Un esempio qualsiasi del democratismo su internet.


Sull'autoreferenzialità e sulla sostanziale ridicolaggine della "libera informazione" i nostri lettori sanno già un sacco di cose che è inutile ripetere.
L'altro giorno "Repubblica" ha pubblicato pro domo sua un trafiletto che magnificava l'accrocchio change.org ed i suoi tre milioni di utenti.
Si è già detto che change.org è in tutto la copia carbone di Avaaz, tornato velocissimo nell'ombra appena qualche non gazzettiere, non cialtrone, non cinguettatore o non schedato sul Libro dei Ceffi si è accorto che molte cose non andavano.
Rispetto ad Avaaz fa anche a meno del gruppetto di figuranti incaricati di dare un minimo di consistenza non virtuale a tutta la faccenda, il che significa ulteriori risparmi.
Fatto sta che dopo aver apposto una firma falsa (a nome Adorfo Itle) alla improbabile petizione ideata per dileggiare il "Gruppo di Firenze", change.org ci ha proposto in tutta serietà di unirci anche alle petizioni che seguono.
I criteri della proposta restano per fortuna imperscrutabili, anche se lo spirito generale è quello del più galera per tutti, che in "Occidente" è l'unica traduzione operazionale tollerata del concetto di "partecipazione alla vita pubblica".
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Change.org è democratico, ma non al punto di consentire di aggiungere un chi se ne frega a ciascuna delle cause propugnate.