Laboratorio Palestina di Antony Loewenstein presenta una lunga e documentata rassegna sulla tecnologia a servizio della repressione, così come sperimentata dallo stato sionista sulla popolazione palestinese. Nella prefazione all'edizione Fazi, Moni Ovadia scrive di aver preso coscienza dagli anni Ottanta in poi di come il sionismo fosse sempre stato un progetto colonialista su base etnica e nazionalista. Lo "stato degli ebrei" secondo la definizione di Theodor Herzl non sarebbe andato a impiantarsi in "una terra senza popolo per un popolo senza terra", ma in una terra in cui un popolo c'era eccome; la lieve dissonanza con la realtà sarebbe stata appianata cacciando violentemente settecentocinquantamila persone. Un esordio ammantato dalle hasbarot ("spiegazioni") della propaganda. La traduzione operativa del sionismo sarebbe consistita nella "ripulsa dei grandi valori etici, spirituali e universalisti dell’ebraismo" e nell'intrapresa del "cammino idolatrico della forza, della prepotenza, di un nazionalismo fanatico, dell’idolatria della terra". Lo stato sionista del laboratorio Palestina avrebbe messo in piedi un'industria che rivende le tecnologie del dominio, dell'oppressione e del controllo "ai peggiori tagliagole". Il monito di Loewenstein, in un volume uscito durante una vasta campagna bellica contro la Striscia di Gaza in seguito all'attacco del 7 ottobre 2023, sarebbe rivolto ai cittadini dello stato sionista perché si liberino dal "crimine dell'indifferenza" verso l'etnocidio in corso, e agli ebrei della diaspora perché ritrovino "la loro indipendenza e la loro onestà intellettuale".
Nella introduzione l'A. si qualifica "di famiglia sionista progressista", australiano di origini tedesche nato e cresciuto a Melbourne in un ambiente in cui il sostegno allo stato sionista e alla sua linea politica era dato più o meno blandamente per scontato. Una frequentazione pluriennale dello stato sionista e di Gerusalemme Est, nel corso della quale non gli sarebbero mancate le occasioni per vergognarsi "di quel che veniva fatto in mio nome in quanto ebreo", gli avrebbe fatto cambiare atteggiamento al punto da fargli auspicare la creazione di un unico Stato dove tutti i cittadini abbiano pari diritti. Loewenstein è convinto che il dibattito pubblico su cosa lo stato sionista sia e sia sempre stato sia molto cambiato dall'inizio del ventunesimo secolo e che anche le élite e l'opinione pubblica "occidentali" starebbero interiorizzando il fatto che lo stato sionista ha imposto un "regime di supremazia ebraica dal fiume Giordano al Mediterraneo" fatto di apartheid puro e semplice e che la pretesa di costituire "l'unica democrazia del Medio Oriente" sarebbe puntualmente confutata dai dati di fatto: l'A. scrive ad esempio che i mass media vi dovrebbero sottoporre a censura militare ogni scritto relativo agli affari esteri e alla sicurezza nazionale. Un bias filosionista avrebbe regnato non scalfito, per decenni, anche nella "libera informazione" occidentale in genere. Loewenstein nota anche il paradosso per cui l'apartheid sionista e il suo profiling razziale, formalizzati nella "legge sullo stato-nazione" del 2018, avrebbero reso lo stato sionista e la sua bandiera ben accetti anche tra gruppi tradizionalmente sprezzanti verso gli ebrei come l'estrema destra "occidentale". La dimensione etnonazionalista dello stato sionista avrebbe assunto caratteri totalizzanti con la politica di Benjamin Netanyahu, che avrebbe proposto lo stato sionista come modello per l'innovazione, la potenza militare e la promozione della natalità. L'industria bellica presenterebbe come "testati in battaglia" armamenti e tecnologie letteralmente sperimentati sui palestinesi: il trattamento spietato riservato loro, un tempo uno svantaggio sul piano internazionale, sarebbe diventato uno asset vantaggioso secondo un esecutivo convinto che il futuro appartenga a un capitalismo autoritario sostenuto da nazionalismo aggressivo e supremazia tecnologica. Autonominatosi "prima linea del fronte" tra mondo postulato libero e Islam postulato radicale, lo stato sionista propaganderebbe le proprie istanze come quelle di una punta di diamante nella battaglia globale per la democrazia. In questo contesto non sorprendono gli aneddoti riportati dall'A., da cui l'industria bellica sionista risulterebbe promuovere i propri prodotti senza curarsi delle "vittime collaterali" delle operazioni sul campo mostrate dal marketing. Al tempo stesso lo stato sionista si comporterebbe con imparziale amoralità sul mercato delle armi, escludendo a priori dalla clientela solo nemici geopolitici come la Repubblica Islamica dell'Iran o la Repubblica Araba di Siria; questo, anche a costo di qualche grosso imbarazzo su un piano diplomatico in cui peraltro il suprematismo veicolato dallo stato sionista troverebbe molti consensi e molti imitatori. L'industria sionista fornirebbe anche droni (Elbit) e sistemi di spionaggio e di riconoscimento (Cellebrite) importanti per il controllo e la repressione del dissenso. Il laboratorio Palestina sarebbe servito come setting sperimentale per tecniche di repressione e di combattimento che avrebbero destato da decenni l'interesse delle polizie statunitensi, patrocinate da una Anti Defamation League che si comporta come una lobby filosionista ma si presenta come un difensore dei diritti civili. Loewenstein nota malignamente che la polizia statunitense non avrebbe comunque avuto molto bisogno dell'addestramento nello stato sionista per diventare razzista o violenta.
L'A. intende esporre l'uso della Palestina come laboratorio per metodi di controllo e segregazione delle popolazioni, trattando anche dei paesi dove dispositivi e addestramento sionista hanno contribuito alla riduzione dell'agibilità democratica e dell'esportazione dell'ideologia suprematista in cui il sionismo si è concretizzato. Loewenstein è convinto che le idee etnonazionaliste affascinino i delusi dalle mancate promesse delle democrazie.
Vendere armi a chiunque le voglia si apre con la vicenda di Daniel Silberman, il cui padre sarebbe finito vittima della repressione in Cile dopo il colpo di stato dell'11 settembre 1973 organizzato con l'attiva assistenza degli USA.
Loewenstein sostiene l'esistenza di "un rapporto sordido" tra stato sionista e giunta militare cilena, rifornita di armi per anni anche dopo l'embargo statunitense. Alle contestazioni degli ebrei cileni diventati suoi cittadini lo stato sionista avrebbe opposto un muro di gomma legalmente ineccepibile, finendo col trasferire tutta la documentazione sui rapporti con la giunta ad archivi militari esclusi dalla consultazione. Secondo Silberman lo stato sionista non avrebbe alcuno scrupolo morale nell'aiutare dittature e avrebbe tutto l'interesse a far sì che il conflitto coi palestinesi continui dal momento che si tratterebbe di un ottimo banco di prova. Loewenstein sostiene che le prassi prevaricatorie siano la norma per lo stato sionista, nato sul "mito di un popolo oppresso che sopravvive in un mondo duro". Il non aver mai dovuto rispondere della Nakba del 1948 avrebbe incoraggiato le successive élite politiche e militari dello stato sionista a proseguire con gli stessi comportamenti. Dopo aver sviluppato un'industria degli armamenti propria ben prima dell'indipendenza, lo stato sionista da Ben Gurion in poi avrebbe di prassi venduto "armi a paesi stranieri in tutti i casi in cui il Ministero degli Esteri non ha obiezioni al riguardo". La vittoria del 1967 avrebbe permesso lo sviluppo di dispositivi per il controllo della popolazione palestinese e la ricerca di mercati interessati, primi fra tutti l'Iran dei Pahlavi e il Sud Africa dell'apartheid. Negli anni Ottanta stando a un citato articolo di Thomas Friedman il fatto che le armi rappresentassero un cespite fondamentale (interessante il dieci per cento della forza lavoro) sarebbe stato vissuto con disagio da molti cittadini dello stato sionista, convinti di trovarsi davanti a un tradimento dello spirito dei fondatori. In ogni caso i realisti pronti ad assicurare che "un'utopia appannata era meglio di un sogno morto" non sarebbero mancati neppure allora, e il loro numero sarebbe poi oltremodo cresciuto. L'avventurismo globale della retribuita collusione con varie dittature sarebbe apparso giustificabile, per non dire esaltante, a un buon numero di cittadini sionisti. Loewenstein specifica che le risorse finanziarie per l'industria bellica sarebbero venute dalle riparazioni pagate allo stato sionista dalla Germania Occidentale nel 1952; al di là del successo di prodotti come la mitraglietta Uzi -esportata in oltre novanta paesi- quei fondi avrebbero incoraggiato lo stato sionista a sviluppare anche un'arma nucleare propria. Secondo Loewenstein il militarismo sarebbe diventato il principio guida del paese: mettere fine al conflitto coi palestinesi minerebbe l'ideologia fondante dello stato oltre a essere negativo per gli affari. Lo stato sionista avrebbe collaborato con gli USA prestando la propria esperienza nel laboratorio Palestina laddove gli USA avrebbero preferito una certa discrezione: Guatemala, El Salvador, Costa Rica, fino all'addestramento e all'armamento di squadroni della morte in Colombia ben oltre l'inizio del XXI secolo. La fattiva collaborazione tra stato sionista e USA per il controllo del "sud globale" non sarebbe mai incontrato ostacoli seri e sarebbe a tutt'oggi operativa. Malgrado lo stato sionista lamenti incessantemente boicottaggi e isolamento, e accampi la pretesa di essere "un'entità nobile e unica al mondo", esisterebbero molti esempi delle numerose e salde relazioni intrattenute con paesi autoritari e dittature vere e proprie e dell'amoralità del suo operato, forte di una sostanziale impunità e di una costante indifferenza verso la sorte altrui. Secondo Loewenstein "il tentativo di una nazione di colpire un gruppo etnico rispetto a un altro" sarebbe "un elemento costante" nell'elenco dei paesi cui lo stato sionista avrebbe fornito armi e addestramento. L'A. sostiene che lo stesso registro linguistico della comunicazione politica (lo stato sionista descritto di volta in volta come baluardo dei valori occidentali, "villa in mezzo a una giungla", "luce delle nazioni" eccetera) mostrerebbe un costante disprezzo per i non ebrei. Cittadini sionisti e anche ebrei della diaspora userebbero l'espressione "è un bene per gli ebrei" (זה טוב ליהודים) per "giustificare ogni sorta di nefanda collusione con regimi orribili", dopo che lo stesso criterio sarebbe stato usato come principio guida per la fondazione dello stato sionista. In particolare dopo il 1967 lo stato sionista avrebbe abbandonato le ultime vestigia di moralità in politica estera, adottando una Realpolitik che lo avrebbe portato a stringere accordi con realtà spesso impresentabili. Per almeno dieci anni lo stato sionista avrebbe non soltanto chiuso entrambi gli occhi sulle campagne repressive dei Pahlavi, ma fornito armi e addestramento allo Shah in nome dell'anticomunismo, e auspicato nel 1978 -secondo una comunicazione ministeriale citata dall'A.- l'instaurazione di una dittatura militare che stroncasse la rivoluzione. Il Mossad avrebbe avuto consapevolezza delle stragi commesse da Suharto in Indonesia senza che questo disturbasse l'avvio di molti progetti commerciali. Nicolae Ceausescu sarebbe stato un antisemita convinto del tipo più vieto, ma lo stato sionista si sarebbe guardato bene dal condannarne i comportamenti perché ne avrebbe avuto un importante sostegno diplomatico. La Haiti dei Duvalier avrebbe avuto armamenti usati per decenni di repressione in cambio dell'appoggio allo stato sionista dopo la guerra dei Sei Giorni. Attivisti interessati a quest'ultimo caso si sarebbero sentiti rispondere da un tribunale di Tel Aviv che la diffusione di documenti sulla vicenda avrebbe potuto "mettere lo Stato in grande imbarazzo" dal momento che avrebbero attestato la pessima opinione che i funzionari sionisti avrebbero avuto degli haitiani. Dopo il 1967 lo stato sionista avrebbe cercato di deportare in Paraguay sessantamila abitanti della Striscia di Gaza, dietro rassicurazioni sul loro anticomunismo; secondo voci riportate dall'A., la contropartita sarebbe stata la fine della caccia ai nazisti ospitati nel paese. Lo stato sionista avrebbe partecipato al terrore statunitense contro il Nicaragua rivoluzionario alimentando una campagna denigratoria, addestrando e armando i contras con fucili d'assalto sovietici confiscati all'OLP in Libano e col paravento di compagnie militari private. Avrebbe inoltre tollerato senza prendere iniziative che la ditttura in Argentina facesse vittime anche fra gli ebrei del paese, ritenendo più importante il sostegno diplomatico argentino. Nel Guatemala della dittatura sostenuta dagli USA lo stato sionista avrebbe installato sistemi di spionaggio e fornito armi e consiglieri militari, in un sodalizio nato "sulla base di un amore condiviso per la repressione delle rivolte". Al comportamento dello stato sionista in Libano dopo il 1982 l'A. dedica alcune pagine, soffermandosi in particolare sull'affermazione di Alan Friedman per cui uno dei veri obiettivi dell'invasione sarebbe stato rappresentato dalla documentazione dell'OLP sulle condizioni della Palestina precedenti il 1948. Alla distruzione militare dell'avversario si sarebbe accopagnata la volontà di cancellarne la storia.
Il secondo capitolo tratta di come l'Undici Settembre sia stato buono per gli affari. Con la fine della guerra fredda, scrive Loewenstein, l'industria bellica sionista avrebbe continuato a crescere al punto che lo establishment degli armamenti sarebbe diventato uno stato nello stato. Con il passare degli anni l'economia dello stato sionista sarebbe diventata molto meno dipendente dagli aiuti statunitensi; di pari passo sarebbe diminuita la propensione dello stato sionista ad assecondare pressioni e rilievi statunitensi circa la politica degli insediamenti in Cisgiordania o il rapporto coi palestinesi. I fucili d'assalto della IMI avrebbero armato i cartelli della droga colombiani, mentre l'esercito regolare si sarebbe avvalso di compagnie private fondate da ex militari sionisti per l'addestramento alla lotta contro le FARC: "i metodi che si sono rivelati efficaci a Nablus e Hebron cominciano a parlare spagnolo". Le radicali operazioni urbanistiche compiute sul suolo statunitense l'11 settembre 2001 sarebbero state accolte dall'industria sionista come buona occasione per trarre profitto da missili, droni e dispositivi di sorveglianza. Nel 2009 Dan Senor e Saul Singer avrebbero iniziato a presentare lo stato sionista come un modello per il mondo grazie agli stretti rapporti tra esecutivo e start up tecnologiche, che avrebbero avuto nelle forze armate -con coscrizione obbligatoria- un campo d'azione perfetto. Lo stesso stato sionista avrebbe potuto essere considerato il risultato di una start up. Secondo Loewenstein i due autori avrebbero solo omesso di specificare che tanto ragguardevoli risultati si sarebbero dovuti a una "società della difesa il cui obiettivo primario era monetizzare l’occupazione e vendere a un mercato globale l’esperienza maturata controllando un altro popolo". La necessità di mantenere il controllo dei territori occupati e di salvaguardare il carattere ebraico dello stato sarebbero alla base dell'esperienza e del capitale umano, insieme all'indiscusso e generoso sostegno politico e statale, che ha consentito allo stato sionista di primeggiare nel campo delle nuove tecnologie. L'ascesa dello stato sionista nel settore delle armi, della sorveglianza e del controllo, nota l'A., non avrebbe giovato alla sua immagine presso la diaspora. Dopo il 2000 le nuove generazioni, soprattutto negli USA, sarebbero state sempre meno in sintonia con lo stato sionista e con la sua politica. Questo deterioramento di immagine avrebbe reso gli ebrei dello stato sionista ancora più determinati e bellicosi, dal momento che il loro comportamento non sarebbe comunque sanzionato sul piano politico, su quello militare o su quello diplomatico. Lo stato sionista avrebbe potuto contribuire all'annientamento delle Tigri Tamil e all'esportazione del "modello Cisgiordania" per la creazione di zone cuscinetto in Sri Lanka. Loewenstein riferisce anche di fondati e dettagliati sospetti sulla collaborazione dello stato sionista alla repressione della minoranza musulmana in Myanmar. Dopo l'11 settembre 2001 lo stato sionista avrebbe tratto enormi vantaggi dalla crescita dell'industria della sicurezza interna: competenze e dispositivi sionisti avrebbero provveduto a qualsiasi tematica inerente la materia intanto che la propaganda avrebbe contribuito presentando qualsiasi forma di dissenso come parte di una stessa forza irrazionale da sconfiggere con mezzi militari. Loewenstein accenna a una "lobby filosionista" in cui molti professionisti dei media sarebbero sponsorizzati in viaggi gratuiti in cui verrebbe loro mostrata "una versione disneyana del conflitto, dove palestinesi e iraniani sono lo spauracchio"; per chi non presta la dovuta e riverente attenzione a chi cerca di far passare le guerre contro Gaza e l'interminabile occupazione della Cisgiordania come indispensabili alla sopravvivenza di uno stato ebraico, sarebbe sempre pronta l'accusa passepartout di antisemitismo. Loewenstein riporta che a fronte delle critiche crescenti, l'industria bellica sionista avrebbe ben accolto iniziative come quella delle Alpha Gun Angels, modelle poco vestite capaci di mostrare il sionismo armato come oggetto sessuale e al tempo stesso di spoliticizzare l'occupazione dei territori palestinesi. Pur privatizzata, l'industria della difesa continuerebbe ad agire come estensione dell'agenda politica dello stato sionista, sostenendone gli obiettivi; nell'ottica neoliberista adottata dopo gli anni '80 anche l'ANP, definita da Loewenstein un "affidabile difensore dello status quo in Cisgiordania", non rappresenterebbe altro che una forma di esternalizzazione dell'occupazione. L'A. descrive la propria personale esperienza dei posti di blocco (ne esisterebbero quasi seicento) che i palestinesi sono costretti ad attraversare per andare a scuola o al lavoro. Riconoscimento facciale e dettagli biometrici documenterebbero ogni movimento; le uniche interazioni con esseri umani anziché con dispositivi elettronici si verificherebbero nei casi di shoot to kill ascrivibili anch'essi a società private, cui se del caso lo stato sionista addossa ogni colpa. La funzione cardine delle élite sioniste nel campo della sicurezza altro non sarebbe che mantenere dietro ragguardevoli compensi l'occupazione dei territori e la repressione dei palestinesi. Secondo Loewenstein esisterebbe un progetto chiamato Google Ayosh che userebbe l'occupazione come fonte di dati per addestrare i sistemi di sorveglianza di massa prodotti e commercializzati dalla AnyVision/Oosto. I big data dalla Cisgiordania sarebbero alimentati tramite una app in dotazione all'esercito sionista, ai cui appartenenti -scrive Loewenstein- sarebbero riservati concorsi che premiano chi più arricchisce un gigantesco archivio chiamato facebook per i palestinesi. Secondo l'A. tuttavia le aziende esagererebbero l'efficacia dei prodotti e che a tutt'oggi lo Shin Bet, la cui attività consiste per lo più nel mantenimento dell'occupazione con l'uso di mezzi di controllo coercitivi, si avvarrebbe essenzialmente di individui e non di tecnologie. "Tubo di scarico da cui si diffonde il tanfo di marciume dell'occupazione" secondo la definizione di Gideon Levy, lo Shin Bet si arrogherebbe ogni genere di arbitrio contro la popolazione palestinese.
Loewenstein sostiene che nello stato sionista la disinvoltura con cui gli "esportatori di dispositivi di difesa" cercano clienti sarebbe ampiamente tollerata; i pochi detrattori sarebbero stati messi a tacere da una decisione della corte suprema, che dal giugno 2021 "non avrebbe più accolto, se non in circostanze eccezionali, alcuna istanza che contestasse le esportazioni della difesa".
Il terzo capitolo è dedicato al come prevenire lo scoppio di una pace. Loewenstein riporta che la disumanizzazione dell'avversario sarebbe da anni un processo compiuto, risultato inevitabile di un'occupazione a tempo indefinito in cui l'acquisizione e l'eliminazione di bersagli sul terreno sarebbe stata resa facile "come ordinare una pizza tramite uno smartphone". Citando Baruch Kimmerling, l'A. prende atto del compiuto politicidio dei palestinesi, inteso come "dissoluzione del popolo palestinese in quanto legittima entità sul piano sociale, politico ed economico"; i palestinesi sarebbero null'altro che un aggregato da rimuovere più o meno completamente dal territorio noto come "Terra di Israele". L'ideologia fondante dello stato sionista, perseguita incessantemente, avrebbe come principi essenziali la pulizia etnica e il separatismo. Loewenstein considera la situazione di Gaza l'esempio più calzante di traduzione operativa del separatismo, concretizzatasi in una barriera ad alta tecnologia costata più di un miliardo di dollari. La popolazione di Gaza sarebbe sottoposta a "un esperimento forzato di controllo dove vengono testate le tecnologie e le tecniche più recenti" destinate in misura crescente all'esportazione. In occasione di operazioni militari di portata rilevante l'esercito sionista allagherebbe mass media e reti sociali con propaganda propria, seguendo pattern comportamentali fatti propri anche dall'esercito statunitense. Con esiti grotteschi laddove la prassi quotidiana dell'assedio si alternerebbe e accompagnerebbe a contenuti woke come quelli sui diritti degli omosessuali. Nella propaganda l'operato dello stato sionista verrebbe presentato come accettabile perché finalizzato alla tutela dei valori occidentali e perché legittimato dallo sterminio degli ebrei d'Europa; la resistenza all'occupazione da parte di palestinesi che non possono vantare né l'una né l'altra cosa vi verrebbe presentata come inconcepibile. Loewenstein descrive poi con precisione lo sviluppo e la commercializzazione di droni da parte della Elbit, che avrebbe portato a una informale ma sostanziale alleanza tra stato sionista e Federazione Russa durante la guerra in Siria nell'utilizzo di un'arma che disumanizza al massimo lo scontro l'avversario.
La messa a punto di molti prodotti di successo dell'industria bellica sionista avverebbe anche grazie alla Unità 8200, organizzazione dei servizi militari composta da giovani reclute atte allo spionaggio e allo hacking che da una base nel Negev intercetterebbe ed elaborerebbe una enorme quantità di comunicazioni senza alcun riguardo sulla loro provenienza e sulla loro destinazione, cosa che avrebbe attirato sullo stato sionista forti critiche anche da parte statunitense ma che è normale per un'organizzazione priva di qualsiasi codice etico. I professionisti perfezionatisi nella Unità 8200 accetterebbero ben retribuiti ingaggi senza alcuna remora morale circa le intenzioni della propria clientela. A fare la fortuna della Mer Security sui mercati di tutto il mondo sarebbe stata invece nel 1999 la copertura della città vecchia di Gerusalemme con centinaia di telecamere. Lo stato sionista sarebbe oggi all'avanguardia nell'arte di rilevare rapidamente anomalie all'interno di enormi quantità di dati, raccolti alle spalle della popolazione palestinese in generale a prescindere dall'età, dall'ubicazione e dalle intenzioni. Solo dopo anni alcuni appartenenti alla Unità 8200 avrebbero protestato perché "Le informazioni raccolte e immagazzinate danneggiano persone innocenti. Sono usate per la persecuzione politica e per creare divisioni all’interno della società palestinese reclutando collaboratori e mettendo parti della stessa società l’una contro l’altra". I dati raccolti dalla Unità 8200 renderebbero potenzialmente impossibile la vita di qualsiasi soggetto attenzionato, rendendolo vittima di ricatti e gesti arbitrari. Nel corso della pandemia del 2020 lo stato sionista avrebbe usato i servizi dello Shin Betm "un'entità in gran parte al di sopra della legge", per tracciare e monitorare i potenziali casi di coronavirus e seguire i post sulle "reti sociali" per scoprire ogni prova di assembramenti; sistemi e tecnologie usati per controllare, spiare, censire e reprimere i palestinesi sarebbero stati rivolti una volta tanto -e tra ovvie proteste- contro i cittadini dello stato sionista. Il Ministero della Difesa avrebbe anche redatto un documento che promuoveva le aziende interessate come fornitrici di soluzioni ideali per "affrontare i vari bisogni delle autorità in tempi di emergenza. Lo scritto di Loewenstein nota in ogni caso come il marketing sionista difficilmente faccia cenno a chi fa normalmente le spese della "creatività" e della "energia" della "nazione start up".
Lo stato sionista è stato capace di Vendere l’occupazione al mondo, come si legge nel quarto capitolo. Loewenstein lo apre descrivendo la politica sionista sull'emigrazione, definita draconiana e forte del largo sostegno tanto dei cittadini quanto del più ampio contesto ebraico. Gli esecutivi Netanyahu avrebbero corrotto e blandito vari stati africani autoritari con la promessa di armi e/o di appoggi diplomatici, rimandando così in Uganda, in Ruanda o in Sud Sudan persone che non ne provenivano e che nello stato sionista vengono definite infiltrati. Secondo l'A. nello stato sionista l'odio verso gli africani sarebbe "diffuso e accettato" anche agli alti livelli dello establishment religioso. Loewenstein descrive anche i droni Heron forniti alla Frontex dallo stato sionista, sistemi di sorveglianza da remoto che sul Mediterraneo scattano foto ma non salvano nessuno. Starebbe alla guardia costiera decidere se intervenire o meno. Secondo Loewenstein, che dedica varie e severe pagine all'argomento, il fatto che Frontex si basi ampiamente su una sorveglianza aerea consentita dai mezzi di produzione sionista dimostrerebbe che la priorità dell'organizzazione con sede a Varsavia non sarebbero i salvataggi in mare, quanto la dissuasione alla partenza per viaggi sempre più insicuri dal momento che le politiche europee sarebbero propense a respingere i migranti a prescindere da potenziali pericoli. Questo, dopo che dalla sovversione in Libia, Siria, Yemen e Turchia alla base di buona parte del fenomeno i fabbricanti di armi europei avrebbero tratto redditi considerevoli. Ottima cliente dello stato sionista, l'Unione Europea non ha mai ufficialmente riconosciuto le colonie sioniste in Cisgiordania; Loewenstein sostiene comunque che non avrebbe fatto nulla per definire i rapporti con esso in modo da evitare che gli insediamenti ne traessero vantaggi economici. Secondo l'A. la UE avrebbe adottato inoltre una traduzione operativa del suo asserito impegno per i diritti umani molto selettiva: se l'occupazione russa in Ucraina è esecrabile, quella sionista della Palestina non sarebbe un problema. In Grecia in particolare i massicci acquisti di armamenti e apparati di sorveglianza dallo stato sionista, con particolare riguardo ai sistemi di repressione ad alta tecnologia, sarebbero destinati soprattutto a soddisfare l'elettorato. In Germania comportamenti analoghi servirebbero ad espiare colpe storiche: in un'amicizia senza incrinature con lo stato sionista, il mondo politico tedesco parrebbe propenso a credere che siano i palestinesi a doversi scusare per l'occupazione cui sono sottoposti. A una linea politica tanto netta non corrisponderebbero i risultati attesi; Loewenstein nota la crescente intolleranza verso gli ebrei nella UE, cui corrisponderebbe negli esecutivi sionisti una pari volontà a incoraggiare le aliot di quella provenienza a discapito di altre, suscettibili di portare nello stato sionista persone potenzialmente dipendenti da misure di natura assistenziale: coloro che arrivano da Minsk o da Tashkent "non sono cool e hip come i loro pari di Parigi o New York", e nello stato sionista sarebbero in molti a farglielo presente. L'A. registra di contro una crescente tendenza al rigetto da parte dell'opinione pubblica europea, anche se nella UE lo stato sionista potrebbe comunque contare su saldi settori della destra che ammirano e sostengono la politica sionista contro i palestinesi, ne appoggiano l'etnonazionalismo e le posizioni intransigenti verso l'Islam e i migranti.
Ne il fascino duraturo del dominio Loewenstein specifica che il successo dello stato sionista pare non aver risentito delle contraddizioni interne, prima tra tutte il fatto che la sua condizione politica e militare fanno sì che essere un ebreo nello stato sionista sia più pericoloso che vivere da ebreo in qualsiasi altro paese. Il sionismo si sarebbe tradotto nella costruzione di un "moderno, grande e potente ghetto che tiene lontani gli altri", senza riuscire per questo a costruire un'esistenza ebraica senza i non ebrei. Nel corso degli anni Settanta lo stato sionista avrebbe cementato rapporti politici, ideologici e militari col sud Africa dello apartheid, condividendo una "ideologia della sopravvivenza di minoranze che presentava i due paesi come avamposti a rischio della civiltà europea che difendevano la loro esistenza contro i barbari alle porte", sorvolando sulle esplicite simpatie nazionalsocialiste della élite afrikaner. Parte delle relazioni tra stato sionista e sud Africa avrebbe avuto carattere riservato, specie quelle riguardanti il reciproco appoggio al potenziale nucleare. Sull'argomento la reticenza sionista sarebbe assoluta e l'impianto nucleare di Dimona non sarebbe mai stato ispezionato dall'Agenzia Atomica Internazionale. I vantaggi reciproci non avrebbero riguardato solo le armi e la relativa industria, ma anche le best practices per il trattamento delle popolazioni indesiderate. I bantustan sudafricani avrebbero ispirato la élite sionista, propensa a considerarli un modello adatto alla Palestina; Loewenstein ricorda le centossessantacinque "enclave" palestinesi esistenti al momento della redazione del saggio, strette fra insediamenti e coloni violenti. Nel 2021 ex ambasciatori sionisti a Pretoria avrebbero messo nero su bianco che lo stato sionista altro non era che uno stato di apartheid che si ispirava al sud Africa precedente il 1994. Lo stato sionista di oggi secondo Loewenstein sarebbe "fonte di ispirazione, a livello ideologico e con i suoi dispositivi militari e d’intelligence, e il suo zelo missionario è volto a trovare e creare paesi con una disposizione simile [...] il suo sciovinismo e l’orgoglio spudorato nel preferire gli ebrei a chiunque altro forniscono un modello facilmente esportabile e che può essere adattato a una moltitudine di paesi e scenari". Non solo un attore di primo livello nell'architettura di controllo del nord globale, ma un modello emulato in una varietà di contesti. L'A. cita il caso dell'occupazione indiana in Kashmir, sottolineando l'importanza della Repubblica dell'India come cliente delle armi prodotte o commercializzate dallo stato sionista e come diligente allievo per le pratiche repressive più caratteristiche come la distruzione delle abitazioni. L'ascesa del nazionalismo indù avrebbe portato a un crescente rispetto reciproco con lo stato sionista, e anche in questo caso le trascorse simpatie nazionalsocialiste di certa élite indiana non sarebbero state messe in rilievo da nessuno. Al contrario, lo establishment sionista avrebbe approvato e incentivato il silenzio mediatico sulle mene indù nel Kashmir, regione in cui Loewenstein ritiene più verosimile il rischio di una ulteriore radicalizzazione della maggioranza indiana che non la possibilità che i musulmani del posto intraprendano una resistenza organizzata alla repressione.
Loewenstein scrive anche che la Repubblica Popolare Cinese non avrebbe bisogno dello stato sionista per reprimere le proprie minoranze indesiderate, essendo capacissima di provvedere in proprio. Nondimeno i rapporti fra i due paesi sarebbero improntati a una buona collaborazione e lo stato sionista avrebbe fornito armamenti alla Cina fin dal 1989, dopo l'embargo seguito al massacro di piazza Tienanmen. Lo stato sionista avrebbe anche in questo caso rispettato un proprio modello pluridecennale, che consiste nel chiudere un occhio su molti casi di repressione e nel comportarsi seguendo il consueto doppio standard. Un doppio standard cui la "libera informazione" si sarebbe adeguata senza scosse, rappresentando la Repubblica Popolare Cinese come una minaccia per il mondo e lo stato sionista come un avamposto di democrazia, a fronte di condotte e metodi difficilmente distinguibili.
Dopo il 2014 i sistemi Elbit -provati in quelle che sarebbero state eufemisticamente definite "condizioni simili all'Arizona"- avrebbero aiutato anche gli USA a blindare il confine messicano secondo modalità simili a quelle usate per il muro sionista nei territori occupati. Droni armati di laser e cani robot per il respingimento di nuovi arrivi sarebbero operativi a livello sperimentale insieme a muri fisici veri e propri, ovviamente pubblicizzati come "soluzioni umanitarie". Nei suoi stretti rapporti con gli USA lo stato sionista conterebbe anche sul fatto che vi esisterebbe un vasto e radicato consenso nei suoi confronti; la difesa dello stato sionista sarebbe considerata alla stregua di un dogma religioso imprescindibile, in un clima politico in cui la trovata securitaria più demenziale trova ampia condiscendenza nei mass media.
La sorveglianza di massa dello stato sionista si trova nel cervello del vostro telefono, assicura Loewenstein nel sesto capitolo in cui espone usi e funzionamento dello spyware Pegasus, prodotto e commercializzato dalla sionista NSO, molto diffuso e ancor più utilizzato. Secondo l'A. USA e stato sionista si spierebbero a vicenda e lo stato sionista trasferirebbe tecnologie adatte al data mining a società private, che a loro volta le userebbero per analizzare quantità enormi di dati contenenti informazioni militari, diplomatiche ed economiche da condividere con i funzionari sionisti. La vendita di strumenti di cybersorveglianza ad alcuni paesi africani servirebbe allo stato sionista per ottenerne voti favorevoli in sede ONU quando necessario, e sul mercato NSO e stato sionista opererebbero comunque di concerto con comune vantaggio. Secondo Loewenstein non solo le autorità a capo di stati sovrani, ma una serie di entità private che spesso agirebbero per procura per conto di attori statali sarebbero in grado di condurre attacchi informatici in grado di mettere in ginocchio intere infrastrutture industriali e governative, in un contesto pressoché privo di normativa. L'A. sottolinea come in simili settori profitti e "diritto all'esistenza" dello stato sionista siano presentati come una cosa sola e come un giustificativo valido in qualsiasi circostanza, anche contro le istanze di stretti alleati come gli USA. Le tecnologie ideate e prodotte nello stato sionista di fatto aiuterebbero il consolidamento di regimi autoritari favorendo la repressione di qualsiasi gruppo suscettibile di urtare gli interessi del potere, rileva Loewenstein citando l'omicidio Khashoggi ed entrando nei particolari sull'utilizzo di Pegasus in svariati casi, dal Messico al Marocco, dal Togo all'Ungheria, dall'India all'Uganda fino a El Salvador e alla Thailandia. Pegasus sarebbe insomma diventato uno strumento chiave nella politica interna ed estera dello stato sionista, e come tale sarebbe protetto -anche in sede processuale- come si proteggono gli interessi fondamentali di uno stato sovrano. L'opinione pubblica dello stato sionista considererebbe motivo di orgoglio le armi cibernetiche; come la lobby statunitense delle armi asserisce che ad uccidere sono le persone, allo stesso modo i difensori della NSO sostengono che il problema non sarebbero le tecnolgie ma i governi che se ne servono. La sionista Cellebrite agirebbe in modo analogo alla NSO, eludendo l'attenzione dei media e fornendo sistemi di spionaggio telematico con imparzialità e profitto a governi che li avrebbero usati per colpire capillarmente gli oppositori. Imprese come Psy-Group e Black Cube avrebbero influenzato la politica di vari paesi diffondendo contenuti falsi sul web, manipolando l'opinione pubblica e raccogliendo informazioni su individui e organizzazioni sgraditi alla committenza (pubblica o privata che fosse) e soprattutto a Tel Aviv. Il tutto, venendo chiamate a rispondere in pochi o nessun caso dato che il settore sarebbe poco o per nulla regolamentato.
Anche le società dei social media non amano i palestinesi. Nel settimo capitolo Loewenstein espone una aneddotica che dimostrerebbe la forte influenza che lo stato sionista eserciterebbe sui responsabili delle varie piattaforme, cosa che comporterebbe la rimozione di ogni contenuto sgradito come prassi abituale. Nel 2021 la corte suprema avrebbe riconosciuto la liceità dell'operato delle organizzazioni sioniste che curano la rimozione dei contenuti palestinesi. Un bias favorevole ai contenuti filosionisti sarebbe stato identificato anche da addetti alla moderazione al lavoro presso le piattaforme più note. L'A. sottolinea come ovvia l'esistenza di un doppio standard anche in questo campo: sulle "reti sociali" le conversazioni in ebraico in cui agli arabi vengono prospettati trattamenti irripetibili non risveglierebbero la solerzia censoria di nessuno. La rimozione di contenuti palestinesi non graditi si avvarrebbe invece di scusanti legalmente inattaccabili, come la "confusione" fatta dai censori o dai loro algoritmi sull'uso di vocaboli come al Aqsa o Qassam. Di fatto il comportamento per lo meno poco equilibrato della "moderazione" sui social non sarebbe, da anni, un mistero per nessuno; le grandi imprese del settore considererebbero l'attenzione anche meramente formale per le preoccupazioni di minoranze poco redditizie come una sostanziale seccatura. L'A. cita almeno un caso in cui la diffusione di un messaggio antiarabo del tipo normalmente tollerato si sarebbe tradotta nello stato sionista in vari e sottovalutati episodi violenti, e documenta vari casi in cui la consapevolezza dei bias da parte dei gestori delle piattaforme risulterebbe chiara. L'assiduità con cui lo stato sionista persegue reati come l'istigazione all'odio e alla violenza sarebbe secondo Loewenstein connotata da caratteristiche molto sui generis, dal momento che sarebbero pochissimi gli ebrei detenuti per queste fattispecie. Il controllo sionista sulle reti sociali sarebbe arrivato invece al punto che condividere la foto di uno shahid ("martire") o di un prigioniero sarebbe sufficiente per rischiare di essere imputati per istigazione. Nel 2022 la solerzia con cui le "reti sociali" hanno tutelato la libertà di parola in Ucraina avrebbe confermato per l'ennesima volta agli occhi dei palestinesi l'esistenza di un doppio standard. Per escludere che le reti sociali diano visibilità all'occupazione, a Gaza e alla situazione in Cisgiordania lo stato sionista muoverebbe lobby potenti e numerose, cui sarebbe ricorso per convincere vari paesi ad adottare linee guida che definiscono antisemita qualsiasi contenuto sgradito alla linea dello stato sionista.
Nelle conclusioni Loewenstein nota che lo stato sionista è riuscito a costruire e a presentare di sé un'immagine di democrazia assediata ma in salute e con una storia di successo senza pari nei settori della difesa e della tecnologia. Un'immagine quasi inscalfibile, tanto più che il prezzo politico e finanziario pagato dai suoi cittadini per una posizione di vertice in materia di armamenti e di ideologia etnonazionalista ottima anche per l'esportazione sarebbe a tutt'oggi nullo. Il laboratorio palestinese consentirebbe allo stato sionista di avvantaggiarsi in molti settori di prevedibile esercizio per la repressione, dai mutamenti climatici a un programma intensivo di colonizzazione. Nello stato sionista si prefigurerebbe una situazione in cui una maggioranza ebraica aggressiva potrebbe lecitamente imporsi sui non ebrei con mezzi sempre più brutali. In questo lo stato sionista punterebbe anche a fare da modello per altre realtà con inclinazioni analoghe, tutte potenziali clienti di un paese in cui le spinte estremistiche e l'idea di una espulsione di massa della popolazione araba sarebbero posizioni sempre più popolari al punto da far pensare a una concordanza con l'estremismo bianco statunitense. Nel 2022, constata l'A., "L'alleanza di estrema destra del Sionismo Religioso, che propugna il suprematismo ebraico e l’allontanamento forzato dei palestinesi, è diventata il terzo maggiore blocco politico nella Knesset. L'equivalente del Ku Klux Klan che abbatte una porta brandendo un fucile d’assalto".


Antony Loewenstein - Laboratorio Palestina. Come Israele esporta la tecnologia dell’occupazione in tutto il mondo. Fazi editore, Roma 2024. 336 pp.