Traduzione da Strategic Culture, 23 gennaio 2018.
 
Tutto il tramestìo e tutto l'affaccendarsi della Casa Bianca con Mohammed bin Salman (MbS), Mohammed bin Zayed (MbZ) e Bibi Netanyahu in nome dell'"accordo del secolo" non solo non ha portato ad alcun accordo, ma ha esasperato le tensioni nel Golfo infilandolo in una crisi quasi capace di minacciarne l'esistenza. Adesso, gli stati del Golfo sono molto vulnerabili. L'ambizione ha spinto alcune personalità a ignorare i limiti contingenti, che sono quelli di piccoli emirati tribali che vivono di traffici, e li ha spinti ad allargarsi, a credersi giocatori di peso, architetti di primo piano del nuovo ordine mediorientale.
La squadra di Trump e anche certi europei, avvelenati da questi ambiziosi attori trentenni reduci da qualche business school del Golfo, si sono bevuti tutto quanto. La famiglia presidenziale ha accolto la narrativa -che è l'esatto contrario della verità- che definisce l'Iran e l'Islam sciita come oltremodo infidi e terroristi, e ha pensato che forzare la mano per un accordo fra Arabia Saudita e stato sionista sarebbe servito a mettere un freno all'Iran e ai suoi alleati; in cambio, lo stato sionista avrebbe finalmente ottenuto quella "normalizzazione" dei rapporti con il mondo sunnita che va cercando da tanto tempo. Questo prevedeva l'accordo del secolo.
Bene: l'avventata decisione su Gerusalemme ha messo fine al gioco. Anzi, l'affermazione di Trump ha avuto l'effetto contrario, ha dato al Medio Oriente un punto d'appoggio su cui gli ex contendenti nel conflitto siriano possono trovare una causa comune: la difesa di Gerusalemme come elemento storico e culturale, come fuoco identitario condiviso da musulmani e cristiani. Una causa che potrebbe unire il Medio Oriente, dopo le tensioni e i conflitti degli ultimi tempi.
I paesi del Golfo, dopo aver perso la guerra in Siria, si ritrovano infilati in un'altra spinosa schermaglia; sembra proprio una specie di jihad a guida ameriKKKana contro gli sciiti e tutte le loro manifestazioni nella regione, reali o immaginarie che siano. Un piano altamente ambizioso che non va bene né dal punto di vista degli affari (Dubai, per esempio, che è sostanzialmente un piccolo stato commerciale del Golfo, sopravvive grazie ai traffici con l'Iran e con il Pakistan, dove pure esiste una considerevole popolazione sciita) né dal punto di vista di una politica prudente: l'Iran è una nazione vera, con seimila anni di storia e una popolazione che sfiora i cento milioni di abitanti.
Non c'è da meravigliarsi se questo discusso piano sta dividendo il GCC. L'Oman, legato all'Iran da antichi rapporti, non lo ha mai condiviso. Il Kuwait, in cui esiste una significativa componente sciita, considera gli sciiti nell'ottica della coesistenza e dell'inclusione. Dubai teme per la propria economia, mentre il Qatar... ecco, angariare il Qatar ha portato al suo allineamento di un nuovo asse regionale con l'Iran e la Turchia.
Soprattutto, la ricerca dell'accordo fa parte del revanscismo economico ameriKKKano di un'AmeriKKKa che recupera i territori economici ceduti ad altri a causa della (presunta) "trascuratezza delle passate amministrazioni", come riporta l'analisi della Sicurezza Stategica Nazionale (NSS). A quanto sembra a Washington stanno giocherellando con l'idea di mettere dazi alle merci cinesi, di imporre sanzioni alla Russia e di scatenare contro l'Iran una guerra economica allo scopo di rovesciarne il governo. Nel caso il Presidente Trump dovesse perseguire questa politica -e sembra proprio che questa sia la sua intenzione- Cina, Russia e Iran prenderanno a loro volta contromisure economiche di qualche genere. L'areale e la popolazione coperte dal sistema del petrodollaro sono già frammentati, e potrebbero ulteriormente frammentarsi, forse al punto che l'Arabia Saudita potrebbe accettare per il proprio greggio pagamenti in yuan.
In poche parole la base di liquidità, i petrodollari su cui si basano l'ipersfera finanziarizzata del Golfo e gran parte del suo benessere economico, si assottiglierà. E questo succede in un momento in cui i redditi petroliferi sono già crollati, crollo che ha rappresentato la prima fase della frammentazione del petrodollaro attualmente in corso e che ha costretto i paesi del Golfo ad una stretta fiscale di cui hanno fatto le spese i cittadini. Di recente la Cina ha intralciato i piani di guerra commerciale degli USA, lasciando filtrare intenzionalmente, per poi ritrattarla, l'idea che la banca centrale cinese avrebbe smesso di acquistare buoni del tesoro statunitense o che avrebbe disinvestito. E l'importante agenzia cinese di valutazione del credito Dagong ha abbassato la classificazione del debito sovrano statunitense da A- a BBB+ facendo concretamente pensare che i buoni del tesoro statunitense in possesso dei paesi del Golfo non sono più quei "titoli privi di rischi" che si credeva che fossero. Anzi, potrebbero diventare soggetti a svalutazione, col crescere dei tassi di interesse o con l'impatto del quarto quantitative easing.
Come sono arrivati i paesi del Golfo a trovarsi esposti in questo modo? Essenzialmente non riconoscendo i propri limiti e dunque superandoli. Una risposta stringata è questa. Alla fine degli anni Novanta e all'inizio del decennio successivo il Qatar, con il suo padrone Hamad bin Khalifa, era considerato prepotentemente attivo sul piano politico, ben oltre il modesto peso assegnatogli da una popolazione di duecentomila abitanti. Il Qatar aveva lanciato la rete di notizie Al Jazira; una novità sorprendente per il mondo arabo dell'epoca e che sarebbe diventata uno strumento molto potente nel corso della cosiddetta "primavera araba". Ad Al Jazira sono state attribuite -almeno così mi disse all'epoca l'emiro- la caduta del Presidente Mubarak e la fondazione della base politica per la corrispettiva ondata di proteste popolari nel 2011. Probabilmente l'emiro faceva delle valutazioni corrette; all'epoca sembrava che gran parte dei paesi del Golfo, Emirati compresi, potesse essere sovvertita dalla guerriglia mediatica di Al Jazira e finisse in mano ai Fratelli Musulmani, che il Qatar stava proteggendo in qualità di strumento per "riformare" il mondo arabo sunnita.
Insomma, il Qatar stava sfidando l'Arabia Saudita, e la stava sfidando non soltanto sul piano politico; proteggendo i Fratelli Musulmani, il Qatar sfidava proprio la dottrina che poneva le basi religiose della monarchia assoluta dell'Arabia Saudita. Al contrario della Casa dei Saud, i Fratelli Musulmani affermano che la sovranità spirituale appartiene al popolo, alla comunità dei credenti, e non a un qualche "re" saudita. Questo inebriamento rivoluzionario qatariota, che minacciava nella sua stessa essenza il dominio dei Saud, ha suscitato l'odio dei sauditi. E lo stesso ha fatto MbZ, convinto -a ragione- che i Fratelli Musulmani avessero Abu Dhabi nel mirino. Nella questione sono entrati anche antichi rancori, oltre alla competizione che divide Abu Dhabi dal Qatar. L'emiro qatariota alla fine si è esposto troppo, e nel 2013 è stato costretto a lasciare il trono e ad andare in esilio.
Abu Dhabi storicamente non si è mai inteso granché bene con l'Arabia Saudita, che trattava con una certa sufficienza questi emirati di piccolo cabotaggio. MbZ tuttavia aveva visto in MbS un'opportunità, per sé e per Abu Dhabi, di esercitare una certa influenza e soprattutto di far diventare l'emirato una sorta di nuovo Qatar in grado di atteggiarsi ben al di là di quanto gli permettesse il proprio scarso peso politico. A differenza del Qatar però non avrebbe dovuto cercare di tenere testa all'Arabia Saudita, ma di prendere il ruolo di un "Mago di Oz" che, operando dietro le quinte, muovesse le leve saudite per esercitare pressione sugli USA e ottenere l'approvazione ameriKKKana per l'impegno di MbS e di MbZ contro i Fratelli Musulmani e per una posizione laica, neoliberista e anti iraniana.
Subito dopo la guerra dello stato sionista contro Hezbollah nel 2006 MbZ riuscì a mettere in piedi, tramite il generale Petraeus all'epoca comandante del CentCom, un canale diretto con gli ameriKKKani e a concentrarsi sulla minaccia rappresentata dall'Iran; usò con disinvoltura il timore di inflitrazioni da parte dei Fratelli Musulmani per aprire una porta all'espansione del controllo di Abu Dhabi su Dubai e sugli altri emirati sul piano della sicurezza, e utilizzò il sostegno finanziario di Abu Dhabi verso gli altri emirati dopo la crisi finanziaria del 2008. Tutte queste iniziative sono confluite in una sorta di manuale sull'eliminazione dei rivali politici e sull'acquisizione di un potere privo di contrasti. Una scalata che è servita da guida per la successiva ascesa di MbS alla volta del potere assoluto in Arabia Saudita, col più anziano MbZ a fare da guida. I due intendevano nientemeno che rovesciare il corso degli eventi in Medio Oriente arginando l'Iran e, con l'aiuto ameriKKKano e sionista, ripristinare la supremazia dell'Arabia Saudita.
Il Presidente Trump ha abracciato senza riserve -e a quanto sembra in modo irrevocabile- MbS e MbZ. Ma anche questo si è rivelato essere un caso in cui qualcuno, nel Golfo, ha fatto il passo più lungo della gamba. Trump potrebbe non arrivare a far considerare normalità una Gerusalemme sionista, Netanyahu potrebbe non arrivare a calmare i rapporti con i palestinesi partendo dalla coalizione che lo sostiene, né potrebbe formarne un'altra. In ogni caso, neppure Abu Mazen potrebbe cedere sullo status di Gerusalemme. Insomma, Trump ha semplicemente "consegnato" la città santa allo stato sionista, segnando in questo modo un momento saliente del quasi completo isolamento diplomatico dell'AmeriKKKa. Sul piano politico MbS, MbZ, Netanyahu e Jared Kushner hanno tutti fallito, e si trovano umiliati e indeboliti. Importante è il fatto che adesso il Presidente Trump si trova avvinto ad una leadership saudita vacillante e alla propria radicale antipatia verso l'Iran, come è emerso alle Nazioni Unite nel discorso che ha tenuto a Settembre davanti all'assemblea generale.
Nello schierarsi a favore di questo piano contrario all'Iran, il Presidente Trump si trova -grazie all'aver mal giudicato la capacità di MbS e di Mbz di arrivare a qualche risultato significativo- a non poter contare su alcuna truppa sul terreno. Il GCC, il Consiglio degli Stati del Golfo, è diviso; l'Arabia Saudita è in crisi, l'Egitto sta passando nel campo di Mosca con l'acquisto di missili russi S300 per un miliardo di dollari, e di cinquanta Mig 29 per altri due miliardi. La Turchia è persa, e sta facendo il doppio gioco con Mosca e con Washington per i propri scopi. La maggior parte dell'Iraq sta di fatto con Damasco e con Tehran. Perfino gli europei sono titubanti davanti alla politica statunitense nei confronti dell'Iran.
Ovviamente Trump può comunque nuocere all'Iran; può farlo anche senza venir meno agli acordi sul nucleare. Il suo generare incertezza sul suo ritiro o meno dagli accordi, più il suo minacciare sanzioni di altro genere sono probabilmente abbastanza perché le imprese europee e di altra significativa provenienza rifuggano da progetti commerciali con l'Iran;  ma per quanto doloroso questo possa essere per il popolo iraniano, non può certo nascondere la realtù delle cose nel dopoguerra in Siria: in Libano, in Siria o in Iraq poche cose possono succedere senza che l'Iran ne sia coinvolto, in un modo o nell'altro. Persino la Turchia non può perseguire una stategia contro i curdi all'insegna del realismo senza l'assistenza iraniana. Russia e Cina hanno entrambe bisogno dell'aiuto iraniano per assicurarsi che il loro progetto per la realizzazione di "Una sola via, una sola strada" non venga inficiato da jihadisti estremisti.
La realtà è questa. Mentre i leader ameriKKKani ed europei parlano senza sosta dei propri piani per "arginare" l'Iran, l'Iran e i suoi alleati nella regione (Siria, Libano, Iraq e, in una misura non prevedibile, la Turchia) stanno di fatto "arginando" AmeriKKKa e stato sionista, contro cui agiscono con la deterrenza militare. Inoltre il centro di gravità economico della regione si sta inesorabilmente allontanando dal Golfo, puntando verso il progetto euroasiatico russo-cinese. La potenza economica del Golfo ha superato il proprio punto massimo.
Il dislocare una "piccola" forza d'occupazione statunitense nel nord-est della Siria non significa minacciare l'Iran, ma mettere un ostaggio in mano a Damasco e a Tehran. Tale è il cambiamento nell'equilibrio dei poteri fra paesi del quadrante settentrionale della regione e paesi di quello meridionale. La presenza di militari ameriKKKani in Siria con l'ostentato fine di "arginare l'Iran" rappresenta un gesto simbolico di cui gli USA potrebbero pentirsi se la Turchia dovesse muoversi, e che potrebbero in fin dei conti abbandonare, lasciando i curdi loro alleati di un tempo a vedersela con l'arido vento siriano.