
Inside - Dentro la violenza di Israele raccoglie i sei rapporti che l'A. Francesca Albanese ha redatto per l'ONU sulla situazione nei territori palestinesi occupati nel corso del suo primo mandato come relatrice speciale.
Nella prefazione Francesca Albanese riassume il contenuto dei rapporti e descrive la propria condizione di specially designated national secondo il Dipartimento del Tesoro degli USA: come per Vladimir Putin, lo Ayahtollah Ali Khamenei o Nicolas Maduro, dal luglio 2025 a tutti i cittadini e le realtà statunitensi sarebbe vietato intrattenere rapporti con lei sotto pena si sanzioni estremamente pesanti. Una misura tanto ostile sarebbe stata solo il culmine di tre anni di attacchi incessanti. Il tutto, per aver denunciato le violazioni dei diritti umani compiute dallo stato sionista contro i palestinesi in una serie di iniziative da più parti derubricate ad antisemitismo. Nel difendere il proprio operato, l'A. sottolinea come in casi come quello in esame il ruolo di esperti indipendenti non possa essere guidato da neutralità o equidistanza, dal momento che il contesto vede un occupato e un occupante, un usurpatore e un usurpato. Dopo il 7 ottobre 2023 la disumanizzazione dei palestinesi si sarebbe avvalsa di una propaganda intrisa di dettagli tanto truculenti quanto privi di riscontro; in J'accuse Francesca Albanese avrebbe subito identificato e denunciato le intenzioni della propaganda, quelle di avallare la distruzione di qualsiasi forma di vita associata a Gaza e di lasciare al might is right ogni spazio di agibilità politica e mediatica. Nello stato che occupa la penisola italiana la propaganda dello stato sionista avrebbe trovato ampia risonanza; la sua prassi tesa alla distruzione totale e impunita di chiunque e di qualsiasi cosa avrebbe trovato disponibilissimi fautori nel mondo della politica e della "libera informazione". La traduzione di ciascun rapporto ha i rimandi alla versione inglese originale, reperibile sul web e dotata di tutti i rimandi bibliografici e sitografici omessi in questa sede.
Il diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese è il primo rapporto presentato nel 2022 e redatto ricorrendo a incontri personali o on line dal momento che lo stato sionista non ha consentito alla relatrice speciale l'accesso ai territori occupati. Francesca Albanese presenta le condizioni di una popolazione sottoposta a segregazione razziale, a restrizioni ferree alla libertà di movimento, alla repressione della partecipazione politica e civile, alla negazione dei diritti di residenza e di riunificazione familiare oltre che all'espropriazione di terre e di proprietà immobiliari. Accanto a tutto questo l'A. denuncia la pratica dei trasferimenti forzati, le esecuzioni extragiudiziali, gli arresti arbitrari su larga scala anche di minori, gli ostacoli frapposti alla cooperazione e agli aiuti umanitari, la spoliazione delle risorse naturali, la repressione della resistenza popolare all'occupazione e le violenze degli abitanti delle colonie di insediamento. L'occupazione sionista verrebbe affrontata secondo un approccio umanitario in cui le condizioni generate dall'occupazione violenta vengono trattate come un problema cronico, secondo un approccio politico in cui la questione palestinese verrebbe considerata un conflitto da risolvere con negoziati anziché come un'occupazione, e secondo un approccio dello sviluppo economico che tende a sostenere artificialmente l'economia dei territori occupati. Francesca Albanese sottolinea invece la nulla conformità dello stato sionista al diritto internazionale, elemento strutturale della sua linea politica. Il fatto che negli ultimi anni abbia guadagnato consenso tra gli studiosi l'uso della definizione di apartheid per definire la condotta dello stato sionista dovrebbe incoraggiare un suo esame contestualizzato, tenendo comunque presente l'illegalità intrinseca di un'occupazione che avrebbe dimostrato di non essere temporanea e di essere gestita in modo deliberatamente lesivo degli interessi della popolazione, oltre al sussistere di pratiche tipiche del colonialismo di insediamento. L'A. definisce il colonialismo di insediamento come "guidato dalla logica di eliminazione del carattere indigeno della terra colonizzata" tramite l'istituzione e la promozione di insediamenti di popolazione straniera impiantata in mezzo a quella autoctona con l'obiettivo di soggiogarla, espropriarla e "garantire in modo permanente il controllo su determinate aree". Albanese presenta storia e definizione del diritto all'autodeterminazione come correntemente inteso nell'epoca contemporanea e dall'ONU in particolare: l'inviolabilità di questo diritto deriverebbe dal suo carattere erga omnes e di ius cogens. Del colonialismo di insediamento, la negazione di un diritto all'autodeterminazione dal quale discendono moltissimi degli altri diritti rappresenterebbe una caratteristica intrinseca; l'A. sottolinea anche come la prassi internazionale in vari precedenti -dall'occupazione della Namibia all'invasione dell'Ucraina dal 2022- sia stata quella di contrastare le occupazioni illegali tramite l'Assemblea Generale dell'ONU, la Corte Internazionale di Giustizia, la Corte Penale Internazionale e le giurisdizioni dei singoli Stati. Per questo anche il popolo palestinese avrebbe ogni diritto a godere di una analoga cooperazione internazionale e ad un suo intervento risoluto. Il rapporto ricorda a questo proposito come l'Assemblea Generale dell'ONU abbia condannato l'occupazione sionista nel 1967, nel 1974 e nel 1982, considerando in questa occasione "i ripetuti atti di aggressione" commessi dallo stato sionista come "una grave minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale" e riconoscendo l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina come unico e legittimo rappresentante del popolo palestinese. Nel 2016 anche il Consiglio di Sicurezza, solitamente paralizzato su questo tema dal sostegno incondizionato degli USA allo stato sionista, avrebbe dichiarato illegali gli insediamenti nei territori occupati. Nonostante questo, denuncia l'Albanese, lo stato sionista avrebbe consolidato negli anni il proprio dominio e la propria presenza militare perseguendo i propri interessi nei territori occupati. In particolare l'imposizione delle colonie, degli insediamenti e delle infrastrutture di occupazione nella topografia e nello spazio vitale dei palestinesi sarebbe servita a impedire di fatto il concretizzarsi del loro diritto all'autodeterminazione. Il rapporto intende dimostrare che lo stato sionista avrebbe perseguito intenzionalmente e impunemente la "depalestinizzazione" del territorio.
Fin dal 1967 i vertici dello stato sionista avrebbero trattato i territori occupati come terra nullius, in linea con l'atteggiamento mostrato dal movimento sionista nei confronti della Palestina fin dai tempi dell'Impero Ottomano. In quell'anno un Piano Allon avrebbe articolato formalmente il concetto di uno "stato ebraico" unitario dal fiume Giordano fino al Mediterraneo, con l'annessione completa della valle del Giordano e la creazione di bantustan palesinesi demilitarizzati. Nei decenni successivi i fatti sul terreno avrebbero testimoniato la traduzione in pratica del Piano Allon, nonostante la sua mancata adozione formale. La presenza di rappresentanti dei coloni nel parlamento dello stato sionista renderebbe inoltre impossibile considerare le pratiche del colonialismo di insediamento come estranee alla politica ufficiale. Nella realizzazione di insediamenti e infrastrutture, lo stato sionista avrebbe attuato consapevolmente una "frammentazione strategica" del territorio per controllare il popolo palestinese, limitarne la libertà di movimento e privarlo dell'accesso a vaste aree di terra. Tutte pratiche che la Albanese indica come già perfezionate dal 1948 nei territori assegnati allo "stato ebraico" nella ex Palestina mandataria. Dopo il 1993 gli accordi di Oslo avrebbero previsto la suddivisione della Cisgiordania secondo tre diversi assetti amministrativi, facilitando costruzione e "protezione" di insediamenti riservati ai soli ebrei. In Cisgiordania e ancora di più a Gaza -una enclave controllata con "un soffocante blocco marittimo, terrestre e aereo"- lo stato sionista avrebbe perseguito il contenimento della popolazione colonizzata in riserve rigidamente controllate. Il complesso sistema di controllo e restrizioni imposto dallo stato sionista avrebbe distrutto il tessuto economico palestinese ostacolando l'accesso all'acqua, alla terra, alle vie di comunicazione e ai mezzi di sussistenza in generale, e rendendolo dipendente dagli aiuti internazionali. Nei territori occupati, in cui le manifestazioni dell'identità nazionale palestinese sarebbero di fatto (e anche di diritto) vietate, opererebbe una rete di aziende impegnate nel provare equipaggiamenti militari sulla popolazione, nello sfruttare acqua e terreni sottratti, e nel drenare risorse verso le colonie, i cui prodotti verrebbero commercializzati come prodotti nello stato sionista a tutti gli effetti e in alcuni casi andrebbero anche esenti da dazi. Dalla distruzione del quartiere marocchino a Gerusalemme Est, eseguita nel 1967 per fare spazio alla spianata del Muro del Pianto, lo stato sionista si sarebbe dedicato anche alla cancellazione della cultura palestinese e alla spoliazione dell'identità autoctona. L'esercizio del diritto all'autodeterminazione sarebbe stato impedito nel corso dei decenni anche con un sempre più generalizzato ricorso all'esecuzione extragiudiziale di capi, quadri, semplici attivisti, operatori dei mass media e rappresentanti della società civile. L'eliminazione fisica di chiunque sia suscettibile di catalizzare le energie della popolazione palestinese sarebbe abitualmente considerata alla stregua di una alternativa al negoziato. Dopo la costruzione del Muro in Cisgiordania e a Gerusalemme Est lo stato sionista avrebbe reso ordinaria la repressione delle proteste con arresti arbitrari di massa e con la detenzione amministrativa senza accuse e senza processo; qualsiasi sfida anche potenziale agli interessi coloniali dello stato sionista verrebbe monitorata e repressa anche tramite la sorveglianza spionistica di massa dei dispositivi elettronici. Lo stato sionista opererebbe senza soluzione di continuità e con ogni genere di mezzi e di arbitrio per restringere continuamente fino a vietare del tutto il monitoraggio del rispetto dei diritti umani e l'opposizione legale all'occupazione. "Gli attacchi incessanti alla popolazione palestinese, alle sue manifestazioni politiche e persino alla sua resistenza legale sono stati valutati come una vera e propria persecuzione, che in ultima analisi limita la sua capacità di svilupparsi come popolo", conclude la relatrice speciale. In quanto illegale dal punto di vista del diritto internazionale, il comportamento dello stato sionista sarebbe solo passibile di sanzioni e non dovrebbe essere in nessun caso oggetto di negoziati. Dalla conferenza di Madrid del 1991 invece i principali attori politici coinvolti avrebbero sostenuto la necessità di negoziati bilaterali e l'OLP vi avrebbe acconsentito cedendo all'ineluttabilità di una soluzione di compromesso. I successivi Accordi di Oslo si sarebbero limitati a prospettare un autogoverno palestinese e l'autonomia di alcune parti dei territori occupati, di fatto cedendo invece il 61% della Cisgiordania al pieno controllo dello stato sionista. La Albanese sottolinea come dal 1967 l'occupazione militare da parte dello stato sionista abbia impedito il concretizzarsi del diritto all'autodeterminazione dei palestinesi, cercando anzi di trasformare gran parte dei territori occupati un una estensione permanente dell'area metropolitana dello stato sionista, mantenendo il minor numero possibile di residenti palestinesi. Il tutto nell'acquiescenza della comunità internazionale. Francesca Albanese ritiene indispensabile un cambio di paradigma fondato sul riconoscimento a priori del diritto all'autodeterminazione, e da qui dell'illegalità sia del colonialismo di insediamento che dello stato di apartheid imposti dallo stato sionista. Lo stato sionista avrebbe tra l'altro goduto di una generale "normalizzazione diplomatica" che avrebbe spinto il tema dell'autodeterminazione dei palestinesi ai margini del discorso politico, inducendo taluni a considerarlo più uno slogan che una realtà giuridica. Francesca Albanese si appella al riconoscimento di una realtà di fatto equiparabile a quella di un regime segregazionista e repressivo che perseguirebbe l'obiettivo ultimo di consolidare il dominio di una minoranza su una maggioranza autoctona, in terre usurpate con la forza. Accanto alla condanna delle violazioni commesse dallo stato sionista e dalle sue pratiche coloniali, l'Albanese raccomanda alla comunità internazionale di dispiegare una presenza internazionale di protezione a tutela dei palestinesi, di indagare in modo approfondito su tutte le violazioni commesse dallo stato sionista attraverso i meccanismi di giurisdizione universale e la Corte Penale Internazionale, di adottare misure adeguate a prevenire, indagare e riparare alle violazioni commesse da parte delle imprese commerciali operanti nei territori occupati.
Dietro e oltre le sbarre indaga la "sistematica e arbitraria violazione della libertà personale nella Palestina occupata"; stante il diniego all'ingresso posto dallo stato sionista, Francesca Albanese sarebbe stata costretta a realizzarlo a distanza tramite interviste svolte in campo neutro, il contributo di esperti e lo studio di fonti primarie e documenti pubblici. Il rapporto tende a mostrare come le violazioni sistematiche della libertà personale da parte dello stato sionista rappresentino lo strumento essenziale di controllo e di oppressione sulla popolazione dei territori occupati. Nei territori occupati l'intera popolazione sarebbe considerata come una minaccia e come una presunta colpevole; l'A. intende documentare anche l'esistenza di strutture fisiche, burocratiche e di sorveglianza digitale che si tradurrebbero in una carceralità pervasiva, imposta con leggi, procedure e tecniche di confinamento che avrebbero trasformato i territori occupati in un panopticon a cielo aperto sotto posto a continua e sistematica sorveglianza. Una situazione che l'A. considera incompatibile con il diritto internazionale. Le stime presentate dalla Albanese valutano in oltre ottocentomila i palestinesi arrestati fra il 1967 e il 2006 e in cinquemila i detenuti nel 2022, oltre mille dei quali in assenza di accuse o in attesa di processo. Invocando le dottrine della "bomba a orologeria" e della "pressione fisica moderata", lo stato sionista avrebbe anche affermato la "necessità" di fare ricorso contro i prigionieri a misure che potrebbero costituire atti di tortura. Misure del genere verrebbero abitualmente impiegate per intimidire e ottenere confessioni e informazioni da chiunque venga considerato "potenzialmente pericoloso per la sicurezza" dello stato sionista. Ampiamente documentate sarebbero le pratiche degli arresti arbitrari e della detenzione amministrativa senza processo. Dopo gli Accordi di Oslo del 1993 allo stato sionista si sarebbe affiancata l'Autorità Nazionale Palestinese iniziando una "politica delle porte girevoli" per cui i palestinesi arrestati, interrogati e detenuti in Cisgiordania dall'ANP verrebbero catturati dalle forze di occupazione al momento del rilascio o viceversa. Francesca Albanese rileva con vari riferimenti normativi che l'essere paese occupante non esime lo stato sionista dal divieto di violare arbitrariamente le libertà personali sancito dal diritto internazionale. Lo stato sionista invece avrebbe da sempre negato l'applicabilità del diritto internazionale ai territori occupati sostenendo che si trattasse piuttosto di territori contesi e autoesimendosi dal rispetto dei principi fondamentali che disciplinano le occupazioni militari. La disciplina della detenzione sarebbe regolata da una stratificazione e da una commistione di norme ottomane, della Palestina mandataria e del diritto giordano ed egiziano, oltre che dalle norme emanate dallo stato sionista per i non cittadini. In particolare, l'adozione dei regolamenti d'emergenza britannici dei tempi della Palestina mandataria avrebbe facilitato il radicamento dei metodi coloniali della legislazione militare imposta dopo l'occupazione del 1967. Da allora gli occupanti sionisti avrebbero emesso qualcosa come duemilacinquecento ordinanze per il controllo capillare della vita palestinese. Dato il mosaico di autorità competenti, il destino di ogni palestinese arrestato sarebbe determinato dal luogo in cui vive, da chi considera minacciose le sue azioni e da chi esegue l'arresto. Nei territori occupati i militari dello stato sionista assommerebbero funzioni legislative, esecutive e giudiziarie applicando ai palestinesi leggi militari per mezzo di tribunali militari, laddove i coloni sarebbero invece soggetti al diritto ordinario. Questo dualismo razziale costituirebbe uno dei pilastri dello apartheid coloniale messo in atto da una compagine statale che nei territori occupati legifererebbe per mezzo di ordinanze militari imponendo migliaia di restrizioni arbitrarie alla popolazione palestinese. Le ordinanze prevederebbero reati contro la sicurezza e reati contro l'ordine pubblico, definendoli in modo intenzionalmente vago in modo da lasciare a soldati, procuratori militari e giudici grossi margini di discrezionalità. Di fatto, conclude la relatrice speciale dopo aver riportato vari esempi, l'unico atteggiamento tollerato sarebbe quello di riverente ossequio verso l'occupante, verso l'occupazione e verso i loro simboli; la criminalizzazione generalizzata e la capillare miriade di divieti mirerebbero a rendere ogni palestinese potenzialmente soggetto all'arresto anche per azioni legate alla sopravvivenza quotidiana. La vita dei palestinesi sarebbe governata da una "legge senza legge" all'insegna di un controllo coercitivo diffuso e di violenze ingiustificate tali da costringere la popolazione a uno stato permanente di vulnerabilità e di sottomissione che faciliterebbero i processi di espropriazione e di sfollamento. La prassi della detenzione amministrativa -rinnovabile a tempo indefinito- consentirebbe invece allo stato sionista di procedere in assenza di imputazioni e di processo, sulla base di vaghe "necessità di sicurezza" e senza che il prigioniero sia informato dei motivi della detenzione. Francesca Albanese descrive la prassi delle incursioni notturne da parte dei militari sionisti -diventate tattica comune per arrestare, molestare e terrorizzare la popolazione palestinese violando e danneggiando proprietà e abitazioni- e nota come gli arrestati palestinesi sarebbero in genere trasferiti nello stato sionista, configurando il crimine di guerra di deportazione. L'A. cita anche le peculiarità della detenzione preventiva senza accuse e delle udienze sulla custodia cautelare tenute nei tribunali militari, per lo più autentici pseudoprocessi che si concluderebbero in pochi minuti e in assenza di difensori. Il rapporto tratta in modo dettagliato anche dell'arresto dei minori, in nulla diverso come modalità e trattamento da quello degli adulti fatta eccezione per le maggiori pressioni esercitate affinché diventino collaboratori o informatori; ottenere delazioni sarebbe a volte l'unico motivo per l'arresto. La natura diffusa di questa pratica, sottolinea Francesca Albanese, creerebbe sfiducia nei confronti dei minori ex detenuti anche all'interno della loro stessa comunità, stigmatizzandoli in modo indelebile. Nel rapporto si evidenzia come alla carcerazione propriamente detta l'occupazione sionista unisca tecniche di confinamento rese possbili da meccanismi fisici, burocratici e digitali. La vita palestinse si svolgerebbe in un "continuum carcerario" in cui coesisterebbero livelli diversi di prigionia, primo fra tutti quello della segregazione fisica di cui la Striscia di Gaza sarebbe l'esempio più evidente, con oltre due milioni di persone sottoposte dal 2007 a punizione collettiva. In Cisgiordania l'architettura carceraria si concretizzerebbe invece di insediamenti e basi militari, di aree militari chiuse, di un Muro lungo circa settecento chilometri, di centinaia di posti di blocco e di quattrocento chilometri di vie di comunicazione riservate ai cittadini dello stato sionista. In alcuni casi, come a Hebron e soprattutto a Gerusalemme, lo stato sionista avrebbe imposto la presenza di insediamenti stravolgendo la vita cittadina e il tessuto urbano. Fermi restando i confini fisici della segregazione, su una vita palestinese già soggetta a monitoraggi digitali di massa (magari presentati come smart city initiatives) sovrintenderebbe un labirinto di "permessi" e di "divieti" che trasformerebbero le libertà fondamentali in privilegi concessi o negati dall'occupante, per tramite di una "amministrazione civile" in cui i servizi dello Shin Bet si esprimerebbero su ogni palestinese in base al "sospetto di minaccia" che susciterebbe. A peggiorare ulteriormente l'isolamento dei territori occupati, i nuovi regolamenti che dal 2022 vi limiterebbero ulteriormente l'ingresso e la permanenza per i cittadini stranieri. Il rapporto si chiude formulando alcune richieste, prima fra tutte quella dell'abolizione tout court di un sistema di privazione arbitraria della libertà derivante da un'occupazione di per sé illegale. Le autorità palestinesi dovrebbero rispettare le norme internazionali sulla privazione della libertà e interrompere ogni collaborazione con lo stato sionista che vada contro di esse. In ultimo, la Corte Penale Internazionale non dovrebbe non soltanto indagare sui possibili crimini ai sensi del diritto internazionale commessi dallo stato sionista, ma anche verificare l'ipotesi che essi vadano inquadrati in una deliberata politica di cancellazione dell'identità palestinese dai territori occupati.
Unchilding: essere bambini nel territorio palestinese occupato si concentra sulle condizioni di vita dei bambini palestinesi. Come il precedente e per gli stessi motivi, anche questo elaborato è stato redatto con incontri on line, testimonianze e contributi documentali. L'occupazione sionista negherebbe ai minori lo status di persone protette con danno irrimediabile per i loro diritti; il rapporto riassume le iniziative più arbitrarie messe in atto dallo stato sionista in materia di colonialismo di insediamento e ricorda come questo comporti per i bambini palestinesi vivere in spazi segregati e in comunità oppresse in vario modo: lo stato sionista controllerebbe in un modo o nell'altro il sostentamento delle loro famiglie, l'accesso al lavoro, alle cure mediche, alle opportunità di svago, alle prospettive future e alla mobilità. I bambini dello stato sionista risentirebbero invece di un ambiente saturo di paura, di ostilità e razzismo che contribuirebbe a esacerbare la violenza strutturale diretta contro i palestinesi, presentati come invasori intenzionati a eliminare il popolo ebraico e collegati allo sterminio degli ebrei d'Europa. Francesca Albanese presenta anche in questo caso il quadro legale internazionale di riferimento -in particolare la Convenzione sui Diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza ratificata dalla Palestina nel 2014 e dallo stato sionista nel 1991- e passa poi a esporre le prove relative alle violazioni commesse in materia dallo stato sionista, che nei territori occupati sottoporrebbe i bambini a varie forme di violenza strutturale dalle pesanti ricadute sulla vita e sul benessere collettivo. Il rapporto sottolinea la mortalità infantile nei territori occupati -sei volte più alta che nello stato sonista- la prassi di considerare i bambini come bersagli militari, le esecuzioni extragiudiziali e in generale il sussistere di condizioni che avrebbero spinto un adolescente palestinese a considerare che "temere la morte non ti impedisce di morire, ma ti impedisce di vivere". In sedici anni di blocco illegale della Striscia di Gaza, punteggiati da sei grandi assalti militari, sia le forze armate dello stato sionista che i gruppi armati palestinesi avrebbero "negato e leso il diritto alla vita" dei civili della controparte agendo in manifesta violazione del diritto internazionale: in particolare, il comportamento illegale dello stato sionista non giustificherebbe il ricorso ad armi che mettono a rischio la popolazione civile. Su ben più vasta scala, lo stato sionista agirebbe abitualmente senza alcuna considerazione per i "danni collaterali"; una serie di dati e di usi documentati già nel 2009 confuterebbe inoltre la propaganda sionista sul ricorso ai bambini come "scudi umani" e sul ricorso a scuole e ospedali come basi per i gruppi armati. Ben documentato sarebbe invece lo sproporzionato o inutile ricorso alla forza da parte dello stato sionista, tale da aver assunto carattere strutturale e responsabile di una casistica di disturbo post traumatico da stress impossibile da trattare, data la scarsità di personale specializzato. Per i bambini palestinesi della Cisgiordania -che negli ultimi anni avrebbero iniziato a portare addosso lettere di addio- i militari dello stato sionista e i coloni sarebbero la principale fonte di paura; i coloni in particolare, giovani e bambini compresi, sarebbero diventati sempre più aggressivi rendendosi protagonisti di centinaia di episodi violenti ogni anno; alti funzionari dello stato sionista avrebbero pubblicamente elogiato il loro comportamento. Nella repressione delle proteste i militari avrebbero iniziato a usare le armi in modo da causare un gran numero di invalidi tra i manifestanti. L'adozione del principio di "giustizia militare giovanile" implicherebbe secondo il rapporto la detenzione di oltre cinquecento minori ogni anno, con interrogatori per lo più condotti in assenza di difensore, frequenti trasferimenti nello stato sionista e detenzione in isolamento. I minori in detenzione domiciliari sarebbero sottoposti alla vigilanza dei genitori, costretti a agire come carcerieri dell'occupante. Francesca Albanese riporta come nei minori passati dalla detenzione si riscontrerebbero "stati di ansia, depressione e alterazioni della personalità" oltre a evidenti cambiamenti nel comportamento. Oltre alle più volte ricordate condizioni di confinamento e di controllo che renderebbero impossibile lo sviluppo delle potenzialità degli individui, il rapporto ricorda anche le condizioni di "de-sviluppo" imposte dal colonialismo di insediamento, compresi il drenaggio delle risorse idriche e la graduale erosione dei mezzi di sussistenza e delle potenzialità economiche, che metterebbe una parte assai considerevole della popolazione in condizioni di dipendere dagli aiuti anche per i beni di prima necessità. Le condizioni che avrebbero portato circa cinquecentomila minori a vivere in condizioni di insicurezza alimentare sarebbero anche alla base dell'aumento della violenza domestica, degli abbandoni scolastici e del lavoro minorile. Un impatto altrettanto serio sulle condizioni mentali dei minori sarebbe causato dagli sgomberi su larga scala, dalla demolizione (spesso punitiva) delle abitazioni, dai trasferimenti forzati, dalla negazione dei permessi a costruire e dell'importazione di materiali edilizi. Con la frequenza scolastica ostacolata come ogni altro aspetto della vita dalle condizioni di carcerizzazione diffusa, gli edifici scolastici sarebbero anch'essi soggetti a incursioni militari, demolizioni e a ogni sorta di ostacoli a edificare legalmente, con ovvie conseguenze anche sul mero mantenimento dell'esistente e la necessità di ricorrere ai doppi e ai tripli turni. Il rapporto conclude che il colonialismo di insediamento sottoporrebbe i bambini a sfide, responsabilità e preoccupazioni da adulti mettendoli in una condizione di unchilding fatta di stress, rabbia, isolamento e ipervigilanza perenni. La Albanese sottolinea come le continue minacce all'incolumità porterebbero i bambini a percepire la violenza come unica risposta possibile a una realtà brutale. Gli orfani in particolare tenderebbero a vedere i martiri e i membri dei gruppi armati come modelli di riferimento. Il rapporto si chiude raccomandando la fine dell'occupazione e del colonialismo di insediamento, nonché il suo rifiuto da parte dei Paesi terzi.
Anche per Anatomia di un genocidio -che si apre con la condanna dei crimini commessi da Hamas nello stato sionista- varrebbero le stesse condizioni di redazione dei rapporti presentati in precedenza, per cui anch'esso sarebbe stato redatto rifacendosi a quanto riferito da organizzazioni attive a Gaza, alla giurisprudenza e a interviste con esperti e con appartenenti alla società civile. Francesca Albanese, che ha redatto questo scritto dopo l'istanza del 29 dicembre 2023 con cui il Sud Africa ha denunciato alla Corte Internazionale di Giustizia il rischio che gli atti commessi a Gaza dallo stato sionista potessero costituire genocidio, è convinta che lo stato sionista abbia invocato il quadro del diritto internazionale per legittimare con un "camouflage umanitario" la propria condotta e che la soglia che denoterebbe la commissione di genocidio da parte dello stato sionista fosse stata raggiunta. Di più, la relatrice speciale vrebbe ragionevoli motivi per sottolineare come le azioni dello stato sionista "siano state guidate da una logica genocida che è parte integrante del suo progetto coloniale in Palestina, un fatto che indica una tragedia annunciata". Il rapporto constata, precedenti storici alla mano, che nel colonialismo di insediamento la persecuzione e le discriminazioni sarebbero i prodromi dell'annientamento. Nel caso specifico "lo spostamento o la cancellazione della presenza araba indigena" sarebbe stata inevitabile per la formazione dello stato sionista come "stato ebraico" e i sionisti ne sarebbero stati assolutamente consapevoli almeno dal 1940. Nel 1947-1949 e poi nel 1967 avrebbero avuto luogo le pratiche che "hanno aperto alla pulizia etnica di massa della popolazione non ebraica della Palestina", perseguita poi con l'occupazione militare secondo le già denunciate linee di condotta e la negazione del diritto all'autodeterminazione dei palestinesi. I coloni sionisti e i vertici politici dello stato sionista (Netanyahu, dicembre 2022) avrebbero inquadrato Gaza come un territorio da ricolonizzare e la sua popolazione come un invasore da espellere in nome del "diritto esclusivo e inattaccabile" del popolo ebraico sulle terre della "Grande Israele". Il rapporto presenta il quadro giuridico di riferimento a partire dalla Convenzione sul genocidio del 1948 e gli organismi internazionali preposti a tutelarne il rispetto. La relatrice speciale si dice convinta che a Gaza siano stati commessi atti specifici contemplati dalla Convenzione. Uccisioni indiscriminate di civili a decine di migliaia, negato accesso a farmaci, cure mediche e forniture vitali, mancata igiene, rifugi sovraffollati, distruzione sistematica di interi quartieri strutture sanitarie comprese avrebbero comportato la deliberata realizzazione nella striscia di Gaza -già ridotta a una énclave isolata, sovrappopolata, impoverita e quasi inabitabile da sedici anni di blocco- di condizioni di vita tali da comportare la distruzione fisica della popolazione palestinese. Lo stato sionista avrebbe proceduto al "collasso programmato delle infrastrutture di supporto alla vita" allo scopo di rendere Gaza un luogo in cui "nessun essere umano può esistere". Il rapporto sottolinea come in questa situazione sarebbero chiaramente riscontrabili le prove dirette di un intento genocidiario; riporta una serie di dichiarazioni rilasciate in questo senso da vari esponenti politici e altre personalità dello stato sionista e denuncia l'esistenza di evidenti prove -a partire dai contenuti delle "reti sociali"- di come simili dichiarazioni siano state interiorizzate e messe in pratica dalle truppe sul campo. La Albanese scrive che lo stato sionista avrebbe usato concetti del diritto internazionale umanitario come quelli di "scudi umani", "danni collaterali", "zone sicure", "evacuazioni" e "protezione medica" in modo talmente ampio da svuotarli del loro contenuto normativo e da sovvertirne il significato erodendo la distinzione tra civili e combattenti. Le dichiarazioni ufficiali si sarebbero così tradotte in una condotta militare che ignorerebbe il concetto stesso di protezione dei civili, trasformando un intero gruppo nazionale e lo spazio da esso abitato in obiettivi distruggibili. Popolazione o infrastrutture a Gaza sarebbero state presentate abitualmente dallo stato sionista come posizionate tra, davanti o sopra obiettivi militari legittimi, qualificando in pratica l'intero territorio e tutti i suoi abitanti come obiettivi militari. Il tutto, sotto l'ombrello di una legalità puramente formale. In particolare, nelle "valutazioni di proporzionalità" sull'impiego della forza lo stato sionista farebbe riferimento non al singolo obiettivo ma allo scopo generale della guerra, considerando di fatto lecita ogni iniziativa. Anche le "aree sicure" dichiarate negli ordini di evacuazione diramati dallo stato sionista risulterebbero essere state deliberatamente trasformate in luoghi di uccisione di massa, al pari dei "corridoi umanitari" indicati per raggiungerle. Nel 2024 l'esecutivo dello stato sionista si sarebbe più volte espresso per l'espulsione dei palestinesi da Gaza valutando varie possibilità a riguardo. Accusando il nemico di usare le strutture mediche come scudo, lo stato sionista avrebbe perseguito scopi genocidiari distruggendo completamente le già scarse infrastrutture sanitarie della Striscia. Tra i tanti casi di condotta abietta presentati nel rapporto, si potrebbe citare un caso specifico in cui per giustificare la distruzione di un intero presidio sanitario lo stato sionista sarebbe arrivato a dichiarare il ritrovamento di "elenchi di terroristi" rivelatisi essere calendari settimanali in lingua araba. Il rapporto conclude che "la natura e la portata travolgenti" degli attacchi contro Gaza rivelerebbero "l'intento di distruggere fisicamente i palestinesi in quanto gruppo". Un embargo sulle armi nei confronti dello stato sionista, il sostegno all'iniziativa sudafricana, indagini indipendenti sulle violazioni del diritto internazionale commesse da tutti gli attori coinvolti, la piena riparazione dei danni arrecati, la fine dell'insostenibile situazione imposta a Gaza dallo stato sionista, il dispiegamento di una forza internazionale e l'erogazione di adeguati finanziamenti alla UNRWA sono le raccomandazioni conclusive.
Nel 2024 Francesca Albanese avrebbe proceduto alla redazione di un rapporto intitolato Il genocidio come eliminazione coloniale secondo le stesse modalità usate per i precedenti, stante il perdurare di un divieto di accesso ai territori occupati ormai esteso anche al personale della Corte Penale Internazionale. Come in Anatomia di un genocidio, anche in questo caso la linea seguita dallo stato sionista apparirebbe dedicata alla conquista totale della Palestina e alla distruzione del suo popolo. Anche questa redazione si apre con un inquadramento giuridico del tema, in cui spiccano gli sviluppi del 2024: a luglio la Corte Internazionale di Giustizia avrebbe riconosciuto la presenza dello stato sionista nei territori occupati come illegale e finalizzata all'annessione, oltre che progettata per essere permanente provocando effetti irreversibili sul territorio. La Corte avrebbe ribadito l'obbligo per lo stato sionista di porre fine all'occupazione, di smantellare ed evacuare le colonie, di risarcire le vittime palestinesi e di consentire il ritorno degli sfollati dopo il 1967. Albanese riferisce che le pratiche di pulizia etnica e di apartheid sarebbero continuate con l'avallo e l'incoraggiamento di funzionari, ministri e leader religiosi dello stato sionista in tutti i territori occupati, ed espone una nutrita serie di dati e di cifre sulla metodica distruzione della Striscia di Gaza, tali da farle concludere che la promessa dei leader dello stato sionista di rendere la Striscia un luogo inadatto alla vita umana sia stata compiutamente mantenuta. Il ministro sionista Bezazel Smotrich -sottolinea la Albanese- avrebbe dichiarato nell'agosto del 2024 che la condanna alla fame della popolazione di Gaza sarebbe stato "giustificato e morale" anche se avrebbe implicato la morte di due milioni di persone; alla traduzione operativa di simili intenzioni lo stato sionista avrebbe preso in considerazione anche l'idea di associare l'induzione di epidemie come tattica militare, avanzata da Giora Eiland. L'eco della brutalità scatenata su Gaza si sarebbe ripercossa anche in Cisgiordania, facendo impennare il numero delle azioni militari, delle demolizioni, degli arresti e soprattutto degli atti di arbitrio perpetrati dai coloni, oltre che delle relative vittime. Il rapporto specifica che lo stesso Smotrich, "governatore di Giudea e Samaria", avrebbe promesso nel novembre 2023 di ridurre come Gaza la maggior parte dei territori occupati, e che il 29 maggio 2024 la Cisgiordania sarebbe passata al controllo delle autorità militari a quello delle autorità civili, favorendone l'annessione de jure. A tutto questo andrebbero sommate la revoca di decine di migliaia di permessi di lavoro e le restrizioni alla circolazione; una situazione che avrebbe portato al collasso l'economia della regione. Il rapporto prosegue illustrando la giurisprudenza in materia di genocidio che, analizzata in astratto, risulterebbe in grado di cogliere l'intento genocida nella condotta di uno Stato sovrano che venisse considerata in modo organico e interpretativo. Procedere secondo questo criterio sarebbe indispensabile data la natura complessa e insidiosa del genocidio -più difficile da accertare rispetto a crimini come l'omicidio di massa o lo sterminio- che mirerebbe a ledere "le fondamenta stesse del gruppo sociale" anche imponendo ad esso condizioni di vita che si traducano nella "distruzione dello spirito e della volontà di vivere". La relatrice ritiene in quest'ottica -che prevede di considerare la totalità delle condotte, la totalità del gruppo colpito e la totalità del territorio interessato- che dalla condotta dello stato sionista l'intento di distruggere il popolo palestinese in quanto tale non potrebbe essere più evidente. Tra le altre cose, la Albanese ricorda l'obiettivo di lunga data della realizzazione di una "Grande Israele" in tutta la Palestina, in irrimediabile contrasto tanto legale quanto demografico col diritto dei palestinesi all'autodeterminazione, l'espansione continua e aggressiva delle colonie e la pervasiva disumanizzazione dei palestinesi. Dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 gli intenti distruttivi dello stato sionista, espressi varie volte in dichiarazioni e piani e desumibili dalla sua condotta, sarebbero diventati molto più riconoscibili e molta maggiore intensità avrebbero avuto gli appelli all'annientamento della popolazione palestinese. La distruzione sistematica di servizi sanitari già precari, delle infrastrutture, della sicurezza alimentare e degli edifici scolastici, l'imposizione di spostamenti continui e la totale degradazione di ogni aspetto dell'esistenza proverebbero l'intenzione dello stato sionista di infliggere ai palestinesi condizioni di vita tali da minarne la sopravvivenza a lungo termine e provocarne la distruzione fisica. Le operazioni militari dello stato sionista non gli permetterebbero neppure di invocare il diritto all'autodifesa in quanto dirette contro la popolazione di un territori occupato, che l'occupante sarebbe tenuto a proteggere e che invece considererebbe per intero impegnata nella resistenza e quindi eliminabile, come proverebbe l'intensificarsi della repressione anche in Cisgiordania e come attesterebbero le dichiarazioni dei vertici politici dello stato sionista. Albanese nota come la responsabilità di un genocidio non possa essere limitata a quela penale dei singoli individui perché i diritti delle vittime non sono subordinati alle garanzie concesse ai presunti colpevoli e ai loro governi. A uno Stato invece sarebbero attribuibili condotte derivanti da funzioni o azioni esecutive, legislative e giudiziarie, oltre a qualsiasi altra azione intrapresa da organi statali e da persone giuridiche. Nel caso dello stato sionista l'intento genocidiario sarebbe provato dalle dichiarazioni dei suoi vertici politici e militari, dal sostegno alla disumanizzazione fornito dalla Knesset, dal comportamento quantomeno omissivo del Procuratore Generale dello stato sionista a fronte di atti preparatori e associati al genocidio, dalla lunga inerzia della magistratura e dal comportamento dei mass media. Secondo il rapporto, lo stato sionista avrebbe nella cancellazione dei palestinesi un proprio fondamento e tutto il suo sistema politico sarebbe diretto a questo scopo. I Paesi membri dell'ONU dovrebbero porre sanzioni economiche e un totale embargo sulle armi allo stato sionista, riconoscerlo formalmente come stato di apartheid, sostenere il dispiegamento di una forza internazionale nei territori occupati, promuovere l'opera dei tribunali internazionali, sanzionare aziende e cittadini coinvolti in crimini nei territori palestinesi e garantire a Gaza un'assistenza umanitaria priva di ostacoli.
Dall'economia dell'occupazione all'economia del genocidio è un rapporto del luglio 2025 che denuncia il ruolo delle imprese nel sostenere l'occupazione dei territori da parte dello stato sionista e la sua "campagna genocida" a Gaza. Il rapporto indica il ruolo guida che il settore privato avrebbe avuto storicamente per le imprese coloniali, e si basa sull'esame di oltre un migliaio di realtà aziendali. In particolare, Francesca Albanese avrebbe considerato il comportamento di conglomerati aziendali il cui fatturato supera il PIL di interi Stati sovrani, e che godrebbero di sempre maggiori diritti cui non corrisponderebbero obblighi veri e propri nonostante il riconoscimento delle responsabilità penali dei dirigenti aziendali per la partecipazione a crimini di guerra sia da molti decenni contemplato dal diritto internazionale. Nella Palestina occupata i processi del colonialismo di insediamento -con particolare riferimento all'espulsione della popolazione- sarebbero stati guidati e resi possibili da una varietà di imprese a partire dal Jewish National Fund -già attivo nel 1901- passando per industrie di armamenti vere e proprie come Elbit o IAI e finendo con quelle informatiche da Microsoft a Alphabet fino ad Amazon, fornitrici di tecnologie e procedure che avrebbero letteralmente automatizzato la repressione. Per decenni invece i materiali edili della Heidelberg e le tecnologie di Caterpillar, Hyundai e Volvo avrebbero permesso di edificare insediamenti coloniali con rapidità ed efficienza; la stessa rapidità e la stessa efficienza che gli stessi mezzi consentirebbero di applicare alla demolizione di abitazioni, coltivazioni e infrastrutture palestinesi. Tramite la compagnia idrica Merokot lo stato sionista controllerebbe -è il caso di dire con il contagocce- l'accesso dei palestinesi all'acqua potabile, venduta tra l'altro a prezzi gonfiati. Le infrastrutture idriche e energetiche che integrano le colonie nei sistemi dello stato sionista avrebbero la doppia funzione di sottrarre risorse ai palestinesi e al tempo stesso di farli dipendere per forniture vitali dalla condiscendenza dell'occupante. Imprese alimentari come Tnuva avrebbero tratto vantaggi dall'espropriazione di terreni palestinesi e dall'organizzazione di kibbutzim; a mettere fuori mercato quanto resta dell'agricoltura palestinese avrebbe contribuito la Netafim, specializzata in sistemi di irrigazione a goccia. Francesca Albanese ricorda anche che le colonie -"comunità calorose e amorevoli" care a Booking e ad AirBnB- produrrebbero a loro volta beni che non dovrebbero essere commercializzati affatto e che verrebbero invece presentati sui mercati internazionali come prodotti nello stato sionista vero e proprio. Per espandere le colonie e per vari progetti di benefit destinati alle proprie forze armate lo stato sionista potrebbe contare sul Fondo Nazionale Ebraico, su organizzazioni di crowdfunding (deducibile dalle tasse) attive in almeno una trentina di Paesi e varie organizzazioni cristiane evangeliche. A fornire impalcatura ideologica allo apartheid contribuirebbero invece le università e i loro rapporti internazionali, specie per giurisprudenza, archeologia e studi mediorientali; l'industria bellica conterebbe invece su ingegneria e varie branche delle scienze. La Albanese ritiene che la repressione delle contestazioni studentesche debba molto alla tutela degli interessi finanziari coinvolti e poco o nulla alla lotta contro un presunto antisemitismo. Ritiene anche che i territori occupati siano diventati letteralmente un banco di prova ideale per produttori di armi e di tecnologie, che vi opererebbero con poca supervisione, ancora meno responsabilità e con il sostegno del settore finanziario. Nelle conclusioni, la relatrice speciale esorta gli appartenenti all'ONU a imporre allo stato sionista sanzioni e totale embargo sulle armi e su tecnologie suscettibili di impiego bellico, auspica il congelamento dei beni riconducibili a entità e individui coinvolti in attività potenzialmente distruttive per i palestinesi, e invoca la responsabilità delle imprese, che dovrebbero essere chiamate ad affrontare le conseguenze legali del loro coinvolgimento in gravi violazioni del diritto internazionale. Il sesto rapporto presentato in Inside presenta anche un allegato sul quadro giuridico internazionale applicabile alle imprese coinvolte nei territori palestinesi occupati.
In chiusura il libro riporta alcuni documenti. Il primo è una "Dichiarazione del prof. Avi Shlaim in difesa della Relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese", diffusa nel 2022 dopo che un post su una "rete sociale" risalente ad otto anni prima e scritto dalla relatrice speciale allora fresca di nomina non aveva superato il vaglio del "Times of Israel". Agli stessi rilievi del quotidiano sionista risponde anche il secondo documento, una denuncia sulla strumentalizzazione dell'antisemitismo firmata da sessantacinque studiosi. Il terzo è uno scritto in cui una decina di economisti esprime il proprio apprezzamento per il rapporto sulla responsabilità delle imprese coinvolte nell'occupazione e nel genocidio.
Francesca Albanese - Inside. Dentro la violenza di Israele. Milano, Fuoriscena 2025. 320 pp.