Con la pazzesca invocazione qui sopra, nella tarda estate dl 2014 lo Scoundrelton Post fa un po' di pubblicità ad un certo film documentario.
Una specie di bignami della ribellione che piace alle gazzette, vale a dire quella in cui gli scontri di piazza a Kiev si possono fare e a Genova no.
Everyday Rebellion ci fa vedere innanzitutto quanto sono cattivi nella Repubblica Islamica dell'Iran, o meglio, quanto erano cattivi quando il mondo intero li voleva morti, quando al Primo Ministro di allora non era ancora venuto in mente di fare il rivoluzionario verde, e quando non si aspettava che i Pasdaran entrassero in Iraq per togliere le castagne dal fuoco al governo locale, benedetti a mezza voce dallo stesso Occidente che cercherà di fargli la pelle un'altra volta appena le acque si saranno calmate.
Poi ci fa vedere come ogni giovane donna possa giovare alle magnifiche sorti e progressive della specie umana partecipando a cortei e manifestazioni con pochi vestiti addosso.
Pare che il documentario dia spazio a tutti i moti di piazza filooccidentali, a tutte le "rivoluzioni colorate" degli ultimi quindici anni, a tutte le più demenziali idiozie autoreferenziali e fogliettesche rese possibili dal Cinguettatore, dal Libro dei Ceffi e da tutto il resto dell'armamentario del cialtronista rivoluzionario; strano che manchi all'appello Yoani Sànchez (ché in queste faccende con i "dissidenti" cubani si va sempre sul sicuro) perché poi le versioni disponibili di quelli che Sherif el Sebaie battezzò "i fighetti di piazza Tahrir" ci dovrebbero essere più o meno tutte.
La sua definizione, radicale e spietata, si attaglia bene a tutti i rivoluzionari da strapazzo che hanno fatto la gioia dei foglietti "occidentali".
 
Questa minoranza, che suscita la simpatia dell'occidente (o meglio di quelli che David Rieff chiama su Internazionale i "ciberutopisti" e che io ho definito "rivoluzionari col culo al caldo"), vive di "Tweetnadwa" ed è convinta che i problemi delle baraccopoli del paese, dove la gente cerca di mangiare tra la spazzatura e le feci, li risolverà Google. Sul magazine dello Zeitung c'è un articolo che spiega molto bene quanto questi giovani siano lontani dai problemi veri del paese: "Mahmoud indossa jeans attillati e scarpe da ginnastica Converse e ha studiato scienze della comunicazione. Anche i suoi amici sono andati al college. I loro genitori sono medici, avvocati, artisti. Sul tavolo gli ultimi iPhone e Blackberry. Il bagliore dei monitor dei computer portatili. Horreya: il nome del locale significa "libertà". Proprio qui c'è la birra. "La gente come noi ha messo in moto la rivoluzione", dice con orgoglio Mahmoud, spiegando come, con i loro smartphone, hanno diffuso l'appello per protestare su Facebook ad altri giovani della classe media egiziana durante i primi giorni. Sono educati, ben informati, mangiano al "McDonald" e fanno shopping nei centri commerciali di lusso". Ebbene, questo signor Mahmoud ha la cura miracolosa per i problemi dei poveri egiziani: "So cosa fare con gli abitanti delle baraccopoli. Mostriamo loro come funziona Facebook". Persino il corrispondente dello Zeitung è rimasto a bocca aperta per lo sconcerto. Non mi meraviglia che questa gente susciti l'ammirazione di quella che chiamo "sinistra alle sardine".
A tre anni dal manifestarsi dell'invenzione gazzettiera della "Primavera Araba", gli apprendisti stregoni della rivoluzione che non c'era sono ridotti peggio che con le spalle al muro ed è verosimile che in realtà particolarmente colpite, come la Repubblica Araba di Siria, una parte consistente della popolazione non chiederebbe di meglio che di mettere le mani addosso a qualche anti Assad da corteo gazzettiero.
Ad indignare, ad ispirare una disistima molto profonda, è il fatto che tutto era abbastanza prevedibile.
Forse bastava non esagerare con la birra e i ciarlòfoni portatili.