Traduzione da Consortium News, 2 febbraio 2017.

Trump ha bisogno di arrivare alla distensione con la Russia per motivi contrari a quelli dei suoi oppositori. La tensione con la Russia è per costoro il fondamento di un assetto difensivo mondiale a guida statunitense che può contare nel caso dei paesi europei su una storica e secolare tradizione di ostilità verso i russi. Il persistere di questo refrain sulla Russia come minaccia globale aiuta a sua volta a tenere l'Europa e gli altri paesi filooccidentali in un ancor più stretto abbraccio con gli statunitensi. Infine, una strategia di difesa a livello mondiale è parte integrante dello stesso esercizio di egemonia planetaria, insieme al controllo delle istituzioni finanziarie globalizzate e a quello sull'economia mondiale.
La critica di Trump alle élite del dopoguerra è basata proprio sul brutto impatto che la globalizzazione ha avuto sulla produzione statunitense, sulla bilancia commerciale e fiscale e sul mercato del lavoro. Trump indica spesso come principale esempio degli effetti negativi della globalizzazione il fatto che il capitalismo industriale statunitense ha drasticamente spostato oltremare il centro dei propri investimenti, delle proprie innovazioni e dei propri profitti. Per rovesciare questo paradigma Trump deve smantellare la difesa della globalizzazione operata dagli USA, che di fatto ha costituito l'ombrello sotto al quale si nascondono le forze nascoste della globalizzazione finanziaria statunitense e delle cosiddette politiche di libero scambio. In sé e per sé la distensione con la Russia aiuterebbe a smantellare il paradigma della globalizzazione che sovrasta tutto. Il Presidente degli USA avrebbe così migliori possibilità di instaurare un'economia nazionale nuova, maggiormente autosufficiente e in grado di sostenersi da sola, ovvero migliori possibilità di ripopolare l'agonizzante rust belt statunitense con qualche nuova vera impresa economica.
La distensione non contribuirebbe soltanto a sgonfiare i debordanti e spesso obsoleti impegni difensivi e a rendere disponibili per il reinvestimento nella capacità produttiva ameriKKKana un po' di fondi oggi destinati a scopi del genere. La distensione, mandando in frantumi il paradigma della difesa globalizzata, farebbe a pezzi quello che fino ad oggi è stato considerato come un unico universo a guida ameriKKKana, che lascerebbe il posto ad una costellazione di diversi pianeti all'interno di un vasto spazio. L'ameriKKKa potrebbe così troncare gli accordi commerciali bilaterali stretti con altri paesi e liberarsi dalla necessità di tenere in piedi un parallelo universo difensivo esteso a livello mondiale, ideato innanzitutto per tenere il nemico al di fuori, in una posizione debole e senza satelliti propri.
Il Presidente Trump sempra considerare questo universo della difesa mondiale, sia pure sotto guida statunitense, come un ostacolo che gli impedisce di procedere alla trasformazione dell'economia ameriKKKana. Secondo James Petras,
...il Presidente Trump mette l'accento sulle trattative commerciali con i partner e con gli avversari esteri. Ha più volte espresso critiche nei confronti della scriteriata promozione del mercato libero e del militarismo aggressivo da parte dei mass media e dei politici perché indebolirebbero la capacità del paese di arrivare ad accordi vantaggiosi... Trump tiene in considerazione gli accordi commerciali [precedenti], che hanno portato a grossi deficit, e ne conclude che i negoziatori statunitensi hanno riportato dei fallimenti. Secondo Trump i presidenti che lo hanno preceduto hanno siglato accordi multilaterali [innanzitutto] per assicurarsi alleanze e basi militari, [ma lo hanno fatto] tralasciando di contrattare accordi economici che creassero posti di lavoro... Intende stracciare o ridefinire i trattati economici non vantaggiosi, e ridurre l'impegno militare all'estero; vuole che gli alleati della NATO si accollino una parte maggiore delle spese necessarie alla difesa."
Insomma, Trump non tiene particolarmente ad essere solidale nelle questioni di difesa, e se è per questo neppure alle alleanze in Europa. In poche parole, a suo modo di vedere simili raggruppamenti servono solo ad ostacolare la capacità di negoziato che gli USA potrebbero utilizzare caso per caso e paese per paese, usando magari sistemi specifici per fare pressione su ogni paese e strappare condizioni commerciali maggiormente favorevoli agli USA. Trump preferirebbe avere a che fare con un'Europa a pezzi invece che con quegli universi che sono la NATO o l'Unione Europea; col singolo paese che sta o che non sta sotto la protezione della difesa statunitense, intesa come carta negoziale a suo dire mal utilizzata dalle precedenti amministrazioni. Se si elimina la minaccia russa dalle carte in tavola, la capacità degli USA di concedere o di negare lo scudo difensivo ameriKKKano torna ad essere una carta molto potente, utilizzabile per costringere le controparti ad accordi commerciali maggiormente favorevoli agli USA o al rientro in patria di posti di lavoro. La politica estera di Trump in sostanza consiste nella costruzione di posizioni vantaggiose per le politiche commerciali e per i negoziati, a sostegno della propria agenda politica interna.
Al cospetto di questo retroscena, il timore dei russi che la distensione voluta da Trump non sia degna di fiducia perché il suo vero scopo sarebbe quello di mettere i bastoni tra le ruote all'alleanza tra Cina Russia ed Iran può essere privo di fondamento. Trump vuole la distensione con la Russia, ma questo non significa per forza che desideri arrivare ai ferri corti con la Cina. Non è verosimile che Trump voglia la guerra con la Cina. Trump vuole commerciare, crede nel commercio, ma solo su una base paritaria. La Cina inoltre non si porta dietro una storia di sinofobia neppure lontanamente paragonabile per ingombro e per durata a quanto l'Occidente ha investito nella corrispettiva russofobia. Una guerra contro la Cina non ha basi concrete.
Questo non significa che i russi non abbiano niente da temere e che Feodor Lukyanov può smettere di preoccuparsi per la linea politica statunitense. Motivi di preoccupazione ce ne sono, ma andrebbero forse fissati in un differente contesto. L'ex ministro del Tesoro statunitense Dr Paul Craig Roberts ha detto:
"Il Presidente Trump dice di desiderare che USA e Russia abbiano rapporti migliori, e che desidera interrompere le operazioni militari contro paesi musulmani. Ma qui è il Pentagono a contrastarlo. Il comandante delle forze armate statuitensi in Europa, il generale Ben Hodges, ha schierato carri armati alla frontiera tra Polonia e Russia e ha fatto sparare delle salve che a suo dire sono un messaggio per i russi, non un'esercitazione... Come farà Trump a normalizzare i rapporti con la Russia quando il comandante delle forze armate statunitensi in Europa la minaccia, con le parole e con i fatti?"
Adesso [il 1 febbraio 2017, n.d.t.] il consigliere per la sicurezza nazionale di Trump generale Flynn, ben noto per la propria iranofobia, se ne esce con un "Oggi, ammoniamo l'Iran ufficialmente":
 
"Le azioni intraprese ultimamente dall'Iran, tra cui il lancio provocatorio di un missile balistico e l'attacco contro una nave saudita condotto da militanti Houthi sostenuti dall'Iran, evidenziano quello che avrebbe dovuto essere chiaro alla comunità internazionale circa i comportamenti destabilizzatori dell'Iran in tutto il Medio Oriente.
Il recente lancio del missile balistico costituisce anche una violazione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU numero 2231, che invita l'Iran "a non intraprendere alcuna attività in merito a missili balistici progettati per trasportare armi nucleari, ivi compreso il lancio di missili balistici basati su analoga tecnologia."
Questi sono soltanto gli ultimi di una serie di incidenti in cui, negli ultimi sei mesi, le forze Houthi che l'Iran ha addestrato e armato hanno colpito navi saudite e degli Emirati Arabi, e minacciato navi statunitensi ed alleate in transito nel Mar Rosso. L'Iran, con queste e con simili iniziative, continua a minacciare gli amici e gli alleati degli USA nella regione. L'Iran continua a minacciare gli amici e gli alleati degli USA nella regione...
Oggi, ammoniamo l'Iran ufficialmente."
Si aggiunga a questa dichiarazione il riesplodere della violenza nell'Ucraina orientale, con ogni probabilità intenzionalmente provocato da Kiev, una maldestra operazione del Ministero della Difesa nello Yemen in cui sono morti un incursore della marina, Nawar al Awlaki di otto anni e "numerosi" civili; se ne potrebbe concludere che questo accumularsi di eventi non è proprio frutto di coincidenze. Craig Roberts dice poi che "Gli ambienti militari e/o della sicurezza stanno usando le proprie marionette alla Casa Bianca ed al Senato per rinfocolare l'ostilità con l'Iran e per continuare a minacciare la Cina" [per mettere i bastoni tra le ruote a Donald Trump]. "Trump non può al tempo stesso fare la pace con la Russia e fare la guerra con l'Iran e con la Cina. Il governo russo non è fatto di stupidi e non abbandonerà cinesi ed iraniani in cambio di un accordo con l'Occidente. L'Iran è un cuscinetto che impedisce allo jihadismo di diffondersi tra le popolazioni musulmane della Federazione Russa. La Cina è il più importante alleato economico e militare della Russia contro un eventuale inasprirsi dell'ostilità antirussa da parte del successore di Trump, ammesso che lo stesso Trump riesca a ridurre le tensioni tra USA e Russia. I neoconservatori, con la loro agenda che prevede l'egemonia mondiale ameriKKKana e con i loro addentellati negli ambienti dell'esercito e dei servizi sopravviveranno all'amministrazione Trump [...e i russi lo sanno]."
I presidenti degli USA -anche uno come Trump, che in campagna elettorale ha fatto poche cose suscettibili di pentimento successivo- non hanno la mano completamente libera quando devono decidere chi occuperà ministeri fondamentali. A volte le circostanze impongono che vi venga rappresentato qualche interesse cruciale sul piano interno. Il fatto che il mondo della difesa e della sicurezza abbia appoggiato il generale Mattis, per esempio, fa pensare che la sua presenza accanto al Presidente Trump sia stata voluta affinché sia lui ad occuparsi degli interessi della sicurezza statunitense. Trump, questo lo capirà.
Il problema piuttosto è se Trump, nella scelta di chi deve rivestire certi incarichi di alto livello (per esempio il caso del generale Flynn) abbia o meno prestato inavvertitamente il fianco alle manipolazioni dei nemici annidati nello stato profondo, che sono decisi a sabotare la distensione con la Russia.
Il Professor Walter Russel Mead, in un recente articolo per Foreign Affairs, spiega fino a che punto Donald Trump sia un bastian contrario in politica estera. Trump si muove in senso contrario alle due principali scuole di pensiero della politica estera statunitense dalla seconda guerra mondiale in poi, quella hamiltoniana e quella wilsoniana, "entrambe concentrate sulla costruzione di un sistema internazionale stabile, in cui gli USA hanno la parte dell'asse attorno a cui ruota l'intero ordine mondiale". Nella descrizione di Russel Mead si tratta di un retaggio culturale profondamente radicato nella psiche ameriKKKana. C'è da duitare che i generali Mattis e Flynn o gli altri della squadra apprezzeranno sinceramente o faranno propri tutti i propositi della rivoluzione che Trump intende realizzare. A crederci davvero, forse, è solo una piccola cerchia di persone vicine al Presidente e capeggiate da Steve Bannon.
Sta di fatto che, vuoi per macchinazione di qualcun altro, vuoi per accadimento non precisamente voluto, due componenti fondamentali della squadra di governo del Presidente Trump come Flynn e Mattis hanno nei confronti dell'Iran un atteggiamento apertamente bellicoso. Sul conto dell'Iran, comunque, Mattis ha un atteggiamento meno estremo rispetto a Flynn e al suo esplicito manicheismo.
Paul Craig Roberts affeerma che "Trump non può al tempo stesso fare la pace con la Russia e fare la guerra con l'Iran e con la Cina." Questo è vero. Ma Trump non può nemmeno combattere quella guerra contro il radicalismo islamico che costituisce il principale pilastro della sua piattaforma per la politica estera, e al tempo stesso ostentare contro l'Iran l'antagonismo di un Flynn.
Trump non cercherà certo l'alleanza dei russi per una campagna di bombardamenti aerei in una guerra regionale di questo genere, in cui l'AmeriKKKa attacca al tempo stesso l'unica struttura di sicurezza del Medio Oriente di oggi che disponga delle forze sul terreno capaci di contrastare lo jihadismo di stampo takfiro. Una struttura di cui fanno pare Siria, Iran, Hashad al Shaabi [le Forze di Mobilitazione Popolare irachene, n.d.t.] e Hezbollah. Non ne esistono altre.
Pare che la telefonata che Trump ha fatto al Presidente Putin nell'ultimo fine settimana di gennaio sia servita ad alleviare alcune delle preoccupazioni russe sulla linea che gli USA seguiranno in politica estera, almeno secondo Gilbert Doctorow. Rex Tillerson invece, che si è appena visto confermare Segretario di Stato, dovrà discutere seriamente con Trump e con la cerchia di chi gli è più vicino, oltre che con i colleghi Mattis e Flynn. Se trump non vuole che il suo tranquillo lavoro di smantellamento della globalizzazione sia mandato all'aria da chi ce l'ha con la Russia o da chi ce l'ha con l'Iran.
Questo ovviamente impica che Tillerson di per sé non sia minimamente implicato, culturalmente, nello spirito che considera l'AmeriKKKa come "l'asse attorno a cui ruota l'ordine mondiale" di cui parla Walter Russell Mead.
Il problema, per quanti intravedono un qualsiasi nuovo ordine, è che all'inizio la base di seguaci che davvero ci credono è estremamente ridotta. Il Presidente Putin probabilmente ci crede, ma cosa può azzardarsi a fare, partendo da una base tanto risicata? Riuscirà Putyin a convincere i propri collaboratori? La maggiorn parte dei russi ricorda ancora l'esperienza, assolutamente negativa, della distensione di Eltsin nei confronti dell'AmeriKKKa. Trump e Tillerson possono obbligare le cose a funzionare?