Francesca Albanese - Quando il mondo dorme

Francesca Albanese raccoglie in Quando il mondo dorme le storie e i racconti di persone a vario titolo legate alla Palestina, pronte a testimoniare quale sia stata la sua realtà fino al 7 ottobre 2023 e che cosa sia diventata successivamente. Come relatrice all'ONU sulla situazione dei diritti umani nei territori occupati, l'A. ha pronunciato in assemblea il 30 ottobre 2024 un discorso in cui invocava sanzioni contro lo stato sionista, a fronte delle allora quarantaduemila vittime della guerra seguita agli attacchi sul suolo sionista. Nell'introduzione del volume, la Albanese si dice convinta che nei territori occupati e a Gaza in particolare non sia in corso un conflitto, e tanto meno un conflitto iniziato il 7 ottobre 2023, ma un genocidio in piena regola perpetrato nell'indifferenza della maggior parte delle compagini statali. L'A. ricorda che la convenzione a proposito è esplicitamente diretta a prevenire e non solo a reprimere il delitto di genocidio e che prevenire un genocidio significherebbe agire prontamente quando se ne presenta il rischio. Dopo l'inizio della metodica distruzione di Gaza da parte dell'apparato miliare sionista, Albanese avrebbe riscontrato nella società civile in Europa un crescente accordo verso la sua interpretazione dei fatti e la loro qualificazione giuridica come genocidio, occupazione illegale, colonialismo di insediamento e regime di apartheid. Di pari passo sarebbero cresciuti, soprattutto in Germania, anche la repressione e l'ostracismo istituzionale nei confronti suoi e di quanti -in primis palestinesi ed ebrei antisionisti- sarebbero rei di invocare quella libertà di espressione di cui le "democrazie liberali" dicono di andare fiere. Nello stato che occupa la penisola italiana, pur non avendo fatto nulla per rendersi invisa ai media, l'Albanese sarebbe stata "bersaglio di offese senza fine ed esclusa, salvo qualche rara eccezione, dal panorama mediatico". I testi raccolti in Quando il mondo dorme intendono raccontare la Palestina non dal punto di vista di un attivista politico, ma da quello di qualcuno che vi si è avvicinato dapprima con curiosità culturale e poi con sguardo giuridico. Albanese considera la Palestina come un valido esempio giuridico di protratta illegalità istituzionale e sistemica, assai più che come pertinente il contesto politico delle rivendicazioni contrapposte. Di qui l'intento di descrivere -nelle sue articolazioni- fino a che punto la vita quotidiana palestinese sia intrisa di palesi ingiustizie. Il libro adotta un punto di vista e una narrativa briosamente opposti a quelli dominanti nella "libera informazione", sottolineando come la Corte internazionale di giustizia abbia sancito l'illegalità dell'occupazione sionista a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, come il colonialismo di insediamento dello stato sionista contempli distruzioni totali, pianificate e metodiche e come la "sicurezza" vi venga invocata sempre a senso unico.
Hind Rajab è morta a sei anni nel gennaio 2024 insieme ad altre sei persone della sua famiglia, dopo una lunga e documentata agonia; secondo ogni evidenza i militari dello stato sionista avrebbero usato l'auto su cui viaggiava -e poi l'ambulanza mandata a soccorrerla- come un bersaglio. Servendosi della sua vicenda come punto di inizio per una serie di considerazioni sulle condizioni dell'infanzia in Palestina, l'A. sottolinea come la narrazione dominante abbia per oltre trent'anni distorto la percezione dei rapporti di forza tra stato sionista e palestinesi, inducendo il pubblico a credere che i palestinesi siano i responsabili della loro stessa situazione e che rappresentino per lo stato sionista una minaccia esistenziale contro cui tutto sarebbe lecito. L'A. enumera dati, episodi e soprattutto testimonianze di prima mano -raccolte con focus group organizzati in Cisgiordania e a Gaza- che mostrerebbero come essere bambini o adolescenti in Palestina significherebbe anche in tempi normali vivere in condizioni di unchilding che "strappano l'infanzia di dosso", dominate dalla prospettiva della morte, dell'arresto, della distruzione della propria casa. In Palestina la violenza sarebbe brutalmente improvvisa e brutalmente sistemica al punto di insinuarsi nella quotidianità degli individui e di delimitarne i contorni; il colonialismo di insediamento, progettato per annettere progressivamente e illegalmente quanto resta del territorio palestinese, creerebbe un ambiente coercitivo fatto di segregazione spaziale e di restrizioni di ogni genere, soffocante anche per la crescita e per lo sviluppo. In simili condizioni ogni percorso di vita si trasformerebbe in una mera lotta per non soccombere per mano di un'occupazione che negli ultimi decenni sarebbe diventata sempre più aggressiva, compendiando la vita palestinese in una routine da prigione a cielo aperto in mezzo a inquinamento, sovrappopolazione e ordigni inesplosi. A questa violenza strutturale andrebbe sommata anche quella eruttiva delle guerre, dei pogrom perpetrati dai coloni e degli attacchi militari. In questa situazione gli adulti sarebbero indotti a sforzi surreali per infondere un minimo di normalità e di serenità nella vita di ogni giorno. Secondo Albanese anche i bambini dello stato sionista andrebbero considerati delle vittime perché educati alla paura, al sospetto nei confronti dell'altro, alla violenza come normalità e in una visione del mondo fondata sul dominio razziale e sulla sopraffazione.
Nel 2010 Abu Hassan è stato per la Albanese una guida turistica a Gerusalemme, alternativa a quelle sioniste e alla loro propaganda. La particolare condizione giuridica di Abu Hassan è l'occasione per illustrare i quattro diversi inquadramenti giuridici che lo stato sionista ha imposto alla popolazione palestinese: cittadini dello stato sionista, "residenti permanenti" di Gerusalemme est, palestinesi della Cisgiordania, palestinesi di Gaza. Sotto la guida di Abu Hassan l'A. avrebbe poi imparato come comportarsi per collaborare il meno possibile con gli occupanti sionisti, constatato di persona le deprimenti condizioni di vita in Cisgiordania a Hebron, a Nablus e nei campi profughi di Balata e di Jenin, e infine familiarizzato con la condizione esistenziale di moltissimi giovani palestinesi, dominata da quella carcerality -privazione arbitraria e sistematica della libertà- che la Albanese avrebbe denunciato all'ONU. Soggetta a un triplice controllo fisico, burocratico e digitale, la popolazione palestinese sarebbe soggetta a leggi militari e considerata in blocco come una minaccia collettiva. L'A. insiste sulla numerosissima casistica di arresti di minori per crimini vaghi, definiti da ordini militari di natura vessatoria e destinati a portare a processi sbrigativi e a pene decennali da scontare in carceri militari. La creazione dell'Autorità Nazionale Palestinese -nel quadro di accordi che avevano in ogni caso come premessa una forte asimmetria tra le due parti- non sarebbe servita ad altro che a instaurare un organo collaborazionista, a peggiorare la rapacità dell'occupazione e le condizioni di oppressione e di apartheid che sarebbero alla base della violenza.
Nel terzo capitolo l'Albanese delinea attraverso vari aneddoti un ritratto di Gerusalemme, città "soverchiamente religiosa ma molto poco spirituale" in cui ogni palestinese è costretto a confrontarsi quotidianamente con le angosciose implicazioni dell'occupazione e della "subalternità strutturale" imposte dallo stato sionista, che vanno dalla confisca delle abitazioni all'usurpazione della cultura materiale, dalla cancellazione dell'identità agli espropri sistematici. L'A. sostiene in particolare di aver visto all'opera in città organizzazioni dedicate a una pianificata giudaizzazione di quanto resta della Palestina come la Ateret Cohanim di Daniel Lauria, specializzata nel convincere i palestinesi a cedere le proprie abitazioni. L'occupazione, oltre a controllare e reprimere anche le iniziative culturali sgradite, avrebbe tra l'altro modificato pesantemente l'economia cittadina marginalizzando le attività palestinesi e aumentando la dipendenza dal turismo.
Il quarto capitolo si apre con una citazione da Nelson Mandela in cui la segregazione alla base dell'apartheid viene descritta come il risultato di "un sistema monolitico, diabolico nei dettagli, ineludibile nella portata e soverchiante nel potere". Albanese intende affrontare la questione dell'antisemitismo e soprattutto dei pericoli legati all'uso improprio del vocabolo; da relatrice per l'ONU fin dal maggio 2022 l'A. sarebbe stata oggetto di "una quantità indecorosa di insulti" e di una campagna denigratrice curata con molto scrupolo prima dalla UN Watch -organizzazione che Albanese descrive come in teoria dedita a monitorare il rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite, ma che in pratica sarebbe uno strumento per la propaganda sionista all'interno della stessa ONU- poi da organizzazioni e lobby filosioniste di ogni genere. In queste circostanze l'A. avrebbe ricevuto sostegno da Alon Confino, un professore universitario che prima di mancare nel giugno 2024 avrebbe cercato di difendere la Albanese prima inviando lettere aperte a vari organi della "libera informazione" diffusa nello stato che occupa la penisola italiana (e mai pubblicate) e poi compartecipando a conferenze. Confino avrebbe portato all'attenzione dell'A. la questione della definizione di antisemitismo proposta dalla International Holocaust Remembrance Alliance, che anziché considerarlo come diretto contro gli ebrei in quanto tali considererebbe l'antisemitismo secondo una definizione "verbosa, complessa, melliflua" e apparentemente oggettiva, se non fosse accompagnata da esempi pratici in cui l'antisemitismo verrebbe collegato alla critica nei confronti dello stato sionista e della sua politica rendendo possibile liquidare come antisemita qualsiasi espressione meno che condiscendente. Propagandata con successo, la definizione della IHRA avrebbe effetti concreti perché adottata in quasi tutta l'Unione Europea e in molti contesti universitari e aziendali, esponendo a sanzioni chiunque urtasse la suscettibilità dello stato sionista e dei suoi propagandisti. Collaborando con Confino la Albanese avrebbe arricchito la gamma delle proprie argomentazioni per controbattere contro la tendenza prevalente, per cui a livello internazionale l'occupazione sionista sarebbe per lo più trattata secondo paradigmi non adeguati e soprattutto mai messa in discussione come sistema di apartheid contrario al diritto internazionale.
La Albanese considera a questo punto le condizioni dell'occupazione sionista a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, in atto dal 1967 senza giustificazioni valide e senza limiti di tempo. Basandosi sull'arbitrio del più forte, lo stato sionista ha sostituito le leggi e il personale civile con leggi e personale militare, ha espropriato terre, demolito case e promosso la costruzione di oltre trecento insediamenti. Il testo traccia un riferimento al precedente specifico dell'occupazione sudafricana in Namibia, considerata illegale dalla Corte internazionale di Giustizia perché priva di scopi militari, a carattere permanente e irrispettosa degli obblighi fondamentali cui sarebbe tenuto un occupante. In particolare, un'occupazione militare non potrebbe mai essere usata come veicolo per una colonizzazione. A introdurre a livello accademico il concetto di apartheid in relazione alla condotta dello stato sionista sarebbe stata nel 2017 Ingrid Haradat Gassner, cofondatrice tra le altre cose del movimento BDS, che si oppone all'occupazione dello stato sionista sostenendone il boicottaggio, i disinvestimenti e le sanzioni. Del movimento BDS la Albanese presenta storia, sviluppo e pratiche di lotta. Nel 2021 il concetto di apartheid sarebbe stato fatto proprio innanzitutto dalle organizzazioni Yesh Din e B'Tselem per denunciare la condotta dello stato sionista nei territori occupati e nei confronti dei palestinesi in generale, poi ripreso da Human Rights Watch e infine da Amnesty International. Una legge del 2018 che riconosce il diritto all'autodeterminazione "solo al popolo ebraico" avrebbe fornito una ulteriore base giuridica al sistema istituzionalizzato di dominio e di oppressione adottato dallo stato sionista. Lo stato sionista, di cui la propaganda dei tempi di Golda Meir affermava che "aveva fatto fiorire il deserto", oggi verrebbe attivamente presentato come "unica democrazia del Medio Oriente" e come "startup nation". A sostenere con la propaganda lo stato sionista sarebbero le élite politiche, culturali e finanziarie di vari paesi (soprattutto statunitensi) e diffusissimi gruppi di cristiani sionisti convinti per la valenza escatologica del "ritorno degli ebrei in Palestina". Per reggere a campagne propagandistiche imponenti il movimento BDS avrebbe iniziato a promuovere anche il boicottaggio delle istituzioni accademiche e culturali favorevoli allo stato sionista. Decisi a maggioranza a rifiutare compromessi umilianti su un "diritto al ritorno" mai neppure preso in considerazione in sede di trattativa, i palestinesi avrebbero negli ultimi decenni imboccato la via della distruzione ad opera dell'apparato repressivo più forte del Medio Oriente, retto in tutto dalla potenza militare più forte del mondo. La violenza dell'oppressione è in Palestina motivo di una resistenza violenta anch'essa. Nel quarto rapporto redatto per l'ONU, Francesca Albanese sottolinea come lo stato sionista avrebbe stravolto i fondamenti del diritto umanitario internazionale facendo percepire al mondo che colpire i civili, visti come danni collaterali o come scudi umani, sarebbe legittimo. La comunicazione politica dello stato sionista rovescerebbe il linguaggio del diritto internazionale per giustificare la propria condotta operativa e i propri crimini di guerra. La comunità internazionale si sarebbe sempre fatta tirare fumo negli occhi; lo stato sionista sarebbe sempre andato avanti mascherando da "legalità" il proprio arbitrio. Albanese riferisce anche di come nell'Unione Europea anche le formazioni meno vicine allo stato sionista tendano ad arrogarsi la decisione di chi dovrebbe governare in Palestina, propendendo tutte per una Autorità Nazionale Palestinese sulle cui iniziative ci sarebbe non poco da ridire.
Nel conflitto palestinese le parti in causa sarebbero almeno tre: lo stato sionista, i palestinesi e l'imperialismo occidentale, sostenuto da un volenteroso coro di vassalli e di oligarchi arabi. Lo stato sionista sarebbe parte integrante dell'imperialismo occidentale in Medio Oriente, e di fatto sarebbe una vera e propria colonia occidentale. La Albanese cita il chirurgo Ghassan Abu Sitta, convinto che lo stato sionista sia solo la parte più evidente del fenomeno genocidiario. A rendergli possibile agire sarebbe un apparato mediatico i cui protagonisti egli indica nella BBC, nella CNN, nello Washington Post e nello Wall Street Journal. Travestendo finalità politiche con motivazioni etiche, nel Regno Unito le organizzazioni vicine allo stato sionista nei mass media avrebbero più volte cercato di mettere Abu Sitta in condizioni di non poter lavorare e di non potersi esprimere. La condotta dei paesi occidentali apparirebbe tale, ad Abu Sitta, da fargli concludere che essi si servano dello stato sionista come di uno strumento con cui proteggere i propri interessi. L'A. ricorda in particolare che le forze armate sioniste, dopo aver per anni giustificato la distruzione metodica degli ospedali perché centri operativi di Hamas, per altrettanto tempo non sarebbero state in grado di "esibire uno straccio di prova che non apparisse fabbricata ad arte". Il genocidio in corso si riconoscerebbe perché la distruzione si abbatterebbe su qualsiasi cosa, presente, passato e futuro.
Esposta la definizione di genocidio usata dall'ONU, la Albanese sottolinea che l'insieme delle iniziative portate avanti dallo stato sionista nei confronti della popolazione palestinese si accorderebbe a questa definizione. In particolare, come illustrato da Elyal Weizman, la distruzione sistematica di un popolo inizierebbe con uno spaziocidio, con la creazione di un vuoto. Weizman teme che un intervento esterno potrebbe in qualche modo assolvere lo stato sionista dalle responsabilità anche legali, permettergli di liberare risorse da destinare ad altri interventi repressivi e rendendo l'occupazione più tollerabile agli occhi dell'opinione pubblica. Secondo Weizman a Gaza in particolare sarebbe stato condotto un lungo e deliberato esperimento di desviluppo, di degradamento delle condizioni di vita; dal 2005 in avanti lo stato sionista avrebbe persino contato le calorie a disposizione di ogni cittadino, sovrinteso alla (pessima) fornitura di acqua ed elettricità, ostacolato deliberatamente anche in tempi normali l'accesso a risorse vitali o a cure mediche. Intanto che la situazione peggiorava, nello stato che occupa la penisola italiana l'idea che i palestinesi abbiano il diritto di difendersi sarebbe semplicemente scomparsa dal dibattito pubblico.
Francesca Albanese ricorda come la cacciata dei palestinesi dalle loro case, la distruzione dei villaggi e la confisca delle terre, culminate con la Catastrofe del 1948, siano iniziate durante il mandato britannico sulla Palestina e che l'idea di scacciare dalla "terra degli avi" la popolazione sarebbe stata chiara fin da subito alla leadership sionista. Durante il proprio lavoro come legale dell'UNRWA, l'A. avrebbe avuto l'impressione che le varie amministrazioni statunitensi -da sempre il principale contribuente per questa agenzia dell'ONU- si aspettassero da essa la pacificazione dei palestinesi. Se non amato, lo stato sionista doveva per lo meno non essere contestato. Le vicende della pittrice Malak Mattar -nata a Gaza da genitori già profughi- sono qui portate dall'A. come esempio di biografia palestinese e soprattutto di quale sia la realtà di chi si trova a "vivere e creare sotto occupazione".
Secondo lo psicoterapeuta Gabor Maté, le cui vicende di sopravvissuto allo sterminio degli ebrei d'Europa sono citate dall'Albanese nell'ultimo capitolo del libro, nel contesto dello stato sionista sarebbe evidente la riduzione dell'ebraismo a una forma di etnonazionalismo discriminatorio. Al pari di altri studiosi, Maté è convinto che quando un gruppo interiorizza una visione della vita influenzata da un grosso trauma collettivo svilupperebbe una visione del mondo diffidente e sfiduciata. L'esperienza della Nakba per i palestinesi e quella dello sterminio per gli ebrei sarebbero in questo comparabili; a fare la differenza, il fatto che i palestinesi non avrebbero avuto occasioni per affrontare e lenire un trauma collettivo che nel caso degli ebrei si sarebbero invece manifestate sottoforma di iniziative, musei e monumenti. La sofferenza palestinese verrebbe anzi resa invisibile da tutto il sistema politico occidentale. Eventuali accenni all'argomento, sottolinea Francesca Albanese, vi sono tollerati solo previa sottoscrizione del "diritto alla difesa" dello stato sionista. Il quale a Gaza lo avrebbe esercitato anche eliminando molti testimoni efficaci, come l'umanista Refaat Alareer.


Francesca Albanese - Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite della Palestina. Milano, Rizzoli 2025. 288 pp.