Traduzione da Strategic Culture, 10 dicembre 2018.

A volte quello che non succede ci dice assai di più di quello che succede. Come nel caso di Sherlock Holmes e del cane che non abbaiò di notte. Insomma, al G20 della prima settimana di dicembre non sono successe due cose. Perché? E quale significato hanno?
Questi due mancati avvenimenti ci dicono una cosa importante: la presidenza Trump è giunta ad un punto critico, la fine dell'inizio o forse addirittura l'inizio della fine.
In primo luogo, non c'è stato alcun accordo con la Cina. Come ha detto senza mezzi termini Christopher Balding, ex docente associato di affari ed economia alla HSBC Business School in Cina, "Non si finirà mai di sottolinearlo abbastanza: questo non è un accordo, questa non è una soluzione. Questo è un accordo per procrastinare un ulteriore inasprirsi dei rapporti. Nessuno ha ceduto su nulla, a parte cosucce di nessuna rilevanza. Nulla di sostanziale."
La maggior parte degli editoriali e dei commenti si è soffermata sulla prospettiva di un ritorno ai trinceramenti della guerra fredda di qui a novanta giorni (limite che la Cina, sia detto per inciso, deve ancora confermare) o anche prima, col ritorno di Trump alla guerra via Twitter. Ma la vera questione non è quello che può succedere di qui a tre mesi, ma perché si è arrivati a un nulla di fatto.
Trump aveva promesso grandi cose: "Io sono uomo da dazi", scrive su Twitter: e aggiunge anche "Rendiamo nuovamente ricca l'AmeriKKKa". Il governo continua a ripetere che l'economia statunitense è forte e che quella cinese è deboole: "Abbiamo in mano tutto noi", dicevano quelli del governo ogni tre per due. Possiamo raddoppiare i dazi sulle merci e raddoppiare i dazi stessi dice Trump, intanto che gli USA gonfiavano i muscoli del loro apparato militare proprio sotto il naso di Xi.
Poi arriva il G20, e non si combina niente. Trump si mantiene ai margini dell'iniziativa e sembra teso e sulla difensiva. Non è certo stato un maschio alfa in grado di dominare gli eventi. Sembrava impacciato. Ha davvero deluso.
Va comunque detto che il G20 c'è stato subito dopo che l'ex avvocato e uomo di fiducia di Trump Michael Cohen ha rivolto una "dichiarazione di colpevolezza" a Robert Mueller, reo di avere mentito al Congresso. Come rileva il docente di giurisprudenza di Harvard Dershowitz, è chiaro che Mueller sta costruendo nuove accuse (tramite l'induzione al reato) invece di indagare su eventuali illeciti passati; Mueller comunque sta ancora alle calcagna di Trump ed è possibile che non trovi nulla da contestare perché la collusione non è comunque un reato, sempre che si sia verificata. Il punto però non è questo. Muller sta mettendo Trump all'angolo sul piano politico e non su quello legale, raffigurandolo come un sordido individuo circondato da bugiardi e cialtroni. Muller sta colpendo Trump nella sua vanità, appannando l'immagine di figura eroica intenta a ripristinare la grandezza ameriKKKana -rendiamo l'AmeriKKKa ricca di nuovo- che egli si è costruito. Muller sta lentamente paralizzando le prerogative presidenziali a furia di farlo apparire come un pallone gonfiato.
L'ex diplomatico statunitense James Jatras suggerisce che dietro il nulla di fatto ci sia questa spiegazione:
Coi democratici in procinto di prendere di qui a un mese la maggioranza nella Camera dei Rappresentanti, ci troveremo davanti a un intensificarsi delle indagini coordinate da Muller per trovare qualunque pretesto, nella vita professionale o privata di Trump, per metterlo in stato d'accusa. La convinzione diffusa è che seppure una Camera a maggioranza democratica potrà trovare qualcosa per soddisfare i requisiti necessari, a proteggere Trump penserà il Senato, che è a maggioranza repubblicana. I democratici fecero quadrato attorno a Clinton, ma sono stati i repubblicani a gettare Nixon in pasto alle belve. Esiste una decina di senatori repubblicani pronti a rovesciare Trump e a mettere Mike Pence nell'Ufficio Ovale? Ci potete scommettere. A cominciare da Mitt Romney.
Secondo Trump, cosa potrebbe impedirgli di provare l'insopportabile umiliazione -lo schiaffo al suo ego- di venir disconosciuto dal proprio partito e di essere ulteriormente umiliato con la cacciata? Un crollo dei mercati e una stagnazione economica con una recessione incombente non lo aiuterebbero di sicuro. Una cosa del genere alla fine lo metterebbe proprio in mano a quanti, fra i senatori repubblicani, lo disprezzano e che non ci metterebbero nemmeno un secondo per unirsi ai democratici nel caso percepissero la possibilità di liberarsene facendolo cadere. Proprio come suppone Jatras.
La borsa statunitense si stava già impantanando una settimana prima del G20. I timori di una guerra commerciale considerata scontata aveva iniziato a intimorire i mercati. Si cominciano a intravedere, sia pure a sprazzi, gli uccelli del malaugurio che parlano di economia in recessione: la parziale flessione della curva dei rendimenti delle emissioni del Tesoro e di quella sui futures petroliferi si sono verificate di pari passo, ed entrambi i fenomeni sono considerati indice di un possibile rallentamento nell'economia mondiale.
La questione è semplice. Trump ha esplicitamente agganciato le sorti della propria presidenza a un mercato azionario vivace e a un'economia che tira. Se la cosa lo aiuta a impedire che i mercati vadano a punzecchiare la sua immagine di sfinge degli affari, perché non pensare ad una tregua nella guerra commerciale con la Cina? Perché non dare una spintarella ai mercati proprio prima di Natale?
Poi c'è stato l'altro considerevole atto mancato del G20: un altro cane holmesiano che non ha abbaiato. I presidenti di due potenze militari e nucleari di primo piano, preposti al controllo di grosse faglie geopolitiche e che hanno bisogno di dialogare, si sono evitati, hanno distolto lo sguarto e non si sono neppure stretti la mano. Non sono riusciti nemmeno a trovare un pretesto per sedere allo stesso tavolo.
Per quale motivo? In via ufficiale, perché un rimorchiatore e un paio di guardacoste ucraini armati hanno avuto l'ordine di entrare nel mare di Azov omettendo di seguire le norme che impongono di chiedere l'autorizzazione. Ma davvero? Per una cosa del genere? Davvero strano. Trump non può neanche più portare in disparte Putin e mandar via i suoi assistenti per mettersi a tavolino a discutere? Ancora più interessante è il fatto che il portavoce del Cremlino ha in seguito detto che con Washington "c'erano stati degli scambi" e che John Bolton sarebbe andato a Mosca per parlare di un possibile futuro incontro fra Trump e Putin. E a Buenos Aires non si potevano parlare per via di un rimorchiatore sequestrato? E per un incontro del genere serve ora tirare in mezzo Bolton e il suo nulla osta preventivo?
Insomma, da questo vertice Trump esce come un micio. Gran discorsi e poco di fatto: poco di fatto sul piano interno, poco di fatto nel prosciugamento della palude, poco di fatto in tutti i campi. Secondo Jatra, che è più dispiaciuto che arrabbiato, "si esagererebbe poco a dire che sul piano della politica estera e della sicurezza Trump è ormai solo una figura rappresentativa dello establishment. Anche se Trump e Putin si incontreranno un'altra volta, cosa può mai aspettarsi Putin di sentirsi dire di sostanzioso?"
Perché tutto questo? Possiamo fare solo delle ipotesi. Può anche essere che Trump tema semplicemente che i mercati e l'economia gli si stiano ritorcendo contro. Forse teme che un Bruto repubblicano abbia sentore della sua debolezza, senza gli orpelli da mago delle finanze, e gli cacci un pugnale nella schiena?
In un suo libro intitolato Principles for Navigating Big Debt Crises Ray Dalio della Bridgewater Associates distingue diversi cicli debitori: i cicli a breve termine e i supercicli. I cicli debitori a breve termine si muovono più o meno parallelamente ai sottostanti cicli economici e durano sui sette-otto anni; una lunghezza mediamente in linea con quella dei cicli economici. I supercicli invece durano fra i cinquanta e i settantacinque anni, e hanno una storia lunga. Dalio ricorda che vengono citati anche nel Vecchio Testamento, che indicava la necessità di azzerare i debiti ogni cinquant'anni circa in quello che veniva indicato come "anno di giubileo".
"i supercicli debitori finiscono sempre con un bel botto", scrive Nils Jensen. "Il precedente ciclo è finito con lo scoppio della seconda guerra mondiale, e un nuovo ciclo è iniziato quando hanno taciuto le armi nel 1945. Sono passati quasi settantacinque anni, il che significa che esso passerà alla storia come uno dei cicli più lunghi."
Purtroppo per Trump, sembra che la sua presidenza coincida non solo con la fine di un superciclo, ma con la fine di un superciclo in cui il debito globale è enfiato al di là di ogni limite grazie alla radicale depressione dei tassi di interesse e alla massiccia creazione di crediti. Cose che possono spiegare la sua lunga durata. Trump è forse doppiamente sfortunato perché al tempo stesso e per ragioni dello stesso tipo gli USA stanno esaurendo i loro spazi di agibilità fiscale. Il Tesoro per quest'anno e per i prossimi avrà bisogno di ottenere prestiti per trilioni e trilioni di dollari, e all'estero il debito statunitense non trova più acquirenti. Per la prima volta da settant'anni a questa parte chi controlla la valuta delle riserve mondiali ha difficoltà
a finanziarsi e con l'aria che tira in una Washington dagli opposti schieramenti gli USA non possono neppure pensare a una riforma di se stessi. Un bel pasticcio.
Il paradosso fondamentale che ha legato le mani al Presidente è questo. Sul piano politico gli servono mercati in salita e un'economia in grossa espansione, ma le cassandre vanno in giro a dire che i giorni in cui i mercati gli erano favorevoli potrebbero essere già passati. Trump vuole che la Fed intervenga in favore dei mercati, ma alla Fed sono più che altro intenti a prepararsi alla prossima fase del ciclo economico. Per farlo hanno bisogno dello spazio di manovra che serve per far crollare del 4% i tassi di interesse, cosa che oggi come oggi è ovviamente infattibile. E alla Fed hanno bisogno anche di un bilancio più magro, nel caso ci sia bisogno di intervenire in soccorso dell'economia.
Questo è il punto critico che lega le mani a Trump. Trump può muoversi sul piano politico, e rischiare che il ciclo finisca con un botto ancora più rovinoso, o muoversi con saggezza in modo da limitare le potenziali conseguenze di una possibile crisi debitoria. Muoversi con saggezza però implica la comprensione delle condizioni in cui si trova l'AmeriKKKa sul piano fiscale. La sua necessità di dover vendere una montagna di debito fatto di carta su un mercato disertato dagli acquirenti stranieri farà probabilmente impennare i tassi di interesse e farà crollare i prezzi in borsa perché gli investitori istituzionali venderanno azioni per comprare questi titoli di stato dagli interessi elevati. Insomma, sul piano politico Trump vuole che le azioni salgano e i tassi di interesse scendano, ma è verosimile che l'attuale situazione fiscale degli USA imponga il contrario e lo esponga così alle attenzioni di qualche potenziale Bruto in agguato nei corridoi del Senato.
Cosa deciderà di fare? Qualcosa già si vede: Trump sta cercando disperatamente di tenere alto il valore del mercato. Le sue certezze dipendono da questo, e sta pungolando Jerome Powell perché non dia luogo al previsto aumento dei tassi di interesse da parte della Fed. Trump vuole poi che il prezzo del petrolio scenda, così che Powell non abbia la scusa dell'inflazione in aumento per alzare ulteriormente i tassi. Sembra che Trump abbia una tale premura da prepararsi a consentire a vari acquirenti di accedere al petrolio iraniano. Il suo tweet del 25 novembre collega in modo piuttosto esplicito il calo nel prezzo del greggio al mantenimento dei tassi di interesse da parte della Fed ai livelli attuali:
 
Gran cosa che il prezzo del greggio stia crollando (grazie Presidente T). Aggiungiamo anche questa, che è come un sostanzioso taglio alle tasse, alle altre buone notizie economiche. L'inflazione scende (Fed, mi stai ascoltando)!
Cosa significa? Significa che Trump, che ha un'esperienza negli affari che è per intero a favore del debito -debito in crescita e tassi di interesse bassi o a zero- spera di fare come vuole e magari ci riuscirà anche in parte. Ci sono segnali che fanno presagire un ritocco dei tassi da parte della Fed entro la fine del mese, ma anche un rallentamento dei rialzi per il prossimo anno. O almeno, questo è quello che implicherebbe l'andamento della curva dei futures.
I presagi tuttavia vanno in direzione opposta. Il commercio mondiale sta rallentando, la Cina sta rallentando, il Giappone sta rallentando, la Germania e l'Europa stanno rallentando, e spuntano le prime avvisaglie che fanno pensare che gli USA abbiano raggiunto un picco nella seconda metà del 2018. Alla fine Trump potrebbe ritrovarsi senza un mercato borsistico vivace e, peggio, con un mercato dei buoni del tesoro che digerisce senza problemi i trilioni di dollari del debito statunitense.
In politica estera i falchi hanno il vento in poppa; Pence, Navarro e Lighthizer continueranno schierando l'intero governo nella loro guerra fredda contro la Cina, ma chissà in che condizioni saranno i mercati statunitensi di qui a novanta giorni. Non c'è da scommettere su ulteriori dazi e su tassi del 25% nel mese di aprile. Xi si è comportato come meglio non si poteva, Sun Tzu sarebbe orgoglioso di lui.
...E il signor Bolton continuerà a fare pressioni sulla Russia a tutte le frontiere; a squinternarla economicamente a furia di sanzioni, a rimestare nel torbido in Ucraina, a cercare di rendere inefficace il processo di Astana, il processo politico che i russi hanno intrapreso in Siria.