Traduzione da Consortium News, 8 settembre 2017.
 
Il fatto che la Repubblica Araba di Siria abbia vinto perché è sopravvissuta, perché è rimasta per così dire in piedi tra le macerie di tutto quello che le è successo, costituisce la definitiva sconfitta della dottrina Bush per il Medio Oriente, detta anche del Nuovo Medio Oriente. Esso segna l'inizio della fine non soltanto per il progetto politico centrato sul rovesciamento del suo governo, ma anche per il progetto del jihad sunnita usato come attrezzo per trasformare il Nuovo Medio Oriente in una realtà.
La regione è arrivata ad un punto in cui la tendenza si è invertita e lo stesso è successo all'Islam sunnita. L'Islam di ispirazione wahabita ha subìto una considerevole batosta e adesso si trova ampiamente screditato presso i sunniti; tutti gli altri lo considerano con disprezzo.
Facciamo chiarezza su come i due progetti siano collegati tra loro.
Dopo la prima Guerra del Golfo (1990-91) il generale Wesley Clark -ex comandante supremo della NATO in Europa- ricordò che "Nel 1991 [Paul Wolfowitz] era sottosegretario alla Difesa con responsabilità delle politiche del settore... e richiesi un colloquio con lui... Gli dissi: 'Signor Segretario, deve essere davvero soddisfatto per come si sono comportate le truppe nell'operazione Desert Storm.' Lui rispose 'Certo, ma in realtà non lo sono perché a dire il vero avremmo dovuto liberarci di Saddam Hussein e non lo abbiamo fatto... Ma una cosa che abbiamo capito è che possiamo ricorrere alla forza in Medio Oriente, senza che i sovietici ci fermino. E abbiamo cinque o dieci anni di tempo per far fuori i vecchi protettorati sovietici, la Siria, l'Iran, l'Iraq, prima che si affermi la prossima grande superpotenza in grado di sfidarci."
Il pensiero di Wolfowitz fu ripreso in maniera più esplicita nel 1996 da David Wurmser, nel suo documento intitolato Come trattare gli stati in via di frammentazione che nasceva dal suo contributo al famigerato scritto sulla strategia politica del taglio netto elaborato da Richard Pearle per Bibi Netanyahu qualche mese prima nel corso dello stesso anno. L'idea, in entrambi i casi di questi testi gravidi di conseguenze, era quella di contrastare direttamente il presunto isolazionismo di Pat Buchanan. Il quale Buchanan è recentemente tornato alla ribalta in settori della Nuova Destra e della Destra Alternativa statunitensi.
Lo scrittore libertario Daniel Sanchez ha rilevato che "Wurmser connotava il rovesciamento del governo in Iraq e in Siria -paesi entrambi a guida baathista- come un modo per 'accelerare il caotico collasso' del nazionalismo arabo laico in generale, oltre che del baathismo in particolare. A suo dire 'il fenomeno del baathismo' fin dalle sue origini 'metteva in atto politiche straniere, vale a dire politiche sovietiche'... [ed egli ammoniva] l'Occidente affinché 'liberasse dalla propria stessa miseria' questo anacronistico avversario e portasse così la vittoria ameriKKKana nella Guerra Fredda al suo definitivo culmine. Il baathismo avrebbe dovuto essere soppiantato da quella che definiva 'l'opzione hashemita'. Concluso il loro collasso nel caos, l'Iraq e la Siria sarebbero tornati sotto controllo hashemita, dominati dalla casa reale di Giordania a sua volta guarda caso controllata dagli USA e dallo stato sionista."
 
 
Influenzare Washington
 
Lo scritto di Wurmster sul come trattare gli stati in via di frammentazione, al pari dell'altro elaborato sul taglio netto, avrebbe avuto un profondo impatto sul modo di pensare di Washington durante l'era Bush. Lo stesso Wurmser fece peraltro parte dell'esecutivo. A levare l'ira neoconservatrice da lungo tempo sopita contro i paesi arabi caratterizzati dal nazionalismo laico non era solo il fatto che agli occhi dei neoconservatori altro non erano che relitti pericolanti della malvagia Unione Sovietica, ma anche il fatto che dal 1953 in poi la Russia si era schierata con essi in tutti i conflitti che avevano sostenuto contro lo stato sionista. Una cosa che i neoconservatori non potevano né tollerare, né perdonare.
Sia il taglio netto sia il testo del 1997 per il Progetto per un Nuovo Secolo AmeriKKKano (PNAC) avevano come premessa esclusiva la più ampia politica statunitense diretta a consolidare lo stato sionista. Il punto essenziale è che mentre Wurmser sottolineava il fatto che demolire il baathismo doveva essere l'obiettivo principale della politica mediorientale, aggiungeva anche che "la lotta al nazionalismo laico arabo dev'essere senza quartiere," anche "per fermare l'ascesa del fondamentalismo islamico." [corsivo dell'A.]
In concreto l'AmeriKKKa non aveva alcun interesse a fermare l'ascesa del fondamentalismo islamico, di cui gli USA si erano generosamente serviti. Avevano già mandato insorti islamici armati e galvanizzati in Afghanistan nel 1979, proprio con lo scopo di "indurre" un'invasione sovietica. Cosa che puntualmente si verificò.
Molto tempo dopo, a chi gli chiedeva se avesse qualche ripensamento sull'aver fomentato l'estremismo islamico a quel modo a fronte del fenomeno terroristico che si era successivamente concretizzato, l'ex consigliere per la Sicurezza Nazionale di Jimmy Carter Zbignew Brzezinski rispose: "Quale ripensamento? Quell'operazione segreta fu una pensata eccezionale; ebbe l'effetto di attirare i russi in quella trappola che era l'Afghanistan. Cosa c'è da ripensare? Quando i sovietici passarono ufficialmente la frontiera, scrissi al Presidente Carter che in sostanza "Abbiamo adesso la possibilità di dare all'URSS un suo Vietnam."
Soffiare sul fuoco del radicalismo sunnita è servito ai paesi occidentali per contrastare il nasserismo, il baathismo, l'URSS, l'influenza iraniana e da ultimo anche per cercare di rovesciare il Presidente Bashar al Assad in Siria. Un ex funzionario dell CIA descrisse in questo modo, nel 1999, il punto di vista di quegli anni.
 
In Occidente l'espressione fondamentalismo islamico evoca l'immagine di uomini barbuti col turbante e di donne coperte con mantelli neri. E alcuni movimenti islamici effettivamente contengono elementi violenti e reazionari. Gli stereotipi tuttavia non devono renderci ciechi davanti al fatto che all'interno di essi operano anche potenti forze modernizzatrici. L'islam politico è favorevole al cambiamento. In questo senso, i moderni movimenti islamici possono rappresentare il mezzo principale per introdurre mutamenti nel mondo islamico e per provocare la caduta dei vecchi dinosauri al governo." [Corsivo dell'A.]
 
 
Proteggere gli emiri
 
Ecco a cosa serviva la Primavera Araba. Il ruolo assegnato ai movimenti islamici era quello di mandare in pezzo il mondo arabo laico e nazionalista, concretizzando l'idea di Wurmser secondo cui "la lotta al nazionalismo laico arabo dev'essere senza quartiere"; inoltre però avrebbero dovuto proteggere re ed emiri del Golfo cui l'AmeriKKKa era stata costretta a legarsi -come Wurmser riconosce esplicitamente- in quanto erano le dirette controparti del progetto finalizzato alla dissoluzione del mondo arabo nazionalista e laico. Ovviamente i re e gli emiri, così come i neoconservatori, temevano il socialismo che era associato al nazionalismo arabo.
Dan Sanchez ha scritto con buona cognizione di causa e ben prima dell'intervento russo in Medio Oriente che Robert Kagan e il suo sodale neoconservatore Bill Kristol nel loro articolo del 1996 su Foreign Affairs intitolato Per una politica estera neoreaganiana avevano cercato di immunizzare sia il movimento conservatore sia la politica estera statunitense contro l'isolazionismo di Pat Buchanan.
 
La minaccia sovietica recentemente è scomparsa, e con essa la Guerra Fredda. I neoconservatori tremavano all'idea che il pubblico statunitense avrebbe colto al volo l'occasione per liberarsi del loro fardello imperialista. Kristol e Kagan spinsero i loro lettori a resistere a questa tentazione e a capitalizzare anzi la nuova supremazia ameriKKKana, che non conosceva avversari... [e che] doveva diventare dominio, in ogni contesto e in ogni occasione possibili. In questo modo, chiunque in futuro si fosse anche solo avvicinato a diventare un contendente sarebbe rimasto stroncato sul nascere e questo momento unipolare sarebbe durato per sempre.... La cosa che fece sembrare a portata di mano la realizzazione del sogno neoconservatore fu l'indifferenza della Russia post sovietica."
L'anno dopo la caduta del Muro di Berlino, la guerra contro l'Iraq rappresentò il debutto della riformulazione del Medio Oriente: per l'AmeriKKKa, l'affermazione a livello mondiale il proprio potere unilaterale su base militare, la distruzione dell'Iraq e dell'Iran, il "contenimento della Siria" così come indicato nel taglio netto e la messa in sicurezza dello stato sionista.
 
 
Il ritorno della Russia
 
Ebbene, in Medio Oriente i russi sono tornati. E la Russia non è più "indifferente" nei confronti delle iniziative AmeriKKKane. Per giunta, adesso in AmeriKKKa quanti vogliono punire Putin per aver tanto deliberatamente scompaginato l'assoluta supremazia statunitense nella regione e aver rotto così bene le uova nel paniere in Siria e quanti invocano -capeggiati da Steve Bannon- una politica estera all'insegna dell'isolazionismo alla Buchanan -la stessa che i neoconservatori avevano tanto sperato di affossare (… plus ça change, plus c’est la même chose)- sono finalmente ai ferri corti.
Una cosa è chiaramente cambiata: il lungo ricorso agli jihadisti siriani come prediletto strumento per riplasmare il Medio Oriente è finito. I segni di questo sono evidenti ovunque.
I leader dei cinque paesi emergenti del BRICS per la prima volta hanno indicato nei gruppi militanti basati in Pakistan un pericolo per la sicurezza della regione ed hanno invitato i loro protettori a renderne conto.
 
"Siamo preoccupati per la situazione della sicurezza nella regione e per la violenza di cui sono responsabili i talebani, (lo Stato Islamico) ... Al Qaeda e i suoi affiliati, ivi compresi il Movimento Islamico del Turkestan Orientale, il Movimento Islamico dell'Uzbekistan, la rete Haqqani, Lashkar-e-Taiba, Jaish-e-Mohammad, il TTP e Hizb ut-Tahrir," hanno affermato i leader del BRICS in una dichiarazione congiunta che Pakistan e Arabia Saudita faranno bene a tenere presente.
Allo stesso modo, un articolo pubblicato su un giornale egiziano e scritto dal Ministro britannico per gli affari mediorientali Alistair Burt fa pensare che adesso Londra sostenga senza tentennamenti il governo di al Sissi in Egitto nella guerra che ha intrapreso contro i Fratelli Musulmani. Burt ha attaccato i Fratelli Musulmani per i loro legami con l'estremismo, e ha sottolineato il fatto che il Regno Unito ha imposto un vero e proprio bando su qualsivoglia contatto con quella organizzazione fin dal 2013, specificando che "è tempo adesso che tutti coloro che difendono i Fratelli a Londra o al Cairo mettano fine a questa ambiguità e a questa confusione." Non sorprende certo il fatto che al Cairo gli appunti di Burt siano stati accolti con profonda soddisfazione.
Chiaramente c'erano uomini e donne tra gli islamici sunniti animati da buone intenzioni e guidati da dei principi, intenzionati a togliere l'Islam dalla depressione in cui si trovava dagli anni successivi al 1920 e dall'abolizione del califfato. Purtroppo negli stessi anni si affermò l'idea sostenuta dal primo re saudita Abdul Aziz -sostenuto con entusiasmo dai britannici- di servirsi dello wahabismo galvanizzato apposta come braccio per arrivare al potere in Arabia. Quello che successe poi, e che è finito con i recenti violenti attacchi terroristici nelle città europee, non è molto sorprendente: la maggior parte di questi movimenti islamici erano attaccati al rubinetto dei petrodollari sauditi, e si muovevano all'insegna dell'eccezionalismo violento tipico della concezione wahabita. Lo wahabismo è l'unico ad affermare di costituire "il solo vero Islam."
 
 
Uno strumento politico
 
L'Islam ha conosciuto una crescente strumentalizzazione politica e questo ha fatto sì che la sua corrente più violenta diventasse quella predominante. Inevitabilmente lo spettro dei movimenti islamici sunniti, ivi compresi quelli considerati "moderati", si è sempre più appiattito sull'intollerante e dogmatico letteralismo wahabita e sull'adozione dell'estremismo violento. In pratica anche movimenti nominalmente non violenti come i Fratelli Musulmani si sono alleati con le forze di Al Qaeda in Siria, nello Yemen e in altri contesti e hanno combattuto a loro fianco.
Insomma, i movimenti wahabiti non sono riusciti a raggiungere i propri obiettivi politici; il loro è un fallimento completo. Sembra passato davvero poco tempo da quando i giovani musulmani, ivi compresi quelli che avevano trascorso la loro vita in Occidente, traevano autentica ispirazione dal radicalismo intransigente e dalla prospettiva di un'apocalisse islamica. Per questo giovani la profezia del Dabiq, di un imminente redenzione, sembrava prossima a realizzarsi. Adesso tutto si è ridotto in polvere. Lo wahabismo ha perso ogni credito a causa della propria indiscriminata brutalità. E le pretese dell'Arabia Saudita di saperci fare sul piano politico e di rappresentare un'autorità su quello dell'Islam hanno patito un colpo formidabile.
Meno ovvio a chi osserva dall'esterno è il fatto che ad assestare queste bordate è stato in parte quell'Esercito Arabo Siriano che è per lo più formato da sunniti. La propaganda e gli stereotipi diffusi in Occidente circa il conflitto in Siria lo presentavano come una questione di sciiti contro sunniti, ma sono stati i sunniti siriani a combattere e a morire per la propria tradizione islamica levantina e contro l'intromissione di un orientamento eccezionalista e intollerante portato nel Levante di recente -dopo la Seconda Guerra Mondiale- a partire dal deserto saudita del Nejid, luogo della sua originaria affermazione.
Dopo la guerra in Siria e dopo la brutalità assassina dello Stato Islamico a Mossul, molti sunniti hanno deciso che ne avevano avuto abbastanza dell'Islam wahabita. Di conseguenza, è possibile che si assisterà al riaffermarsi di un nazionalismo laico e non settario. Probabilmente rifiorirà anche il tradizionale modello levantino di Islam tollerante, maggiormente interiorizzato e semilaico.
Galvanizzare il radicalismo sunnita e servirsene come strumento politico potrà anche essere un qualche cosa che non funziona più, ma l'Islam sunnita inteso come orientamento riformatore radicale non è affatto fuori dai giochi. Anzi, se a livello mondiale la tendenza è a sfavore dei movimenti sunniti, l'ostilità che essi hanno generato alimenterà molto probabilmente l'idea che l'Islam nel suo complesso sia sotto assedio e sotto attacco, che le sue terre e il suo potere siano oggetto di usurpazione e di occupazione prepotente nel caso degli stati sovrani, dal momento che i sunniti hanno sempre pensato che ad essi toccasse il controllo della macchina statale. Una corrente puritana e intollerante è presente nell'Islam sin dal suo esordio, nel pensiero di Hanbali, di Ibn Taymiyya e -nel XVIII secolo- di Abd el Wahhab; si tratta di un orientamento che torna ad affermarsi in tempi di crisi per il mondo islamico. Lo Stato Islamico può anche essere sconfitto, ma l'orientamento cui esso fa capo non viene mai sconfitto definitivamente, né scompare mai del tutto.
Il "vincitore", in questo campo, è Al Qaeda. Al Qaeda aveva previsto il fallimento dello Stato Islamico sostenendo che l'instaurazione di un califfato su base territoriale era prematura. Il leader di Al Qaeda Ayman al Zawahiri si è rivelato un buon giudice. Al Qaeda da una parte racoglierà quello che resta dello Stato Islamico, e dall'altra gli appartenenti arrabbiati e disillusi dei Fratelli Musulmani. Potremmo in questo senso trovarci davanti alla più ampia convergenza tra movimenti islamici che si sia mai vista, soprattutto se i loro finanziatori del Golfo si faranno da parte.
Probabilmente assisteremo ad un ritorno al jihad virtuale globale di Zawahiri, che ha lo scopo di provocare l'Occidente più che di sconfiggerlo militarmente, in contrapposizione ad ogni nuovo tentativo di instaurare e di controllare un emirato su base territoriale.
Ci si può aspettare che i sacrari sciiti di Kerbala e di Najaf comincino a mettere in ombra quelli sunniti della Mecca e di Medina. Nella realtà dei fatti è già così.