Francesca Albanese - Dall'economia dell'occupazione all'economia del genocidio
Dall'economia dell'occupazione all'economia del genocidio è il rapporto sulla situazione dei diritti umani in Palestina che Francesca Albanese ha presentato come relatrice speciale all'ONU nel luglio del 2025. Oltre a molte decine di pagine di rimandi bibliografici e sitografici, il libro presenta in appendice un allegato con il quadro giuridico internazionale applicabile alle imprese coinvolte nei territori palestinesi occupati. Vi si espongono questioni inerenti la responsabilità delle imprese secondo il diritto internazionale, la responsabilità degli Stati e l'applicazione del quadro giuridico al caso specifico.
Il rapporto indaga in modo specifico gli ingranaggi aziendali che sostengono il progetto coloniale dello stato sionista, con particolare riferimento alle pratiche di espulsione e di sostituzione della popolazione palestinese nei territori occupati. Francesca Albanese esordisce affermando che le imprese coloniali e i correlati genocidi sarebbero storicamente guidati e agevolati dal settore privato, con particolare riferimento a quello aziendale. Nel caso dell'occupazione sionista le aziende coadiuverebbero le violazioni grandi e piccole dei diritti dei palestinesi, dall'occupazione ai crimini di apartheid fino alle pratiche discriminatorie, alle distruzioni ingiustificate e alle esecuzioni extragiudiziali. L'A. punta a evidenziare come le entità aziendali debbano rifiutarsi di farsi complici di tutto questo, e che in caso contradio debbano essere chiamate a risponderne. Attaverso il ricorso alla letteratura e con lo sviluppo di un database con i dati di oltre mille realtà aziendali a partire da più di duecento segnalazioni, il rapporto si occupa delle imprese commerciali che avrebbero facilitato e tratto profitto dalle realizzazioni del colonialismo di insediamento praticato dallo stato sionista, in una realtà economica mondiale in cui esistono conglomerati aziendali che superano il prodotto interno lordo di interi Stati sovrani e che godrebbero di un crescente riconoscimento come titolari di diritti cui non corrisponderebbero obblighi veri e propri. La Albanese ricorda che dopo la seconda guerra mondiale sarebbero state gettate le basi per il riconoscimento della responsabilità penale internazionale dei dirigenti aziendali per la partecipazione a crimini di guerra e che gli odierni principi guida su imprese e diritti umani assegnerebbero agli Stati l'obbligo di prevenire, indagare, punire e porre rimedio alle violazioni dei diritti umani commesse da terze parti. Per il caso palestinese la Corte Internazionale di Giustizia avrebbe citato la segregazione razziale, lo stato di apartheid, le violazioni del diritto all'autodeterminazione e il divieto del ricorso alla forza per acquisire territori per definire illegale l'occupazione da parte dello stato sionista. Questa decisione chiamerebbe in correità ogni ente dotato di personalità giuridica in rapporto con lo stato sionista e in modo particolare con la sua economia, il suo esercito, i settori pubblico e privato collegati ai territori occupati.
Francesca Albanese scrive che nella Palestina occupata una varietà di imprese avrebbe guidato e reso possibile i processi del colonialismo di insediamento, con particolare riferimento all'espulsione della popolazione araba. Tra queste, fin dal 1901, il Jewish National Fund. Il settore aziendale, soprattutto dopo il 1967, avrebbe fornito allo stato sionista armi e macchinari necessari "a distruggere case, scuole, ospedali, luoghi di svago e di culto, mezzi di sussistenza e beni produttivi come uliveti e frutteti, per segregare e controllare le comunità e limitare l’accesso alle risorse naturali". Il territorio palestinese sarebbe stato trasformato, a colpi di restrizioni draconiane su ogni aspetto della vita associata, in un "mercato prigioniero" in cui dopo l'ottobre 2023 i già pienamente efficienti sistemi di controllo, sfruttamento e spoliazione sarebbero stati trasformati in infrastrutture economiche, tecnologiche e politiche mobilitate per infliggere distruzioni senza precedenti. Lo scritto descrive come i pilastri dell'economia coloniale dello stato sionista si siano adattati a una pratica genocidiaria, a cominciare dai produttori di armamenti IAI e Elbit. Un'ampia gamma di tecnologie curate tra gli altri da Microsoft, Alphabet e Amazon -e propagandate mostrando lo stato sionista come "start up nation"- consentirebbe di portare a livelli molto avanzati l'automatizzazione della repressione, esecuzioni extragiudiziali comprese; le infrastrutture realizzate nello stato sionista per il trattamento e la conservazione dei dati gli garantirebbero il totale controllo su di essi e una protezione dalla responsabilità grazie a contratti che contemplerebbero restrizioni minime. Le tecnologie fornite per decenni da imprese come Caterpillar, Hyundai e Volvo avrebbero invece consentito allo stato sionista di demolire case, coltivazioni e infrastrutture palestinesi. Questi attori aziendali avrebbero contribuito non solo alla distruzione della vita palestinese, ma anche alla costruzione della vita delle colonie; dal 1967 sarebbero stati edificati oltre trecentosettanta fra insediamenti e avamposti, dal 2024 usciti dall'amministrazione militare e passati all'amministrazione civile. Francesca Albanese cita anche la Heidelberg Materials e la controllata Hanson per i materiali da costruzione, Construcciones y Auxiliar de Ferrocarriles per le infrastrutture, Keller Williams Realty per le transazioni immobiliari. Il controllo capillare delle risorse naturali palestinesi verrebbe esercitato tramite infrastrutture che integrano le colonie nei sistemi dello stato sionista e che rafforzano la dipendenza palestinese da esse. Dal 9 ottobre 2023 l'interruzione di acqua, elettricità e carburante a Gaza avrebbe sfruttato questa dipendenza artificiale a fini di genocidio. Al di là di questo, lo stato sionista costringerebbe comunque i palestinesi ad acquistare -tramite la compagnia idrica Mekorot- acqua da due falde nei territori occupati, a prezzi gonfiati e con forniture intermittenti. Per le forniture energetiche lo stato sionista adotterebbe criteri analoghi, alimentando senza soluzione di continuità le colonie illegali ma erogando forniture minime ai palestinesi. Lo stato sionista si rifornirebbe di carbone tramite la statunitense Drummond Company e la svizzera Glencore, e di idrocarburi da Chevron, BP e Petrobras. A BP lo stato sionista avrebbe affidato anche le prospezioni nelle aree marine davanti a Gaza. Dall'espropriazione delle terre palestinesi, attuata a partire da avamposti agricoli e kibbutzim, avrebbero invece tratto vantaggio il conglomerato alimentare Tnuva e la Netafim, specializzata in sistemi di irrigazione a goccia e direttamente coinvolta nelle pratiche che avrebbero messo fuori mercato le produzioni palestinesi. Sui mercati globali di vendita al dettaglio l'origine dei beni prodotti nello stato sionista -veicolati da Moller e Maersk- verrebbe spesso mascherata; sarebbe in ogni caso difficile distinguere beni prodotti nello stato sionista da beni prodotti nelle colonie, che in punta di diritto non dovrebbero essere commercializzati affatto. AirBnB e Booking opererebbero nelle colonie e a Gerusalemme est, presentando gli insediamenti sionisti come "comunità calorose e amorevoli" e cercando di schivare le critiche donando i profitti a cause "umanitarie". Loo stato sionista potrebbe contare anche su un'ampia diffusione delle proprie emissioni obbligazionarie, sottoscritte fra gli altri da Barclays, BMP Paribas, Blackrock, Vanguard e Allianz Pimco. Le stesse entità finanziarie convoglierebbero grosse somme verso società direttamente coinvolte nelle attività di occupazione. L'espansione delle colonie e i progetti legati alle forze armate potrebbero invece contare sulle molte affiliate al Fondo Nazionale Ebraico (KKL-JNF), su piattaforme come Israel Gives che consentirebbero un crowdfunding deducibile dalle tasse in più di trenta Paesi e su varie organizzazioni evangeliche. L'impalcatura ideologica dello apartheid si avvarrebbe invece delle università, specie per le branche della giurisprudenza, dell'archeologia e degli studi mediorientali, proprio come l'industria bellica e della repressione potrebbe contare sui dipartimenti di scienza e tecnologia. La Commissione Europea finanzierebbe il programma Horizon Europe, coinvolto in collaborazioni e programmi di ricerca direttamente legati a fini di repressione e controllo. La Albanese sostiene che la repressione delle contestazioni studentesche in proposito riguardi assai più la tutela degli interessi finanziari coinvolti che non la lotta a un presunto antisemitismo. 
Le pratiche genocidiarie dello stato sionista sarebbero redditizie per molti. L'occupazione perenne sarebbe diventata un terreno di prova ideale per produttori di armi e di tecnologie, che -con il sostegno del settore finanziario- vi opererebbero con poca supervisione e ancor meno responsabilità. Molti altri settori dell'economia, dall'agroalimentare all'industria turistica, continuerebbero a sostenere l'espansione degli insediamenti e il processo di annessione violenta dei territori occupati.
Come Relatrice Speciale, Francesca Albanese chiude il suo rapporti esortando gli Stati membri dell'ONU a imporre allo stato sionista sanzioni e totale embargo sulle armi e su tecnologie a duplice uso, a sospendere accordi commerciali e investimenti prevedendo anche il congelamento dei beni di entità e individui coinvolti in attività potenzialmente distruttive per i palestinesi, e a imporre responsabilità costringendo le entità aziendali ad affrontare le conseguenze legali derivanti dal loro coinvolgimento in gravi violazioni del diritto internazionale. Le entità aziendali dovrebbero cessare ogni attività che contribuisca alle violazioni dei diritti umani e ai crimini perpetrati contro il popolo palestinese e risarcire i palestinesi come avvenuto nel Sud Africa del dopo apartheid. L'operato delle entità aziendale e dei relativi dirigenti dovrebbe essere oggetto di interesse da parte delle rispettive magistrature nazionali e della Corte Penale Internazionale.



Francesca Albanese - Dall'economia dell'occupazione all'economia del genocidio. Rapporto della Relatrice Specile ONU per i diritti umani sui territori occupati dallo stato sionista. Roma, PaperFirst (SEIF) 2025. 110 pp.