Traduzione da Strategic Culture, 5 giugno 2018.

Due settimane fa abbiamo scritto di come la politica estera del presidente Trump si era in un certo senso trasformata in una sorta di neoameriKKKanismo; abbiamo citato il docente di relazioni internazionali statunitense Russell-Mead, convinto che il cambiamento di rotta che Trump ha intrapreso l'8 maggio abbandonando l'accordo sul nucleare iraniano rappresenti una novità, un atteggiamento inedito rispetto alla sua sostanziale natura di ruvido negoziatore dedito all'arte dell'accordo e orientato a quella che Russell-Mead ha definito "un'epoca neoameriKKKana nella politica mondiale, piuttosto che verso un'epoca postameriKKKana [com'era quella di Obama]". "L'amministrazione è intenzionata ad ampliare la potenza ameriKKKana piuttosto che governarne il declino (come si sostiene abbia fatto Obama). Almeno per il momento è il Medio Oriente a trovarsi al centro di questo atteggiamento nuovamente assertivo", ha sostenuto Russell-Mead, spiegando come nasce il nuovo atteggiamento di Trump: "L'istinto dice [a Trump] che la maggior parte degli ameriKKKani sono tutt'altro che ansiosi di vedere un mondo "postameriKKKano". I sostenitori del signor Trump non vogliono lunghe guerre, ma non intendono neppure rassegnarsi alla stoica accettazione del declino del proprio paese."
A questo punto ci troviamo davanti a una specie di paradosso: Trump e la sua base elettorale lamentano i costi e l'impegno dell'ampio ombrello difensivo ameriKKKano che i globalisti hanno esteso a tutto il mondo e queste idee sono esacerbate dalla presunta ingratitudine di quanti ne traggono vantaggio. Eppure, il presidente vuole ampliare la potenza ameriKKKana piuttosto che governarne il declino. Insomma, vuole essere più potente ma un impero più piccolo. Come far tornare questa quadratura del circolo?
In questo senso si è avuto sentore di qualcosa circa un anno fa. Il 29 giugno 2017 il presidente ha utilizzato un'espressione abbastanza inusuale parlando al Ministero per l'Energia: scatenare l'energia ameriKKKana. invece di parlare dell'indipendenza energetica ameriKKKana come si sarebbe potuti aspettare, ha vaticinato una nuova era di supremazia dell'energia ameriKKKana.
In un discorso "mirato a sottolineare la cesura rispetto alle politiche di Barack Obama", scrive FT, il signor Trump alla collegato il tema dell'energia alla sua agenda politica basata sul Prima l'AmeriKKKa. "In verità oggi disponiamo nel nostro paese di riserve di energia praticamente illimitate," ha detto il signor Trump. "Siamo noi che conduciamo il gioco, e sapete perché: non vogliamo che altri paesi ci privino della nostra sovranità e ci dicano cosa dobbiamo fare e come dobbiamo farlo. Questo non succederà. Con questa incredibile quantità di risorse, la mia amministrazione non cercherà soltanto di arrivare all'indipendenza energetica, come abbiamo cercato di fare per tanto tempo, ma al predominio ameriKKKano sull'energia.
Come scrive Chris Cook, sembra che Gary Cohn, all'epoca consigliere economico del Presidente, abbia avuto un qualche ruolo nella nascita di questa ambizione. Cohn, che all'epoca lavorava per Goldman Sachs, nel 2000 ideò con un collega della Morgan Stanley un piano per prendere il controllo del mercato globale del petrolio tramite una piattaforma di commercio elettronico basata new York. Le grandi banche in poche parole attrassero grandi quantità di denaro gestito, provenienti ad esempio dagli edge fund, e le riversarono sul mercato scommettendo sui prezzi futuri senza neppure curarsi della consegna del greggio: commerciavano petrolio di carta piuttosto che petrolio vero e proprio. Le stesse banche operarono contemporaneamente con i principali produttori di petrolio, cui si aggiunse in un secondo tempo anche l'Arabia Saudita, per acquistare in anticipo petrolio non è proprio in modo tale che ammettendo o impedendo al greggio di raggiungere i mercati erano queste grandi banche di New York a influenzare i prezzi creando di proposito una scarsità o una sovrabbondanza.
Per dare un'idea di massima della capacità di questi banchieri di influenzare i prezzi è sufficiente dire che a metà del 2008 si pensava che nel mercato dell'energia fossero in ballo qualcosa come 260 miliardi di dollari di investimenti controllati, ovvero speculativi. Una somma che riduceva ad un niente il valore del petrolio realmente estratto ogni mese dai giacimenti nel Mare del Nord, che nel migliore dei casi valeva dai quattro ai 5 miliardi di dollari. Le schermaglie attorno a questo petrolio di carta avrebbero comunque spesso colpito la fornitura vera e propria di petrolio e la parimenti vera e propria richiesta.
Secondo Cohn il primo passo che gli USA dovevano compiere era prendere il controllo del mercato, sia sotto il profilo dei prezzi che sotto quello dell'accesso; antagonisti come l'Iran o la Russia avrebbero al massimo potuto accedervi in condizioni di inferiorità. L'ipotetico secopndo passo è stato curare la produzione dallo scisto, costruire nuovi terminal per l'esportazione di gas naturale liquefatto e aprire l'AmeriKKKa a ulteriori prospezioni per gas e petrolio, facendo al tempo stesso pressioni su chiunque, dalla Germania alla Corea del Sud alla Cina, perché acquistasse il gas esportato dagli USA. In terzo luogo, con le esportazioni di petrolio dal Golfo già sotto l'ombrello statunitense, fuori dal cartello dell'influenza USA sarebbero rimasti soltanto due grossi produttori di energia in Medio Oriente, entrambi afferenti alla massa continentale produttrice di energia secondo la visione russa: l'Iran -ora nel mirino di un assedio economico sulle esportazioni di greggio che mira a rovesciarne il governo- e l'Iraq, al momento soggetto a intense ma ovattate pressioni politiche, ivi compresa la minaccia di sanzioni sotto il pretesto del contrastare gli avversari dell'AmeriKKKa tramite un Sanction Act affinché esso sia costretto a rientrare nella sfera occidentale.
Come spiegare in parole semplici cosa significa l'idea di Trump del predominio sull'energia? Significa che se gli USA riuscissero ad ottenere la preminenza nel settore energetico controllerebbero le leve dello sviluppo (o del non sviluppo) economico di una Cina e di un'Asia avversarie. Allo stesso modo gli USA potrebbero drasticamente ridurre i redditi della Russia nel mercato energetico. In breve, gli USA potrebbero stringere in una morsa i piani di sviluppo economico della Cina e della Russia. E' per questo che il Presidente Trump ha lasciato l'accordo sul nucleare iraniano?
Eccoci dunque alla quadratura del circolo degli USA più potenti ma con un impero più piccolo: l'aspirazione al predominio degli USA di Trump non passa dall'infrastruttura permanente dei globalisti rappresentata dall'ombrello difensivo statunitense, ma dall'astuta manipolazione del dollaro e dal monopolio finanziario ottenuto salvaguardando e tenendo ben stretta la tecnologia statunitense e dominando il mercato dell'energia. Cose che a loro volta diventano l'interruttore della crescita economica dei rivali degli USA. In questo modo, Trump può tenere a casa i suoi soldati, e l'AmeriKKKa mantenere comunque la propria egemonia. Il ricorso alle armi diventa l'ultima opzione.
Il consigliere di alto grado Peter Navarro ha detto allo NPR qualche giorno fa che "possiamo far sì che [i cinesi] smettano di mettere fuori mercato le nostre imprese nel settore tecnologico" e "di comprarsi i tesori della nostra tecnologia... Ogni volta che introduciamo qualche cosa di innovativo, arriva la Cina e se lo compra. Oppure lo ruba."
Il nuovo piano di Trump è quello di prolungare la superiorità ameriKKKana nel campo della tecnologia, della finanza e dell'energia tramite il predominio del mercato e la guerra commirciale, e non quello di comportarsi in maniera in un certo senso obbligata in modo tale da "controllare il declino"? Trump intende stroncare sul nascere -o almeno rinviare- l'affermarsi dei rivali? In questo contesto si pongono immediatamente due interrogativi. Questo modo di procedere attesta il fatto che l'amministrazione statunitense ha adottato quel neoconservatorismo che la base di Trump detesta tanto? E un approccio come questo può avere successo?
Forse non si tratta proprio di neoconservatorismo ma della riedizione di un certo tema. Principalmente, i neoconservatori ameriKKKani desideravano prendere a sprangate quelle parti del mondo che non gli piacevano, e sostituirle con qualcosa che fosse di loro gradimento. Il metodo di Trump ha un carattere più machiavellico.
Entrambi questi modi di pensare hanno gran parte delle proprie radici nell'influenza che il pensiero di Carl Schmitt ha avuto sul conservatorismo ameriKKKano per tramite del suo amico Leo Strauss a Chicago. Che Trump abbia mai letto o meno le opere dell'uno o dell'altro, si tratta di idee che stanno ancora circolando nell'ambiente degli USA. Al contrario dei pensatori liberali o umanisti Schmitt pensava che la politica non avesse nulla a che vedere con la costruzione di un mondo più equo o più giusto; queste erano cose da moralisti e da teologi. Per Schmitt la politica ha a che fare con il potere e con la sopravvivenza nell'agone politico, e nient'altro.
I liberali (e i globalisti), pensava Schmitt, sono nauseati dall'idea di usare la forza per impedire agli antagonisti di affermarsi: il loro punto di vista ottimistico sulla natura umana li porta a credere alla possibilità di una mediazione e di un compromesso. L'ottica schmittiana liquida in maniera derisoria la prospettiva liberale ed enfatizza invece il ruolo della potenza pura e semplice, basta com'è su una più pessimistica concezione dell'autentica natura degli "altri" e dei rivali. Proprio questo elemento sembra essere alla base del pensiero di Trump: Obama e i "liberali" si stavano preparando a vendere i gioielli della cultura ameriKKKana (quella finanziaria, tecnologica e della gestione dell'energia) con una qualche "azione affermativa" multilaterale che avrebbe giovato a paesi meno sviluppati, prima fra tutti la rivale Cina. Pensieri del genere sono probabilmente il motivo per cui Trump ha abbandonato gli accordi sul climna: perché mai aiutare potenziali rivali e al tempo stesso tarpare volontariamente le ali della propria cultura?
Neoconservatori e trumpiani sono uniti proprio da quest'ultimo e piuttosto risicato fulcro: il dovere di mantenere intatta la potenza ameriKKKana. Essi condividono anche il disprezzo per gli utopisti liberali che darebbero via per un tozzo di pane i gioielli della cultura occidentale in nome di questo o quell'ideale umanitario, solo per consentire a dichiarati nemici dell'AmeriKKKa di affermarsi e di rovesciarla insieme a quella che in quest'ottica è la sua cultura.
Entrambe le correnti condividono lo stesso terreno; il concetto è stato espresso con notevole candore da un commento di Silvio Berlusconi: "dobbiamo essere consapevoli della superiorità della nostra civiltà [occidentale]". Steve Bannon dice qualcosa di molto simile, sia pure nel contesto della difesa di una cultura giudaico-cristiana intesa come minacciata.
L'idea di un vantaggio culturale che va recuperato e difeso ad ogni costo probabilmente costituisce una sia pure non esaustiva giustificazione del fervente sostegno di Trump allo stato sionista: parlando al canale televisivo sionista Channel Two un importante figura della destra alternativa ameriKKKana (e costituente della base elettorale di Trump) come Richard Spencer ha messo in evidenza il senso di spoliazione profondamente sentito dai bianchi degli Stati Uniti:
 
"...come cittadini dello stato sionista, consapevoli della vostra identità e di appartenere a una nazione e a un popolo, consapevoli della storia e dell'esperienza del popolo ebraico, dovreste rispettare qualcuno che, come me, prova le stesse cose nei confronti dei bianchi. Potreste considerarmi un sionista bianco, nel senso che mi preoccupo per la mia gente, voglio che abbiamo una patria sicura per noialtri proprio come voi volete una patria sicura nello stato sionista."
 
Il tentativo di potenziare e di armare la cultura della élite ameriKKKana tramite il dollaro, una potenziale egemonia sull'energia e un freno al trasferimento delle tecnologie può riuscire a rafforzare la cultura ameriKKKana, intesa nel modo riduttivo con cui la intende la base elettorale di Trump? Una domanda da un milione, come si dice in questi casi.
 Tutto questo potrebbe anche solo provocare una reazione uguale e contraria, e negli USA potrebbero succedere molte cose di qui a novembre, quando si svolgeranno le elezioni di metà mandato che confermeranno o meno il potere del Presidente. Difficile poter fare analisi prima di allora.
Una questione di più ampia portata è però il fatto che mentre Trump si appassiona alla cultura ameriKKKana e alla sua egemonia, i capi politici non occidentali oggi sono altrettanto appassionati all'idea che è tempo di farla finita con "il secolo ameriKKKano". Dopo la seconda guerra mondiale molti paesi pretesero l'indipendenza; i politici di oggi, allo stesso modo, vogliono la fine del monopolio del dollaro, vogliono poter decidere di uscire dall'ordine globale a guida USA e dalle sue istituzioni cosiddette "internazionali"; vogliono esistere secondo la loro peculiare cultura... e vogliono indietro la loro sovranità. Non si tratta soltanto di nazionalismo culturale ed economico; tutto questo rappresenta un punto di svolta significativo. Lontano dalle politiche economiche neoliberiste, lontano dall'individualismo e dal mercantilismo puro, e verso un'esperienza umana più completa.
La tendenza che seguì la fine della seconda guerra mondiale fu all'epoca irreversibile. Possiamo anche ricordare come le ex potenze coloniali europee deplorarono il proprio forzato ritiro: "[Le ex colonie] se ne pentiranno", predissero con sicurezza. E invece non si è pentito nessuno. La tendenza di oggi è forte e si è diffusa anche in Europa. Chissà se gli europei avranno il coraggio di reagire contro le macchinazioni finanziarie e commerciali di Trump: sarebbe un indicazione importante per capire cosa succederà in futuro.
A differenza del dopoguerra però l'egemonia monetaria, il primato tecnologico e il predominio in campo energetico non sono affatto cose di sicuro controllo occidentale. L'Occidente non le detiene più; hann cominciato a sfuggirgli già da qualche tempo.