livello mondiale e la Belt and Road Initiative nel suo complesso, l'A. nota alcuni dettagli caratteristici; tra questi, il fatto che nelle partnership stabilite nei paesi africani per la delocalizzazione delle produzioni a basso valore aggiunto la Cina incentiverebbe la partecipazione di lavoratori propri, in modo da evitare in patria la nascita di un esercito industriale di riserva in grado di frenare la crescita dei salari. Gabellini chiude lo scritto con qualche dato comparativo tra economia cinese ed economia statunitense, concludendo che il sorpasso dell'una economia sull'altra sarebbe già avvenuto nel 2014.
L'ultimo capitolo intitolato all'entropia inquadra il contenuto dell'opera in una riflessione ispirata a Fernand Braudel e alla sua considerazione sulle fasi di grande espansione finanziaria. A suo modo di vedere, il fenomeno indice infallibile dell'approssimarsi della fine per ogni ciclo egemonico; l'espansione finanziaria minerebbe le potenzialità innovative col diminuire degli investimenti, e comprometterebbe così l'evoluzione tecnologica. In una serie di considerazioni ispirate i classici della strategia militare, Gabellini si chiede se la Repubblica Popolare Cinese -che "non importa modelli stranieri e non esporta il proprio", evitando quindi di accampare pretese eccezionaliste- disponga effettivamente della forza, della capacità e soprattutto della volontà politica per rimpiazzare gli USA e per costruire un consenso generalizzato attorno alla propria leadership. Negli USA, l'impossibilità di conciliare le pretese di egemonia mondiale con la difesa degli interessi economici delle proprie multinazionali e con il mantenimento di un minimo di coesione sul fronte interno potrebbe arrivare a costringere lo establishment a mettere in qualche stretta misura in discussione pratiche politiche sclerotizzate da decenni. Il problema, conclude l'A., sarebbe la distanza tra gli USA della Grande Depressione e quelli del ventunesimo secolo: i primi erano la prima potenza manifatturiera del mondo, i secondi sarebbero un Paese "socialmente tribalizzato e politicamente sconnesso", con un'economia dalla struttura feudale, in cui la ricchezza dei pochi non deriverebbe neppure più dal lavoro di molti, ma dal perdurante dominio predatorio sul mondo esterno.


Giacomo Gabellini - Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell’ordine economico statunitense. Mimesis editore, Sesto S. Giovanni 2021. 416 pp.