Richard Hofstadter - L'odio per gli intellettuali in America

Richard Hofstadter ha pubblicato Anti-Intellectualism in American Life nel 1963, e una prima traduzione risale al 1968 con il titolo di "Società e intellettuali in America". Dopo più di sessant' anni il prefatore Tom Nichols è sicuro che il libro sia ancora attuale, perché l'antiintellettualismo sarebbe diventato un problema globale, suscettibile di effetti catastrofici sulla democrazia, sul benessere di miliardi di persone e sul pianeta stesso. Sottocategoria del populismo caratterizzata da rabbia e diffidenza verso le persone colte, gli esperti e gli studiosi, l'antiintellettualismo avrebbe il grosso vantaggio di essere accessibile a tutti, compresi ricchi e potenti che non esiterebbero a servirsene per i propri scopi elevandolo al tempo stesso ad atteggiamento alla moda. Nel caso statunitense, Hofstadter identifica le radici dell'antiintellettualismo nell'evangelismo protestante, in cui l'interpretazione delle Scritture è facoltà individuale: esperti e intermediari vi figurano come ostacoli tra l'uomo comune e la Verità. Al di là della cultura di riferimento, le dinamiche dell'antiintellettualismo sarebbero più o meno le stesse in ogni contesto in cui predominino la sensazione di essere allo sbando, schiacciati "dall'enormità del mondo circostante". Questa "enormità" o meglio complessità del mondo, sarebbe alla base delle dinamiche politiche delle democrazie in cui i rappresentanti eletti si affidano a esperti in grado di orientarsi in essa. L'esperienza politica contemporanea -dalla Brexit all'elezione di Donald Trump- mostrerebbe come i plebisciti e gli errori delle folle comportino conseguenze più gravi di quelli degli esperti.
Nell'introduzione, Sergio Fabbrini presenta l'opera di Richard Hofstadter come quella di un autore in grado di mostrare le debolezze del modello democratico statunitense, ma anche le capacità di quest'ultimo di fare i conti con esse a condizione che il consenso verso i rappresentanti politici coesista con la loro competenza. L'antiintellettualismo interverrebbe su questo punto, intendendo la competenza come alibi con cui i competenti giustificano i propri privilegi. Fabbrini considera l'interpretazione del maccartismo ad opera di Hofstadter analoga a quella possibile per la rinascita dell'antiintellettualismo nel ventunesimo secolo. Le radici dell'antiintellettualismo statunitense sarebbero da rintracciare nel comportamento delle sette protestanti, autrici tanto di un'elaborazione teologica alla base delle istituzioni culturali come le università, quanto di un evangelismo democratico alla base della predicazione itinerante. Elitismo e populismo avrebbero entrambi origini religiose: il primo avrebbe permeato di sé la Convenzione del 1787 e la costruzione della Repubblica, concretizzatasi in un sistema molto complesso e altrettanto lontano dalla democrazia diretta. Il secondo avrebbe temperato l'assetto risultante, lasciando traccia di sé nelle misure adottate per evitare il formarsi e il perpetuarsi delle oligarchie soprattutto a livello dei singoli Stati. Secondo Fabbrini, fino al ventunesimo secolo il populismo statunitense non avrebbe mai assunto caratteristiche autoritarie; sarebbe stato l'antiintellettualismo di Donald Trump a cambiare le cose perché per la prima volta i competenti vi verrebbero ritenuti esplicitamente incompatibili con la visione politica adottata dalla presidenza. L'antiintellettualismo di oggi non si limiterebbe ad anteporre gli istinti dell'uomo al comando -che godrebbe anche del favore divino- alle competenze altrui, ma andrebbe di pari passo con una visione autoritaria della democrazia in cui i vertici del potere non dovrebbero rispondere del proprio operato a nulla e a nessuno. Rispetto al maccartismo, anch'esso propenso alle teorie del complotto e all'autoritarismo, il populismo di Donald Trump sarebbe arrivato a mettere in discussione la cultura stessa del liberalismo politico: pluralismo sociale e separazione dei poteri avrebbero indebolito gli USA e sarebbero patrimonio di una élite da neutralizzare perché non solo inutile, ma pericolosa. Facendo generoso ricorso all'invenzione, la propaganda politica di Trump presenterebbe gli USA come una realtà assediata, minacciata e sull'orlo della guerra civile in cui le élite complotterebbero contro la gente comune, che regge il Paese anche senza studi approfonditi e che può fidarsi soltanto del leader salvifico che governa secondo i propri istinti. Precedente significativo, a McCarthy avrebbe pensato soprattutto il principio di realtà: svuotare le università cacciandone i "comunisti" altro non era servito che a restituire terreno all'URSS. Fabbrini nota che nessuna democrazia potrebbe funzionare senza élite democratiche consapevoli di problemi e conseguenze, nonostante la loro comprovata fallibilità e la loro tendenza all'uso privatistico del potere. L'antiintellettualismo interverrebbe ciclicamente -in tutte le democrazie consolidate- quando una élite fallisce nell'assolvere la propria funzione sociale e trasforma il privilegio in rendita. "Febbre" delle democrazie, i populismi si affermerebbero laddove le istituzioni non funzionano e dove il ruolo delle élite diventa protetto dal privilegio e non giustificato dal merito. Fabbrini identifica in "una democrazia liberale aperta e funzionante" in cui nessun detentore del potere possa sentirsi insostituibile ad opera di chi ha "più talenti e più capacità" il miglior antidoto all'antiintellettualismo.
Hofstadter esordisce nella prefazione dicendosi consapevole del fatto che lo studio della società statunitense espone al rischio di "ledere l'amor patrio" e a quello di incoraggiare un antiamericanismo che considera "ipocrita e presuntuoso", dato che gli statunitensi sarebbero se non dei campioni di autocritica, per lo meno degli esempi di consapevolezza di sé. Proprio la diffusa incertezza sul contro di moralità, cultura e obiettivi avrebbe conferito agli intellettuali statunitensi una funzione critica importante. Nel primo capitolo, Hofstadter scrive che con il maccartismo negli USA sarebbe stato capillarmente propagandata la certezza che le menti critiche fossero dannose alla nazione. Nel 1952 questo clima avrebbe contribuito all'elezione di Dwight Eisenhower, "legato a doppio filo allo spiacevole Nixon" e animato da una mentalità tradizionale e rigida. Con Eisenhower sarebbe tornato dopo vent'anni al potere il mondo degli affari; i "car dealer" avrebbero sostituito i "new dealer". Per qualche anno gli intellettuali, spregiativamente indicati come eggheads, sarebbero così diventati il capro espiatorio di ogni cosa, "dall'imposta sul reddito a Pearl Harbour". Poi, l'esistenza dello Sputnik avrebbe infine dato il via nel 1957 a una di quelle "ondate di ripensamento" cui gli USA sarebbero inclini. L'antiintellettualismo ne sarebbe uscito ridimensionato senza scomparire, anche perché le sue prime manifestazioni di esso come svalutante e "sospettoso rancore verso la vita dell'intelletto" andrebbero secondo l'A. rintracciate ben addietro nella storia statunitense. Hofstadter afferma dunque di volersi occupare degli atteggiamenti concretamente in grado di frenare o impoverire gravemente la vita culturale, e di questi atteggiamenti illustra una casistica abbondante, diversificata per gravità e contesto. Presuntuosi, vanesi, rammolliti, snob, immorali, pericolosi e sovversivi, gli intellettuali eserciterebbero su scuole e università un'influenza altrettanto negativa. Il buonsenso dell’uomo comune, soprattutto se confermato dal successo in qualche importante settore della vita pratica, verrebbe considerato dall'antiintellettualismo equivalente o addirittura superiore alle competenze formali. L'A. precisa quindi limiti e portata del suo lavoro, citando molti settori della popolazione, del pubblico o anche dello stesso mondo della cultura in cui gli è stato possibile trovare casi e comportamenti ispirati a un antiintellettualismo di qualche genere, spesso conseguenza collaterale di atteggiamenti di per sé giustificabili. Fenomeno trasversale e interclassista, l'antiintellettualismo non avrebbe caratteristiche univoche e men che meno semplici e precise da identificare. La sua diffusione nella civiltà statunitense sarebbe dovuta al fatto che lo si sarebbe spesso trovato legato a cause buone o per lo meno difendibili, dalle quali andrebbe sradicato con "continui e delicati interventi di chirurgia intellettuale" che risparmino i buoni impulsi su cui esso vegeta.
Hofstadter dedica il secondo capitolo alla impopolarità dell'intelletto. Nell'uso popolare, l'intelligenza verrebbe considerata una qualità pratica che "permette di manipolare e aggiustare le cose senza sbagliare" in contesti chiari e limitati. L'intelletto sarebbe invece il lato critico, creativo e contemplativo della mente -nonché manifestazione esclusiva della dignità umana- destinato a concretizzarsi in contesti in cui sia possibile dare prova di disinteresse, capacità di generalizzare, libertà speculativa, osservazione viva, creatività e forte spirito critico. Impegnato per definizione, l'intellettuale è moralmente convinto di dover agire sul mondo con le sue competenze; da questo deriverebbero tanto la sua importanza, quanto "gran parte della facilità con cui egli combina dei guai". Guai di cui farebbe parte il fanatismo, inteso come eccessiva devozione verso uno schema troppo ristretto. A questo eccesso l'A. contrappone la giocosità -intesa come il puro diletto dell'attività intellettuale- a sua volta a rischio di cadere nell'eccesso della dispersione e della banalità. Negli USA il dramma dell'intellettuale sarebbe dovuto al fatto che le cose che egli apprezza in se stesso e nel suo lavoro non corrisponderebbero a quelle che la società apprezza in lui, e che vertono per lo più attorno all'utilità pratica. L'A. riconosce le reazioni di rigetto che l'intellettuale avrebbe prodotto nel pubblico statunitense rivestendo ruoli in grado di acuire il suo senso di impotenza, quello dell'"esperto" in grado di manipolare la società e quello dell'"ideologo" in grado di accentuare tutte le tensioni psichiche provocate dalla vita contemporanea. In ruoli simili, peraltro irrinunciabili stante la complessità delle materie di interesse collettivo, l'intellettuale andrebbe a occuparsi di questioni al di fuori della portata dell'uomo comune ma in grado di influire anche pesantemente sul suo destino. I fallimenti degli intellettuali, tutt'altro che infrequenti, verrebbero interpretati come conseguenze di fredde e consapevoli manipolazioni se non di cospirazioni vere e proprie, e legittimerebbero le iniziative politiche dirette contro di loro. Hofstadter nota come negli USA il persistere di una mentalità che "innalza l'odio a una specie di credo" abbia dato agibilità politica a gruppi di scontenti rancorosi dediti ad un allucinato complottismo, destinati a sfogarsi contro questa o quella categoria. L'A. fa risalire l'ingresso nell'uso corrente del vocabolo "intellettuale" al contesto dell'affare Dreyfus, in cui avrebbe indicato i difensori dell'ufficiale alsaziano davanti all'opinione pubblica. Sempre "alla sinistra del centro", gli intellettuali statunitensi sarebbero costantemente bersaglio di una destra che avrebbe sempre cercato di cancellare ogni distinzione tra progressisti moderati e rivoluzionari. Hofstadter sottolinea come il maccartismo si sarebbe abbattuto su una classe intellettuale pesantemente compromessa con l'Unione Sovietica -appoggiata negli stessi giorni della firma del patto Molotov Ribbentrop con pubblici appelli che avevano raccolto centinaia di adesioni- e che la demonizzazione massiccia da parte delle destre non avrebbe comunque fatto distinzioni. Entità residuale nella politica interna degli USA e rappresentata per lo più a livelli insignificanti, il comunismo sarebbe stato un capro espiatorio continuamente evocato non per motivi razionali, ma per permettere lo sfogo generale e indiscriminato di rancori, frustrazioni e inimicizie, oltre che per colpire servendosi di singoli casi l'amministrazione Eisenhower. L'A. sottolinea come il detestato New Deal sarebbe stato legato allo welfare state, questo al socialismo, il socialismo al comunismo. I maccartisti avrebbero usato il comunismo come arma per i propri scopi interni anziché combatterlo sulla scena mondiale. Le vere e profonde ragioni storiche del maccartismo sarebbero state messe in luce dalle altre convinzioni dei suoi fautori, e dai loro rancori ultraventennali radicati nell'avversione alla modernità: "odio per Franklin D. Roosevelt, implacabile opposizione alle riforme del New Deal, desiderio di svalutare o distruggere le Nazioni Unite, antisemitismo, razzismo, isolazionismo, smania di abolire l'imposta sul reddito, paura dell'inquinamento da fluoro delle acque, avversione per le tendenze moderniste nelle chiese". Bersaglio di elezione, una figura di intellettuale-ideologo additata come colpevole di aver introdotto e divulgato le innovazioni che avrebbero "guastato la buona lega" degli USA, rotto il loro isolazionismo e messo pesantemente in discussione il loro modo di vivere. L'avversione per l'intelletto -ripete Hofstadter- poggerebbe su assiomi perenni e si fonderebbe su antagonismi fittizi -come quello tra intelletto e sentimento, intelletto e carattere, intelletto e praticità, intelletto e democrazia che l'A. ammonisce di evitare a priori e che punterebbero a sganciare l'intelletto da tutte le qualità umane con cui potrebbe combinarsi. Hofstadter indica in un movimento evangelico connotato da un primitivismo quasi arcadico il più potente vettore dell'antiintellettualismo nella storia degli USA, dove esso si sarebbe sviluppato prendendo il sopravvento sulla religione formale e sulle gerarchie ecclesiastiche. Il suo influsso sarebbe stato rafforzato dall'affermarsi di una società affaristica priva di grossi contrappesi e dal suo apprezzare un abito mentale poco speculativo.
Nel terzo capitolo Hofstadter considera la mentalità statunitense figlia di un protestantesimo moderno in cui le correnti revivalistiche o fanatiche avrebbero avuto la meglio su quelle istituzionali, in un contesto animato da un settarismo competitivo; si dice convinto che tutto ciò che in questo protestantesimo comprometteva il ruolo della razionalità e dell'istruzione lo avrebbe in seguito compromesso anche nei contesti profani. L'atteggiamento "entusiastico" verso la religione avrebbe portato non alla distruzione dell'autorità ecclesiastica, ma alla sua polverizzazione; essa avrebbe preso forme personali e carismatiche in cui intuizione e ispirazione avrebbero combattuto e vinto contro istruzione e dottrina, oltre che contro i loro portatori. A farne per primo le spese, ricorda l'A., sarebbe stato alla metà del XVIII secolo il clero puritano espressione della colta società del Massachusetts, che nella sua componente cittadina avrebbe preso le difese dell'innovazione, e cercato di mobilitare l'intera società civile attorno a norme etiche e religiose di ordine trascendente. In questo, prima si sarebbe scontrato con elementi laici propensi invece a una stretta ortodossia calvinista; poi sarebbe stato brutalmente ripudiato nel Great Awakening animato da predicatori revivalisti pronti ad accusarlo di essere farisaico, sclerotizzato e nemico del popolo oltre che della fede. L'A. scrive di come la spaccatura tra intellettuali usi interpretare la Scrittura in modo storicamente corretto e razionale e revivalisti propensi al rapporto emotivo col divino si sarebbe lentamente approfondita fino a diventare insanabile, soprattutto quando il revivalismo sarebbe uscito dal New England per avventurarsi in realtà presidiate da istituzioni culturali meno solide (sempre che ne esistessero) e popolate da un'umanità in rapido e continuo spostamento. Basata sul coraggio, sulla forza di carattere, sulla tenacia e sulla bravura pratica, la società di frontiera si sarebbe rivelata poco adatta a produrre artisti e sapienti.
L'ambiente degli USA di inizio XIX secolo, scrive Hofstadter, avrebbe dato origine a una forma nuova e distinta di cristianesimo con pochi elementi gerarchici e unificanti, in cui sarebbe stata diffusa e condivisa l'idea che lo sviluppo storico del cristianesimo si assommasse in un processo di corruzione e degenerazione che ne aveva compromessa la primitiva purezza. L'ideale puritano dell'educazione e dell'intelletto avrebbe ceduto il passo all'ideale dell'esortazione emotiva delle masse. L'A. illustra l'andamento dell'evangelizzazione culturale ad opera dei presbiteriani, dei battisti e dei metodisti nelle sue vicissitudini e nelle rispettive somiglianze e differenze, e si sofferma sulla figura di Charles Grandison Finney come esempio di instancabile ed efficacissimo predicatore evangelico propenso a ritenere intelletto e devozione come cose in aperto contrasto. Sulle prime il "complesso equipaggiamento teologico di un clero colto" sarebbe stato considerato in generale un lusso -se non un ostacolo- anche dai predicatori ambulanti metodisti intenti a "salvare il più anime possibile il più rapidamente possibile"; solo dopo il 1830 la chiesa metodista avrebbe cambiato atteggiamento, pur mantenendo un approccio utilitaristico in materia di istruzione, anche a fronte della necessità di difendere le proprie posizioni teologiche da critiche sempre più sottili. Hofstadter riferisce anche della primitiva avversione dei battisti per il clero colto e stipendiato, della diffusa diffidenza verso le autorità e della abituale provenienza del loro clero dalle file dei semplici fedeli. Atteggiamenti che sarebbero cambiati in modo analogo e negli stessi tempi con cui questo sarebbe avvenuto per i metodisti. Con l'urbanizzazione successiva al 1860 l'attenzione dei predicatori si sarebbe spostata sui centri urbani; l'esempio presentato dall'A. è quello della predicazione di Dwight Moody, che avrebbe associato a un revivalismo improntato a maggiore compostezza rispetto al passato le tecniche dell'organizzazione commerciale. Hofstadter sottolinea come questa fusione di mentalità evangelica e di mentalità affaristica, impiantata su un conservatorismo ostinato nato da un profondo pessimismo sociale, sarebbe diventata tipica dei revivalisti popolari che sarebbero seguiti. E altrettanto tipica sarebbe diventata la propensione dei ricchi a finanziarne l'attività.
Con l'inizio del XX secolo i predicatori evangelici avrebbero iniziato a lottare non contro le forze dell'inferno, ma contro lo spirito del modernismo; l'A. nota che il darwinismo e le nuove abitudini di vita nei centri urbani avrebbero conferito agli attacchi profani contro l'ortodossia religiosa una forza senza precedenti, e che a questo il settore pur minoritario dell'evangelismo militante avrebbe reagito compensando con lo zelo quello che gli mancava sul piano della consistenza numerica. La nuova retorica evangelica di predicatori come Billy Sunday si sarebbe basata sulla durezza, sullo scherno e sulla denuncia, precorrendo una mentalità popolare che l'A chiama "del tutto d'un pezzo" e che contraddistinguerebbe chi non tollera ambiguità, equivoci, riserve o critiche, considerando prova di fermezza e di virilità un certo attaccamento a "tutta una serie di fatue mode popolari". Una mentalità destinata a uno scontro frontale con la modernità e con i suoi portatori, che dopo il 1920 avrebbero visto gli evangelici fondamentalisti in rotta su tutti i fronti. Hofstadter inquadra nello stesso contesto anche il proibizionismo, il Ku Klux Klan e l'antievoluzionismo che arrivava nei tribunali. Nello stesso contesto sarebbe avvenuta la saldatura della democrazia populistica con l'evangelismo fondamentalista, con la contrapposizione tra un intelletto percepito come retaggio di piccole élite arroganti e una religione che si sarebbe asserita libera da elitarismi; per la prima volta nel XX secolo intellettuali ed esperti sarebbero stati additati come nemici da personalità in grado di influire su un largo settore della popolazione. Ad iniziare con la corrente contraria al New Deal, il fondamentalismo sarebbe diventato una componente dell'estrema destra politica, restituendo agibilità ai propri esponenti; sconfitto sul piano religioso, il fondamentalismo si sarebbe secolarizzato, trovando nella politica un nuovo tipo di forza e una nuova capacità punitiva. Essenzialmente manicheo, il fondamentalismo diventato politico vedrebbe il mondo come l'arena di un confronto tra Bene e Male in cui non vi sarebbe spazio per ambiguità e gradazioni.
La terza parte del volume è dedicata alla politica della democrazia e inizia trattando con quello che Hofstadter considera il declino del gentleman. L'A. nota ironicamente che mentre fra i Padri Fondatori gli intellettuali non mancavano, quasi tutta la storia politica statunitense li avrebbe considerati reietti, servi, capri espiatori o tutte e tre le cose insieme. A dare validi argomenti a un simile atteggiamento sarebbero stati gli stessi Padri Fondatori, che avrebbero ceduto alle proprie passioni politiche abbandonandosi a una lotta in cui ogni arma oratoria era buona. L'A. descrive nei dettagli come il primo a fare le spese di una bordata antiintellettualista da parte dei suoi avversari politici fosse stato Thomas Jefferson; gli argomenti usati di suoi detrattori sulla sua scarsa forza di carattere, la poca o nulla esperienza militare e sui suoi eccessi speculativi non sarebbero più usciti dalla letteratura politica. Nella realtà statunitense l'impulso egualitario avrebbe sempre diffidato della specializzazione prima e della "perizia" politica poi; una diffidenza che si sarebbe spesso estesa a ogni forma di cultura -considerata retaggio di classi agiate più che disposte a servirsene per i propri interessi- fatte salve le forme di istruzione di carattere strumentale e utilitario. Come gli evangelici avrebbero ripudiato il lato erudito della religione e il clero ufficiale, i paladini della politica egualitaria avrebbero promosso il senso pratico dell'uomo comune, denunciando il classismo dell'istruzione e spingendosi fino a un antiintellettualismo popolare militante. Attorno al 1830 entrambe le tendenze -rappresentate dalla figura di Andrew Jackson- avrebbero reso impossibile continuare con il "governo dei gentiluomini" di John Quincy Adams e con il suo programma volto a favorire un ordinato sviluppo scientifico. Hofstadter rileva comunque che un sistema politico fondato sulla concorrenza tra due partiti avrebbe impedito il monopolio dell'uno o dell'altro su qualsiasi tema; ostentare identificazione col popolo e trovare questioni sfruttabili senza compromettere i propri interessi sarebbero diventati atteggiamenti comuni ad ambo le parti. L'A. scrive di come le istanze delle classi moderate sarebbero scomparse dall'agenda politica attorno al 1850, portando in vario modo a un graduale deterioramento dell'attività amministrativa, politica e soprattutto di quella legislativa. Camera e al Senato sarebbero diventati ambienti per lo meno pittoreschi, per uomini "spinti su dal basso" piuttosto che selezionati dall'alto.
Nella successiva guerra civile la upper class nordista si sarebbe mobilitata senza chiedersi se il sistema politico che cercava di salvare fosse o no degno di salvezza; i "riformatori garbati" radicati nell'ambiente acculturato del New England -ma privi di legami con l'opinione pubblica e con i nuovi ricchi- avrebbero inutilmente cercato di riscattare il volto truce e affarista dell'Unione emersa vincitrice. Hofstadter descrive l'unico successo ottenuto dai riformatori -la legge del 1883 sulla riforma della pubblica amministrazione- come un'iniziativa che avrebbe attirato contro di loro le ire dei politici di professione, contrari all'approccio "scolastico" della selezione per concorso e alla prospettiva di carriere sicure, considerata come degna di un assetto aristocratico. Per rispondere ai riformatori, i politici avrebbero additato come pericolose e come fuori dalla realtà la superiore educazione e la superiore cultura di cui essi disponevano, mettendo apertamente in dubbio anche la loro virilità. L'immagine stereotipa del "letterato politicante" nata in queste circostanze non sarebbe più scomparsa, così come non sarebbe più scomparsa l'idea che la partecipazione alla vita politica avesse effetti pervertitori sulle donne. L'A. descrive quindi la carriera di Theodore Roosevelt, e come questo stato di cose lo avesse indotto a costruire un'immagine di sé da patriota virile e pugnace, molto diversa da quella che era ormai prassi addossare al suo ambiente di provenienza. Con Roosevelt i gentlemen riformatori si sarebbero trasformati in studiosi ed esperti.
In un ottavo capitolo dedicato all'ascesa dell'esperto Hofstadter spiega come il distacco tra intelletto e potere si sarebbe bruscamente ricomposto a fronte di una situazione che imponeva di umanizzare e controllare i meccanismi di potere costruiti nei decenni precedenti a tutto vantaggio di industriali e dirigenti. A rendere necessarie in senso progressista delle figure esperte sarebbe stata la crescente complessità dell'amministrazione e delle funzioni di governo. Ormai dimostrata la sua compatibilità con la virilità, l'intelletto si sarebbe rivelato compatibile anche con la pratica politica, dapprima a livello di singoli Stati, con particolare riguardo allo Wisconsin di fine '800. L'A. descrive il ruolo dell'università dello Wisconsin nella promozione delle scienze sociali, e inserisce a questo punto la descrizione di un ciclo sul ruolo degli esperti e degli intellettuali che nella storia degli USA si sarebbe più volte ripetuto: la domanda di esperti e intellettuali si fa strada nell'opinione pubblica in seguito a mutamenti forieri di malcontento, esperti e intellettuali collaborano a riforme più o meno adeguate, altro malcontento scaturisce dalle riforme stesse (spesso proprio per la loro stessa efficacia) di solito in ambienti affaristici e ostili alle ingerenze governative, intellettuali ed esperti vengono quindi rimessi ai margini senza però cancellare per intero i risultati del loro impegno. La prima guerra mondiale sarebbe valsa come controprova del perdurare dell'influenza degli intellettuali, qualunque cosa ne pensassero Woodrow Wilson e gli industriali. La categoria avrebbe presto pagato caro l'essersi legata a Wilson e alla politica bellicista accettando l'idea della guerra "con acritico entusiasmo"; accusati dall'opinione pubblica di aver patrocinato riforme false e inutili, di bellicismo e di sovversione, gli intellettuali avrebbero ricambiato accusando gli USA di essere "una nazione di imbecilli, di borghesucci e di fanatici". Un riavvicinamento -scrive Hofstadter- sarebbe stato possibile solo con un'altra crisi, che avrebbe imposto le riforme del New Deal e con esse tirato nuovamente la volata a intellettuali ed esperti. L'avversione contro di essi avrebbe allora ricominciato a maturare in una minoranza intransigente, esplodendo poi in forma spettacolare dopo la seconda guerra mondiale. I detrattori del New Deal avrebbero avversato i consulenti governativi -e in particolare i fautori dell'economia pianificata- esagerando l'importanza e la portata della loro influenza, diffondendo ovunque l'idea che fossero "i professori" a governare. Pur avendo un'idea deformata del mondo e del potere, scrive Hofstadter, la destra avrebbe afferrato l'importanza del ruolo degli esperti, determinanti nello stabilire i termini dei problemi e nel definire i contorni delle questioni economiche e sociali e da essa ritratti come sperimentalisti inetti, irresponsabili e sovversivi resi arroganti dalla popolarità. Hofstadter descrive la furibonda campagna mediatica lanciata contro il candidato democratico Adlai Stevenson nel 1952 e capeggiata dalla "orrida figura" di McCarthy. La portata della sua sconfitta contro Eisenhower avrebbe portato gli intellettuali che lo avevano sostenuto a pensare di trovarsi davanti a un "ripudio plebiscitario", ma l'A. ritiene che la contingenza di quegli anni avrebbe comunque favorito qualsiasi suo avversario. Hofstadter sottolinea come il sillogismo maccartista per cui intelletto significava radicalismo e radicalismo significava slealtà, nato in queste circostanze, avrebbe avuto vasta e duratura fortuna, secondo in questo solo all'altrettanto inscalfibile associazione propagandistica tra intelletto, stile ed effeminatezza. Sarebbe toccato a John Fitzgerald Kennedy dimostrare -come Roosevelt sessant'anni prima- che la fama di intellettuale non costituiva un ostacolo per un candidato alla presidenza, purché associata a sicurezza e ad assertività.
Hofstadter dedica la quarta parte del suo lavoro alla cultura pratica, e la apre trattando dello spesso pessimo rapporto tra affari e intelletto nella realtà statunitense. L'industrializzazione avrebbe qui accordato un tale rilievo alla figura dell'uomo d'affari, da mettere in ombra gli altri nemici della cultura. Secondo l'A. sembrerebbe a un primo esame che negli USA uomini d'affari e uomini di cultura vivessero in realtà prive di punti di contatto. In realtà le due categorie sarebbero interdipendenti e l'ostilità tra i due mondi attraverserebbe grosse oscillazioni, raggiungerebbe il massimo in corrispondenza con i periodi di crisi economica. Lo spirito pratico del business, apprezzato in realtà in ogni contesto della vita statunitense, non meriterebbe di essere disprezzato finché non porta alla denigrazione di altri aspetti dell'esperienza umana. Più che un'effettiva esclusiva nel campo dell'antiintellettualismo, che esso non possiede, sarebbe la grossa sovrarappresentazione del mondo degli affari nell'immaginario collettivo e nella realtà statunitense a motivare i suoi detrattori. In molti punti gli argomenti del business statunitense contro l'intelletto coinciderebbero con la più spicciola saggezza popolare, e sarebbero motivati da due atteggiamenti diffusissimi: un disprezzo per il passato che finirebbe fatalmente per diventare un atteggiamento anticulturale prima e una propensione all'eccezionalismo poi, e la morale individualista che imporrebbe di fare da sé al punto di ridurre anche la fede religiosa a mero strumento. L'A. specifica che in ogni caso, mancando un'aristocrazia forte e antica e una protezione statale, il mondo culturale statunitense della fine del XVIII secolo avrebbe dovuto in ogni caso ricorrere all'aiuto dei ricchi; la propensione del ceto mercantile quindi -ceto sviluppatosi rapidamente nelle città portuali della costa orientale- avrebbe sempre avuto un'importanza fondamentale per la vita culturale. L'A. rileva a questo proposito la differenza tra quanti vedevano negli affari un modo di vivere e quanti li consideravano un modo per vivere, in un'epoca in cui i tempi relativamente lenti del lavoro non lo avrebbero reso inconciliabile con un degno impiego del tempo libero. Con l'ascesa dell'industrializzazione dopo il 1870, il relativo affievolirsi del commercio transoceanico e il profondo mutare delle abitudini di vita sarebbe invece iniziato un periodo di involuzione di cui avrebbero fatto le spese anche le istituzioni culturali. La crescita esponenziale di un impero materiale avrebbe di per sé fornito giustificativo ai suoi protagonisti, che anziché contribuire a produrre cultura di alto livello si sarebbero limitati a produrre un alto tenore di vita.
Alla fine del XIX secolo l'ideale del self made man, prodotto storico della predicazione puritana e della dottrina protestante della vocazione (nella realtà assai meno rappresentato di quanto lo fosse nella narrativa corrente), avrebbe soppiantato l'ideale mercantile. Hofstadter nota che nel mondo degli affari -estimatore della costanza, della coerenza, della compostezza e del sacrificio- si sarebbe presto radicata l'avversione per la "genialità" e per l'ingegno brillante, considerati sinonimi di incostanza e inaffidabilità. In questo, l'A. identifica l'origine dell'ostilità per l'istruzione formale e del culto per l'esperienza pratica. Gli uomini d'affari avrebbero premuto a lungo -e con successo- perché l'istruzione superiore fosse essenzialmente professionale e commerciale; l'A. cita un'aneddotica che avrebbe rivelato il loro disprezzo per la riflessione, la cultura e il passato, secondo un atteggiamento che sarebbe venuto rapidamente meno quando la stessa industrializzazione avrebbe molto aumentato la complessità del mondo. L'indirizzo più tecnico assunto nel frattempo dall'intero sistema educativo avrebbe anch'esso contribuito in modo fondamentale a questo cambio di mentalità; negli ambienti accademici anzi le business school sarebbero arrivate a rappresentare dei centri non intellettuali, se non antiintellettuali, legati a un'ideologia rigidamente conservatrice. Hofstadter scrive che nella nuova realtà industriale del XX secolo la figura del self made man sarebbe diventata un caposaldo della narrativa propagandistica, e che nella selezione del personale l'ormai controproducente "disprezzo beffardo verso il college" sarebbe stato sostituito dall'adozione di criteri meschini. Alle stesse radici puritane e protestanti l'A. fa risalire lo svilupparsi di un "utilitarismo religioso" caratterizzato dall'utilizzo del cristianesimo a fini pratici, in cui la divinità verrebbe concepita più come un aiutante che come un redentore o come un giudice. Qui avverrebbe una completa fusione tra regno del mondo e regno dello spirito non priva di elementi magici, e dominata da impulsi volontaristici e soggettivi a scapito non soltanto di dottrina e rituali, ma anche dell'intelletto e del pensiero oggettivo. L'A. cita il fiorire della letteratura motivazionale come un esempio di ripudio della realtà e delle filosofie legate ad essa, e come concreto miscuglio di religione e di arrivismo. In questa temperie culturale, lo spirito critico e il dubbio stesso sarebbero stati considerati come minimo controproducenti, con effetti facilmente immaginabili sull'antiintellettualismo.
L'undicesimo capitolo è dedicato al tema della superiorità della "pratica" sulla teoria e sull'istruzione, e alle sue variazioni. L'A. ritiene questa narrativa coessenziale alla quotidianità statunitense, a cominciare dal suo radicarsi nella vita rurale degli inizi del XIX secolo. Secondo Hofstadter, fatta eccezione per un certo numero di "fattori gentiluomini", l'ambiente dell'agricoltura sarebbe stato dominato da "un pragmatismo crasso e rovinoso". Per almeno cento anni i coltivatori sarebbero stati tra i più fieri avversari della scolarizzazione -compresa quella professionale- e della scienza sperimentale; la situazione sarebbe cambiata solo con lo sviluppo della meccanizzazione. Il rapporto tra intellettuali e movimento operaio invece sarebbe stato invece più complesso. Per decenni la dirigenza borghese del movimento avrebbe perseguito obiettivi riformisti; solo dopo settant'anni la precedenza sarebbe andata ai problemi del lavoro, ai contratti e all'organizzazione di sindacati forti e specializzati. Un'alleanza tra intellettuali e movimento, scrive Hofstadter, sarebbe stata possibile solo con l'inizio del XX secolo e sarebbe stata cementata, peraltro non a lungo, solo col New Deal. Negli anni Sessanta del XX secolo i sindacati statunitensi avrebbero assunto numerosità e forme tali da non poter rinunciare a figure intellettuali, anche se il rapporto tra intellettuali e sindacato sarebbe complicato dalla propensione dei primi per le lotte radicali, per il desiderio disinteressato di verità e per la provenienza da ambienti che poco avrebbero a che fare con la vita operaia. L'A. nota che i dirigenti sindacali non si sarebbero discostati molto dagli uomini d'affari quanto a considerazione per gli intellettuali e gli esperti. Altri esempi di antiintellettualismo vengono reperiti da Hofstadter nel movimento socialista di inizio XX secolo, soprattutto nelle sue realtà dell'ovest. Nel partito comunista degli anni Trenta vi sarebbe stato posto e tolleranza (e neppure molta) solo per gli intellettuali disposti a sottomettersi alla tutela e alla disciplina dell'apparato. L'A. nota ironico che stante la brutale praticità del compito fondamentale -fare la rivoluzione- e la sua richiesta di purezza morale e di robusta virilità, l'atteggiamento del partito comunista verso gli intellettuali non si sarebbe distaccato poi molto da quello degli uomini d'affari. Nel suo rapporto con gli intellettuali il partito comunista avrebbe sempre vissuto un conflitto tra il proprio desiderio di servirsene e la propria incapacità di trattenerli.
L'ultima parte del volume tratta del sistema educativo statunitense. Hofstadter ricorda che gli statunitensi sarebbero stati fra i primi a creare un sistema di scuole pubbliche -sia pure per un'istruzione da cui si sarebbe preteso che "fosse pratica e pagasse dividendi"- salvo omettere ogni cura per il loro funzionamento. Nonostante le buone intenzioni, la realtà degli anni Sessanta avrebbe contato "insegnanti mal pagati, aule sovraffollate, scuole con orari doppi, edifici scolastici cadenti, fondi insufficienti, e poi fenomeni strani come il culto della ginnastica, le bande musicali, le majorette degli istituti superiori, scuole segregazioniste, programmi leggeri e poco seri, negligenza nell’aiutare gli scolari più dotati", in un contesto in cui avrebbero predominato le competenze atletiche, le logiche commerciali e le regole dei mass media. Hofstadter considera che nel XIX secolo il sistema scolastico avrebbe comunque servito con un certo successo una popolazione mobile ed eterogenea, liberandola dall'analfabetismo e impartendo il minimo di educazione civica indispensabile al funzionamento delle istituzioni. Di contro, lo spirito pratico che si sarebbe preteso dai programmi scolastici avrebbe di per sé prodotto un clima favorevole all'antiintellettualismo, vieppiù alimentato dalla constatazione oggettiva della scarsa considerazione e della scarsa retribuzione riservate agli insegnanti. Anche il problema della competenza e del numero dei docenti, affrontati a partire dalla seconda metà del XIX secolo con l'istituzione di scuole di formazione e con il ricorso alle donne, non avrebbe sostanzialmente influito su questi aspetti della situazione. Secondo L'A., anzi, la presenza ormai maggioritaria delle donne nel corpo insegnante del secondo dopoguerra avrebbe assecondato il disimpegno maschile dal settore rafforzando ancora di più la convinzione che cultura e istruzione siano materie poco virili.
La comparsa di un movimento antiintellettualista nell'ambiente degli educatori di professione sarebbe secondo Hofstadter uno degli aspetti più sconcertanti della vita intellettuale statunitense. Nel tredicesimo capitolo l'A. ripercorre la storia dell'istruzione secondaria statunitense e il mutamento sostanziale della sua natura, che in una sessantina d'anni avrebbe perso il proprio carattere selettivo ed elitario anche grazie al progressivo innalzamento dell'età di obbligo scolastico usato come strumento di lotta contro il lavoro minorile. Gli istituti, nati come corsi preuniversitari, si sarebbero trovati almeno dal 1940 in poi a doversi occupare di grandi scolaresche sempre più incerte, restie o addirittura ostili. Di qui l'impossibilità di attenersi ai criteri pedagogici fin lì seguiti e la necessità di "trattenere gli alunni" -e in un crescente numero di casi di custodirli- con buona pace del lato accademico dei programmi. Mantenere alto il livello intellettuale dei programmi avrebbe richiesto insegnanti all'altezza, debitamente retribuiti. L'A. scrive invece che tra gli educatori si sarebbe affermato già all'inizio del XX secolo un movimento fautore delle esigenze pratiche, da soddisfare impostando i programmi a una serie di cognizioni di utilità immediata per fare dei discenti dei buoni cittadini. Nel corso dei decenni la mentalità dell'educatore si sarebbe sempre più distaccata da quella dello studioso e gli insegnanti sarebbero stati sempre meno assoggettati alla disciplina intellettuale tipica della formazione universitaria, fino ad aprire nella letteratura pedagogica quella che l'A. considera senza mezzi termini una "stagione dell'imbecillità". Tra il 1940 e il 1960 il movimento del life adjustment -forte di una discutibile concezione della pedagogia di John Dewey, di una parziale e ancor più discutibile interpretazione della letteratura psicologica e di una nulla considerazione per le esperienze non statunitensi- avrebbe operato con successo perché il sistema scolastico fosse il più possibile modellato sulle esigenze di "ragazzi considerati in un certo qual senso ineducabili": il sessanta per cento della popolazione scolastica, secondo valutazioni del movimento stesso. Il life adjustment avrebbe puntato a formare "bravi membri di una famiglia, bravi consumatori e bravi cittadini" nella convinzione che la conoscenza avesse poco o nulla a che vedere con i "valori della vita" -peraltro spesso compendiati in un buon adattamento al mondo del consumo, degli hobby e della compiacenza sociale- e soprattutto con lo sviluppo di una vera disciplina intellettuale. Al momento in cui Hofstadter metteva mano al suo libro, i mutamenti sociali e il clima di disorientamento (se non di panico) causato dai successi spaziali sovietici avrebbero contribuito al riflusso del life adjustment.
Nel quattordicesimo capitolo Hofstadter presenta la pedagogia di John Dewey con l'intento di esaminare la tendenza e le conseguenze delle idee di cui il pedagogista statunitense avrebbe dato la formulazione più efficace e autorevole. Il testo considera pregi e limiti del progressismo in pedagogia, identificando questi ultimi soprattutto nella tendenza a "distruggere i programmi scolastici". Malignamente, Hofstadter osserva che Dewey, autore che si presterebbe alle più diverse interpretazioni, sarebbe stato "esaltato, parafrasato, citato, discusso, divinizzato, e talvolta anche letto". Alla pedagogia statunitense della fine del XIX secolo avrebbero in sostanza contribuito la diffusione e la popolarità di una visione romantica e indulgente dell'individuo in via di sviluppo, la fluidità di un sistema scolastico privo di consolidate tradizioni e il clima evangelico, che avrebbe visto nelle nuove generazioni da salvare tramite l'educazione le future redentrici del genere umano. Hofstadter crede che l'idea stessa di sviluppo, di per sé metafora biologica riferentesi a una concezione individualistica, abbia avuto l'effetto di mettere in secondo piano la funzione sociale dell'educazione e di mettere in cattiva luce la eterodirezione dei processi educativi. Lo stesso Dewey non sarebbe riuscito a formulare i criteri con cui la società avrebbe dovuto guidare o dirigere i discenti per mezzo degli insegnanti.
Nel capitolo conclusivo Hofstadter si dice sicuro che verso il 1960 l'antiintellettualismo continuasse a pervadere la vita statunitense, ma che gli intellettuali vi godessero ormai di migliore fama e di una posizione più soddisfacente. Questa complessiva accettazione avrebbe reso molti di loro sensibili ai pericoli del conformismo, anche se la società statunitense non sarebbe più sembrata loro un deserto culturale, e fatto rimpiangere a qualcuno la bohème dei tempi del maccartismo, e la vita intellettuale come dedita a perseguire valori che si presenterebbero invece come irrealizzabili in una civiltà commerciale. Nonostante l'era contemporanea avesse portato gli intellettuali ad abbracciare spesso posizioni di intransigente estraniamento rispetto alla società in generale e agli ambienti borghesi in particolare, la realtà statunitense avrebbe contato su una tradizione di intellettuali associati al potere o detentori di un potere sociale di vasta portata, corrispondenti al clero puritano e ai Padri Fondatori. La loro supremazia avrebbe lasciato come retaggio, rispettivamente, l'intellettualismo del New England e l'illuminismo statunitense. Dopo il 1830 il declino di questo fenomeno, oscurato da un nuovo ceto industriale e mercantile, avrebbe per molti decenni reso la cultura il retaggio di una classe di gentlemen dotati di mezzi ma dalla scarsa influenza politica, protagonista di una "cortese tradizione di protesta sociale" contrapposta al crasso materialismo imperante e tuttavia destinata ad arenarsi in un isolamento privo di autentico impegno sociale e molto autoreferenziale. In una situazione in cui l'intelletto si compendiava di manifestazioni del genere, scrive l'A., i suoi numerosissimi detrattori avrebbero avuto buon gioco nella propria polemica. La situazione sarebbe cambiata solo dopo il 1890, con lo sviluppo dell'editoria e delle istituzioni culturali; tra gli intellettuali sarebbe avvenuta una rapida presa di coscienza delle potenzialità e delle responsabilità della loro condizione. Nel XX secolo gli intellettuali statunitensi avrebbero dovuto affrontare impegni incompatibili tra loro, comportandosi come convinti appartenenti a una società democratica e al tempo stesso come difensori della cultura contro il logorante e continuo involgarimento provocato da quella stessa società. Il senso di alienazione degli intellettuali non sarebbe per questo venuto meno: avrebbe solo cambiato motivazioni di fondo. Hofstadter cita tra gli altri esempi un testo del 1922, Civilization in the United States, i cui autori pare si fossero impegnati a dimostrare che una civiltà statunitense non esisteva e che il problema culturale fosse negli USA un caso patologico praticamente unico: che la giustizia vi fosse rappresentata dal caso Sacco e Vanzetti, la considerazione per la scienza dal processo a Scopes, la tolleranza dal Ku Klux Klan, il divertimento dal proibizionismo, il rispetto per la legge dai gangster e l'impegno spirituale dal gioco in borsa. Questo stato d'animo sarebbe scemato col New Deal, che avrebbe posto fine anche alla propensione degli intellettuali per l'emigrazione -o per lo meno i lunghi viaggi- alla volta dell'Europa; gli USA sarebbero anzi diventati una destinazione molto attraente per gli intellettuali europei di ogni disciplina, e dopo la seconda guerra mondiale avrebbero potuto considerarsi alla testa di una autentica rinascita culturale. Hofstadter ricorda comunque che gli intellettuali statunitensi più di altri sarebbero soggetti a sentire di continuo la necessità di giustificare la propria funzione: il loro senso di colpa sarebbe legato al ruolo di superpotenza rivestito dagli USA e anche all'allarme suscitato in loro dalla "irritante superficialità e ipocrisia" che avrebbero caratterizzato il discorso politico statunitense. Al tempo stesso, il fatto che molte istanze avanzate dagli intellettuali in materia di libertà di espressione fossero state vinte, avrebbe avuto come risvolto una sorta di "istituzionalizzazione delle avanguardie" e la fine dell'antico stimolo che era costituito da "una opposizione caparbia e insensata". Una situazione che avrebbe rinfocolato un vero e proprio "culto dell'alienazione" destinato a produrre fenomeni come quello dei beatnik. L'A. tratta del movimento beat notando come in esso un atteggiamento addirittura truculento verso il mondo verrebbe spesso scambiato per un valido surrogato del lavoro critico dell'intellettuale; al di là della spesso celebrata passione per la bohème, ad un'indagine storica minimamente rigorosa molta parte dell'attività creativa risulterebbe a Hofstadter afferire invece a "un certo austero e volontario isolamento". Hofstadter ritiene che per la società nel suo complesso sarebbe bene che la comunità intellettuale non si scindesse in un settore di tecnici preoccupato solo del potere e in un settore di alienati consapevoli, ovvero in due gruppi ostili e non comunicanti tra loro.


Richard Hofstadter - L'odio per gli intellettuali in America. Roma, LUISS University Press 2024. 448 pp.