
Il muro della Palestina di James Crawford è un testo lungo qualche decina di pagine, in origine parte del volume Maledetti confini - Storie di linee tracciate sul mondo pubblicato dallo stesso editore nel 2023.
Crawford descrive un proprio viaggio da Tel Aviv a Gerusalemme e poi entro i territori occupati della Palestina fino a Betlemme in una cronaca ricca di rimandi e di approfondimenti. Nelle prime pagine del libro La scelta di uno hotel nella città vecchia di Gerusalemme è motivo per presentare al lettore l'organizzazione di coloni ebrei Ateret Cohanim, che "riaccende la fiamma della vita ebraica nel cuore più vero di Gerusalemme" usando i fondi che le derivano da donazioni dalla diaspora per acquistare terreni e rilevare contratti d'affitto in modo tale da allontanare dalla città persone, organizzazioni e attività non ebraiche. Il tragitto in autobus che avrebbe portato Crawford fino al Muro in Palestina e al Checkpoint 300 serve allo stesso modo per illustrare -servendosi anche dell'esperienza di vita degli scrittori Amos Oz e Sari Nusseibeh- la storia della linea verde con cui Moshe Dayan e Abdullah al Tal avrebbero cercato di delimitare due mondi paralleli, "due realtà antagoniste e istantaneamente divergenti" su una cartina di una scala tale che il solo spessore del tratto di matita usato per la definizione sarebbe corrisposto nella realtà a qualche decina di metri di terra di nessuno, lasciando ambiguità che lo stato sionista avrebbe invariabilmente interpretato a proprio vantaggio. Crawford accenna anche al tema dei primi insediamenti sionisti e alle prime tensioni che avrebbero contrapposto i coloni alla popolazione locale sin dalla fine del XIX secolo e ricorda la mitizzazione dei fatti di Petah Tikva compiuta dalla propaganda sionista. A Petah Tikva "la vendita raffazzonata di un terreno e una divergenza riguardo ai diritti di pascolo" avrebbero portato nel 1886 a uno scontro fra "una folla di uomini arabi aggressivi e arrabbiati" e un "gruppetto più esiguo di giovani coloni maschi ebrei" in cui col passare del tempo sarebbe stata inclusa -ritratta come prestantissimo riparatore di torti e difensore degli inermi- la figura di Sender Hadad. Secondo Crawford la figura di Sender Hadad avrebbe avuto una certa influenza su quel sionismo cui Arthur Balfour avrebbe garantito nel 1917 un fondamentale sostegno pubblico e politico promettendo agli ebrei le stesse terre che due anni prima un alto commissario britannico in Egitto aveva promesso agli arabi in cambio del loro impegno contro l'impero ottomano. Le considerazioni dell'A. arrivano fino al 1967 e all'occupazione di tutta la Palestina da parte dello stato sionista quando tacquero le armi di una guerra ufficialmente mai terminata.
Il Checkpoint 300 è uno dei punti di passaggio dal territorio dello stato sionista alla Palestina occupata, attraverso il Muro iniziato nel 2002. Gli effetti sul paesaggio, sull'urbanistica e sull'esistenza della Palestina e dei suoi abitanti tanto della barriera di separazione quanto delle pratiche del colonialismo di insediamento sono l'argomento principale del volumetto. Un attivista incontrato in un internet café avrebbe indicato a Crawford il fine ultimo dello stato sionista nel continuo e legalizzato furto di terre palestinesi. "Dio ha dato questa terra al popolo ebraico, ma ha commesso l'errore di crearci dentro i palestinesi"; lo stato sionista completerebbe il disegno divino intervenendo a correggerne gli errori e facendo sì che la realtà e il dato di fatto corrispondano quanto più possibile alla propaganda sionista di una terra senza popolo per un popolo senza terra. In questo senso il rimboschimento operato dallo stato sionista con l'impianto di un gran numero di pini (a scapito degli ulivi e dell'agricoltura palestinese) non celerebbe in molti casi altro che l'abbattimento e la cancellazione di insediamenti arabi, oltre che la traduzione operativa della volontà di cancellare presenza e memoria palestinesi. Il percorso del Muro corrisponderebbe a un confine elastico, la cui elasticità sarebbe a tutto vantaggio dello stato sionista e di un colonialismo di insediamento che riguarderebbe oltre cinquecentomila coloni, ripartiti in quasi duecento centri urbani. Il tutto con l'avallo di una legislazione ingegnosa e di una giurisprudenza ad hoc al punto che un interlocutore di Crawford può riassumere l'approccio dello stato sionista alla proprietà palestinese in questo modo: "siccome non abbiamo ancora trovato un modo per derubare la tua famiglia delle sue proprietà, è roba tua. Però, finché non troviamo un modo per derubarvi delle vostre proprietà, non potete costruirci niente".
A Betlemme Crawford avrebbe preso alloggio in uno hotel a pochi metri dal Muro, aperto nel 2017 da un artista britannico, scoprendo che non tutti i palestinesi avrebbero gradito né il "turismo di guerra" in prossimità di una delle peggiori realizzazioni di un occupante che ha distrutto (e che intende continuare a distruggere) una storia millenaria, né la street art che "abbellirebbe" il Muro contribuendo alla sua accettazione. Così come alla sua accettazione, anziché al suo rifiuto e alla sua distruzione, avrebbero contribuito in modo più o meno inconsapevole tutti i tentativi di mediazione compiuti nel corso degli anni. Gli oltre settecento chilometri di elementi prefabbricati di una realizzazione distopica costata oltre tre miliardi di dollari avrebbero addirittura superato le profezie di Zeev Jabotinsky, il cui "muro di ferro" rappresentato dalla protezione militare si era limitato alla metafora. Anche Crawford avrebbe lasciato sul Muro traccia del proprio passaggio, scrivendo "terra di nessuno" in lingua sumera e riprendendo con questo un tema ricorrente negli scritti raccolti in Maledetti confini.
James Crawford - Il muro della Palestina. Torino, Bollati Boringhieri 2025. 80 pp.