In L'Occidente e il nemico permanente la ex diplomatica Elena Basile sostiene che l'Occidente abbia consapevolmente adottato una visione patologica del mondo per cercare di sfuggire ai processi di declino che esso stesso ha innescato, e che il ricorso alla guerra abbia nella sua pratica politica un ruolo sostanziale.
Luciano Canfora descrive in toni al limite del derisorio lo sviluppo di una propaganda "occidentale" che con la sostanziale parentesi 1941-1945, fatta peraltro dimenticare appena possibile, non avrebbe mai smesso di inveire contro un nemico perfetto ad est del continente europeo. Il crollo del comunismo non avrebbe comportato che qualche minimo mutamento lessicale, necessario perché con la democratura che aveva sostituito l'Impero del Male l'Occidente avrebbe comunque fatto ottimi e non sempre limpidi affari. Il prefatore affronta il tema forte della freddezza lucida di Benedetto Croce che nel settembre del 1945 commentava la fine dell'ostilità britannica contro la Spagna franchista osservando come -soprattutto in politica estera- le parole che ammantano l'azione non abbiano e non pretendano neppure di avere un contenuto di verità. L'"Occidente" non avrebbe certo perso le velleità egemoniche, e neppure l'uso di aizzare satelliti più o meno occasionali contro un nemico aggredibile con qualsiasi mezzo "dall'assassinio mirato al predicozzo". Nella propria presunta e autocertificata rettitudine ideologica, esso avrebbe perfezionato l'arte della menzogna pubblica e operato inimicandosi riformatori rispettabili e facendosi amici i sovrani più disgustosi.
Introducendo quello che è nella sostanza un pamphlet destinato a fare da riepilogo al lavoro svolto dalla Basile come editorialista per "Il Fatto Quotidiano", l'A. sostiene che allo stato attuale delle cose il mondo della politica -asservito al conformismo oscurantista fino al punto di togliere ogni spazio alla razionalità, alla logica e all'etica- non avrebbe più alcun contatto con una società civile operosa e istruita, insofferente verso la retorica militarista e la sottocultura che ha intriso ogni spazio mediatico. Con questo volumetto l'intenzione della Basile è anche quella di illustrare in modo organico le tendenze che hanno plasmato il mondo negli ultimi decenni, rifacendosi ai conflitti in atto nel 2024 in Ucraina e i Medio Oriente. Nel caso dell'Ucraina l'A. considera identificabile una coerente strategia statunitense tesa a raggiungere obiettivi geostrategici precisi a tutto detrimento dell'Europa. Gli USA -aggressore strategico- avrebbero ordito tutto per saggiare la resilienza della Russia -aggressore tattico- a fronte di una guerra economica e militare per procura. L'A. considera verosimile che tocchi ai conservatori statunitensi ammettere gli errori -come per le "esportazioni di democrazia" iniziate in grande stile nel 2001- e lasciare all'Europa la sconfitta militare, politica ed economica. In Medio Oriente gli USA presenterebbero un caso paradossale di stato sponsor erconomico e militare inghiottito politicamente dallo stato sionista, dipendente e sponsorizzato oltre che controllato da una destra messianica per nulla disposta a un approccio che preveda uno scambio di pace contro territori. La prima parte del saggio espone prodromi ed eventi della guerra in Ucraina. A metà degli anni Novanta dopo la dissoluzione dell'URSS l'affermazione dell'OSCE avrebbe fatto pensare a un futuro in cui la cooperazione politico-militare, economica e culturale avrebbe reso possibile assicurare pace e prosperità a tutti i paesi partecipanti. Il perdurare della NATO avrebbe rappresentato una ambiguità, dal momento che l'OSCE includeva la Russia e i suoi vicini mentre la NATO univa comunque l'Occidente contro un nemico comune. A trionfare sarebbe stata una lettura per cui la Russia avrebbe dovuto pagare il prezzo della sconfitta, al di là delle flebili e mai formalizzate rassicurazioni di James Backer sul fatto che la NATO non avrebbe cercato di allargarsi ad est. All'allargamento della NATO nel 1997 George Kennan avrebbe previsto l'inizio di una nuova guerra fredda, con la fine di rapporti accettabili tra Russia ed Europa e conseguenze negative anche per lo sviluppo di un sistema democratico in Russia. Tre anni dopo il secondo allargamento del 2004, Vladimir Putin avrebbe annunciato "in modo assertivo e inequivocabile" la fine del mondo unipolare: la Russia non avrebbe rinunciato alla difesa dei propri interessi e non avrebbe chinato la testa "davanti all'unico padrone". Secondo la Basile la dottrina occidentale che prevedeva una strategia offensiva sia sul piano militare che su quello economico sarebbe stata messa in piedi sull'errato presupposto della debolezza e della remissività russe: i mass media avrebbero presentato senza incrinature le ostilità in Ucraina secondo il copione dello scontro di civiltà e del mondo occidentale in lotta contro le autocrazie. Le classi dirigenti europee e statunitensi avrebbero intrapreso una guerra senza strategia e con il solo obiettivo di erodere con ogni mezzo il potere di una potenza nucleare postulata come in condizioni di dover subire di tutto, per arrivare al suo sgretolamento e all'esproprio di ogni risorsa idrica, mineraria ed energetica. Nel 2008 la NAYO avrebbe ribadito la propria "politica della porta aperta", ovvero dell'espansionismo strategico e offensivo dell'Alleanza fino ai confini russi. Questo, nonostante l'esecutivo statunitense avesse saputo dall'ambasciatore a Mosca che tutto lo establishment russo avrebbe considerato l'ingresso dell'Ucraina e della Georgia nella NATO come inammissibile per una serie di radicate ragioni storiche ed emotive oltre che strategiche.
La Basile ricorda le strette relazioni russo-tedesche, contrarie agli interessi degli USA. L'aggressione statunitense all'Iraq del 2003 avrebbe fatto emergere il contrasto, continuato con le resistenze tedesche all'espansionismo della NATO e al bellicismo anglosassone in generale. Paradossalmente l'aggressione occidentale alla Grande Jamahiriya Araba di Libia Popolare e Socialista sarebbe stata agevolata da un benestare russo e cinese all'ONU che avrebbe fatto spiccare ancora di più il disallineamento tedesco. L'A. nota che sarebbe stata la linea politica influenzata dal politico svedese Carl Bildt, uno che avrebbe "costruito la sua intera carriera sulla russofobia del paese", a spingere per gli aut aut sull'accordo di associazione tra UE e Ucraina, portando alle tensioni che sarebbero esplose in Piazza Maidan. L'apertura del gasdotto North Stream 1 nel 2011 sarebbe stata l'estrema difesa di Berlino a tutela di un modello economico che aveva permesso la crescita grazie alle forniture di gas a basso prezzo e che gli USA avrebbero percepito come pericolosamente sbilanciato verso la Repubblica Popolare Cinese e come potenziale minaccia alla loro supremazia. I gasdotti sarebbero stati distrutti nel 2022 per iniziativa della NATO (l'A. presta fede a una ricostruzione di Seymour Hersh pesantemente criticata da più parti) facendo della Germania un paese manifatturiero in recessione. La Polonia e i Paesi dell’Europa centroorientale si comporterebbero ormai "come gli alfieri di un nuovo progetto unipolare cui i neoconservatori [statunitensi] si dedicano con straordinario entusiasmo, nonostante le batoste sofferte con le guerre di esportazione della democrazia". Questo "atlantismo muscolare e neoconservatore" avrebbe prevalso sostenendo in Ucraina il dissenso armato che avrebbe portato a Piazza Maidan e al "Fuck the EU" con cui Victoria Nuland avrebbe liquidato ogni linea prudenziale. L'occupazione russa della Crimea e la difesa della base di Sebastopoli sarebbero stati la prima reazione a una strategia statunitense "coerente e visionaria" che fin dagli anni Novanta avrebbe perseguito l'integrazione euroatlantica dell'Ucraina. La linea temeraria seguita dai conservatori statunitensi sarebbe servita anche a presentare alla NATO un avversario sufficiente a salvaguardare interessi e privilegi di una casta intesa a combattere "i nemici che essa stessa crea" e soprattutto in grado -assai più di AlQaeda- di giustificare i livelli di spesa conseguenti. Dopo il 2014 la presa di distanza delle regioni orientali e russofone dell'Ucraina rispetto alla cacciata di Viktor Janukovyč avrebbe autorizzato nei loro confronti l'avvio di una serie di campagne punitive da parte di Kiev, costate fino al 2022 quattordicimila vittime in totale. Nel 2014 e nel 2015 Francia e Germania avrebbero fatto da garanti agli accordi di Minsk fra Ucraina e Russia e alle relative garanzie per la popolazione russofona in Ucraina; anni dopo gli allora protagonisti François Hollande e Angela Merkel avrebbero confermato la natura di diversivo dell'iniziativa, che in ottica occidentale sarebbe dovuta servire solo per armare e addestrare meglio l'esercito ucraino.
Il pamphlet rileva come la guerra in Ucraina sia stata descritta al pubblico come "una catastrofe piovuta dal cielo" senz'altra causa che non i disegni imperialistici russi; alzatosi di cattivo umore, Putin avrebbe deciso di invadere il paese e di marciare fino a Kiev. Una versione plausibile solo ignorando gli avvenimenti degli ultimi decenni, dall'invito all'Ucraina di entrare nella NATO risalente al 2008 alle proposte russe di negoziato ignorate sistematicamente fino al dicembre 2021, passando per la interpretazione per lo meno unilaterale degli accordi di Minsk. Lo stesso Zelensky, eletto nel 2019 con un programma pacifista e favorevole alla riconciliazione per il Donbass, sarebbe stato lasciato solo sotto il ricatto dell'estrema destra. La stessa che -sostenuta dagli anglosassoni- dopo un mese di ostilità si sarebbe opposta a un accordo con la Russia che avrebbe lasciato un'Ucraina neutrale e attenta alle autonomie locali e linguistiche libera di avvicinarsi commercialmente all'Unione Europea. Negli anni precedenti il ritiro unilaterale di George W. Bush dal trattato ABM (2002) avrebbe consentito di schierare missili antiaerei a ridosso dei confini russi e la NATO avrebbe provveduto alla interoperabilità con le forze ucraine. Dal 18 al 20 febbraio 2022, ricorda la Basile, nel Donbass separatista ci sarebbero stati bombardamenti continui; nel complesso una condotta piuttosto strana per chi afferma di non aver incoraggiato i russi all'aggressione. La corresponsabilità occidentale nella provocazione del conflitto sarebbe evidente -la Basile cita i diversi punti di vista di Mearsheimer, Kissinger, Abelow, Romano, Canfora, Cardini, Minolfi e Baud- dal momento che l'Occidente avrebbe intrapreso un accerchiamento militare punteggiato di provocazioni intanto che la "libera informazione" e lo stesso mondo politico occidentale attaccavano Putin con insulti che durante la guerra fredda nessuno si sarebbe permesso di scagliare contro i dirigenti sovietici.
Con la guerra in Ucraina gli USA sarebbero riusciti a spezzare la sgradita relazione russo-tedesca approfittando di una "nuova Europa" fondata sul sentimento antirusso dei paesi scandinavi, baltici e orientali e mettendo fine a decenni di dialogo; l'Unione Europea sarebbe stata ridotta a una pedina atlantica. Di contro, Mosca si sarebbe rafforzata resistendo economicamente, diversificando e ampliando le proprie alleanze in un mondo non più incline all'ossequio verso la "egemonia benevola" degli USA. L'A. nota che il piano statunitense per una stretta cooperazione con Kiev sarebbe stato firmato nell'agosto del 2021. Lo stesso mese della "affrettata e poco dignitosa" ritirata da Kabul. In Ucraina si prospettavano ostilità meno onerose e più redditizie, in un contesto non difficile da abbandonare nel caso la situazione precipitasse.
La guerra in Ucraina avrebbe anche messo fine a una globalizzazione che avrebbe portato a una distribuzione del potere economico e finanziario molto diversa da quella auspicata in Occidente. La competizione economica scatenata dagli stessi USA avrebbe portato la Repubblica Popolare Cinese a superarli verso il 2050; una prospettiva cui gli USA avrebbero reagito con l'arroccamento; nella patria del neoliberismo (per gli altri) il protezionismo sarebbe diventato l'approccio abituale. Gli USA avrebbero abbandonato l'idea di guidare un sistema internazionale stabile e aperto e sulle regole certe del diritto internazionale; il loro abbandono del dialogo e della mediazione consentirebbe anche di inabilitare le organizzazioni multilaterali come l'ONU. I neoconservatori giocherebbero con piena consapevolezza l'azzardo di scegliere i prossimi avversari fra potenze nucleari anziché tra "stati canaglia" militarmente irrilevanti; l'idea sarebbe quella di innescare conflitti a bassa intensità che dividano il mondo in blocchi e di "proteggere il dollaro in un universo più piccolo e rassicurante".
Il saggio ricorda anche la situazione della Russia dei tempi di Boris Eltsin, che sarebbe stata quella di un paese desovranizzato, messo rapidamente in ginocchio dalle privatizzazioni e dalle riforme neoliberiste indicate dagli USA. L'austerità, la depressione economica, il calo del 50% della produzione, la disoccupazione e le mostruose ingiustizie sociali avrebbero rappresentato un ricordo indelebile di quel periodo per la società civile russa. Nel 1999 l'aggressione della NATO contro la Jugoslavia, presentata al pari delle altre come operazione intesa a proteggere la popolazione da un dittatore, avrebbe mostrato alla Russia in quale conto fossero tenute in Occidente le sue istanze. Il mondo politico russo ne avrebbe concluso che solo il fatto di essere una potenza nucleare avrebbe impedito al paese di fare la stessa fine. Negli anni successivi le tensioni dovute all'allargamento della NATO sarebbero passate in secondo piano rispetto all'intesa per il contrasto a minacce comuni, per poi riesplodere nel 2008 con l'attacco georgiano contro l'Ossezia del Sud, cui Mosca avrebbe reagito con le armi senza che negli USA si prendesse atto dell'esistenza di linee rosse non valicabili. Negli stessi anni l'intromissione occidentale nel mondo arabo avrebbe apportato ulteriori motivi di contenzioso con Mosca, la cui classe dirigente sarebbe rimasta sconvolta nel 2014 da quella che ai suoi occhi sarebbe stata una sfida diretta e brutale. Alla cacciata di un presidente filorusso eletto regolarmente e alle conclamate ingerenze occidentali la Russia avrebbe reagito occupando la Crimea. Solo a quel punto l'attenzione occidentale si sarebbe risvegliata, con l'inizio di una campagna propagandistica antirussa e l'imposizione di sanzioni economiche. La Basile sottolinea la contraddittorietà dell'iniziativa russa, la cui prassi ricalcava iniziative statunitensi già esecrate; al di là della prima impressione Mosca avrebbe reagito militarmente perché l'integrazione della Russia nell'economia globale non sarebbe in ogni caso dovuta avvenire a detrimento della sovranità, dell'indipendenza politica e degli interessi strategici del paese. Dopo il 2008 l'ascesa dell'economia cinese avrebbe consentito l'azzardo fornendo a Mosca un'alternativa concreta all'isolamento e all'autarchia. I paesi occidentali invece non avrebbero mai cambiato atteggiamento, rifiutando anche di prendere in considerazione le richieste moscovite sulla neutralità dell'Ucraina. La Basile scrive che la guerra del 2022 non avrebbe avuto per Mosca altra alternativa se non la progressiva rinuncia alla propria sovranità: non andare allo scontro avrebbe permesso il rafforzamento militare dell'Ucraina occidentale antirussa, strumento della strategia statunitense da oltre vent'anni. La prima parte del pamphlet conclude sostenendo che dopo oltre due anni di combattimenti i neoconservatori occidentali si troverebbero davanti a un nuovo fallimento, stante la debolezza delle controffensive ucraine e la resistenza politica ed economica di Mosca. A meno che l'obiettivo non fosse quello di distruggere un paese (e una generazione) combattendo contro i russi fino all'ultimo ucraino.
La seconda parte del libro si apre con una sintesi degli eventi che avrebbero portato all'attuale situazione nel conflitto tra Palestina e stato sionista, partendo dalla dichiarazione Balfour del 1917 e passando dalla Nakba, dalla crisi di Suez, dalla guerra dei Sei Giorni, dalla guerra del Kippur fino alla prima intifada, dagli accordi di Oslo e dai colloqui di camp David per finire con la vittoria elettorale di Hamas, l'operazione Piombo Fuso e i successivi quindici anni in cui lo stato sionista ha potuto contare su un sostegno occidentale privo della minima incrinatura, fino al brusco risveglio del 7 ottobre 2023. In questo lungo excursus l'A. specifica alcuni punti senz'altro difficilmente toccati dalla cronaca e sottolinea il mutare dell'atteggiamento statunitense con il passare dei decenni, sia nei confronti dello stato sionista che verso i suoi avversari. Nota ad esempio che dopo la Nakba le classi dirigenti palestinesi sarebbero riuscite a integrarsi altrove, fenomeno che avrebbe lasciato la popolazione generale in preda a un processo di proletarizzazione e di depauperamento appena temperato dal livello di istruzione assicurato dall'UNRWA e dalla coscienza politica che esso riusciva a mantenere. Cita la deviazione del Giordano portata a termine dallo stato sionista negli anni Sessanta del XX secolo per irrigare il Negev, la distruzione del quartiere marocchino di Gerusalemme Est dopo la guerra dei Sei Giorni, la designazione fin dal 1980 da parte della Knesset sionista di Gerusalemme unita come capitale e la linea politica ispirata da Golda Meir per cui non esistendo una identità nazionale palestinese non sarebbe esistito nemmeno un soggetto interlocutore con cui trattare una ipotetica restituzione dei territori occupati. Nella stessa linea di pensiero l'A. pone le varie declinazioni del senso di appartenenza a una civiltà superiore diffuse in Occidente dopo il 2001, accomunate da "assonanze stupefacenti con il colonialismo di un tempo". Una pretesa che sul piano pratico si sarebbe tradotta nel sostegno propagandistico a due decenni di democrazia da esportazione. Nel caso specifico l'Occidente avrebbe legittimato in misura sempre maggiore le iniziative di uno stato sionista sempre pronto a disconoscere la legittimità dell'interlocutore, propensione peggiorata nei suoi esiti dalla perdita complessiva di una visione a lungo termine. Dopo la vittoria elettorale di Hamas e la fine della credibilità dell'ANP la condiscendenza verso qualsiasi efferatezza perpetrata dallo stato sionista sarebbe diventata la norma, al punto da rendere le democrazie moralmente inferiori ai nemici designati. Il contrasto fra la realtà moderna e sviluppata dello stato sionista e le condizioni dei territori occupati e di Gaza sarebbe da attribuire anche all'espansione delle colonie, che avrebbe comportato la parcellizzazione del territorio, l'accaparramento delle risorse idriche e petrolifere e la limitazione alla libertà di circolazione.
Alle radici del conflitto l'A. mette il ruolo molto marginale che la diplomazia avrebbe avuto nella fondazione dello stato sionista, la sostanziale scomparsa della borghesia palestinese dopo la Nakba e l'opportunismo di paesi arabi più che disposti a servirsi di una popolazione palestine portata all'estremismo dall'esasperazione per perseguire i propri interessi. In questo, agirebbero in modo analogo al crescente numero di esponenti della lobby sionista in azione permanente negli USA, in cui le nuove leve sarebbero costituite da evangelici conservatori venuti su in uno humus culturale messianico e razzista, assai più interessati a perseguire i propri scopi che non al bene comune e alla sicurezza del popolo ebraico. La scarsa regolamentazione di campagne elettorali condizionate dai finanziamenti metterebbe gruppi di interesse come l’American Israel Public Affairs Committee (Aipac), l’Anti Defamation League (Adl) e la Zionist Organization of America (Zoa) in grado di imporre in ogni caso alla politica statunitense un sostegno incondizionato alla politica dell'esecutivo sionista prima -e in qualche caso anche contro- che agli interessi degli ebrei. Secondo la Basile si sarebbe creata una situazione paradossale per cui lo stato sionista -nove milioni di abitanti- controllerebbe di fatto la politica statunitense.
La terza parte del pamphlet esamina lo spazio politico e mediatico delle guerre iniziando con una sprezzante descrizione della programmazione televisiva, dominata da una demenziale semplificazione delle teorie politiche. Il conflitto in Ucraina e quello a Gaza sarebbero ritratti dalla "libera informazione" decontestualizzando gli eventi e incolpando della guerra la repentina apparizione di un malvagio metafisico. Sull'espansionismo aggressivo della NATO e dello stato sionista il silenzio sarebbe totale: la prospettiva storica, inesistente. Cancellare le cause storiche dei conflitti permetterebbe di ritrarli come opposizioni di carattere etico-religioso e di conferire valore etico a interessi geopolitici concreti. La demonizzazione dell'avversario consentirebbe invece di togliere spazio alla diplomazia: in Ucraina la pace sarà "la sconfitta della Russia fino all'ultimo ucraino", a Gaza "la sconfitta di Hamas fino all'ultimo palestinese". A garantire il clima mediatico necessario sarebbe l'applicazione della dottrina di Lipmann sulla propaganda, per cui sarebbe possibile manipolare le classi lavoratrici affinché concorrano alla realizzazione di obiettivi che razionalmente ripudierebbero. Rispetto al passato il messaggio propagandistico avrebbe guadagnato molta efficacia e molta imponenza dalle interconnessioni che esistono tra gli interessi delle multinazionali e quelli dei mass media; dirigenti e politici si scambierebbero ruoli e cariche "in una allegra danza" che sembra interessare a pochi. La pauperizzazione delle professioni mediatiche avrebbe inoltre assicurato autocensura e autoindottrinamento di quanti intendono conservare il proprio posto di lavoro entrando a far pare di una casta autoreferenziale il cui compito sarebbe quello di mediare tra potere e pubblico. Nel settore, l'interiorizzazione del pensiero delle classi dominanti sarebbe tanto compiuta da rendere spesso superflue eventuali censure. L'A. ripercorre a questo proposito alcune vicende personali nel suo rapporto con il mondo della "libera informazione", che la avrebbe discriminata e additata al linciaggio mediatico per essersi distaccata -peraltro in misura minima- dalla narrativa desiderabile. Il democratismo occidentale, sottolinea la Basile citando il caso di Julian Assange, potrebbe contare su un potere robusto e ramificato al punto da non dover ricorrere alla repressione violenta tipica delle autocrazie fragili. Il depotenziamento dei partiti e la scomparsa o l'ininfluenza dei corpi intermedi potrebbero contare su una compiuta interiorizzazione della censura da parte dell'opinione pubblica e avrebbero facilitato l'imposizione di un monolitico clima da restaurazione che nella penisola italiana sarebbe stato inconcepibile persino ai tempi delle "stragi di stato".
Nell'ultima parte dello scritto la Basile considera per sommi capi la realtà di un mondo multipolare esaminando innanzitutto come l'annessione della Crimea nel 2014 abbia significato in Russia l'abbandono di una linea politica volta alla costruzione di uno Stato sovrano e di una economia prospera e integrata, politica da cui avrebbe tratto beneficio il blocco sociale da sempre sostenitore di Vladimir Putin. La scelta -potenzialmente dirompente- sarebbe stata resa praticabile dai mutamenti economici e politici intervenuti negli anni precedenti, che avrebbero convinto i russi della possibilità di non doversi comportare a tempo indefinito come i perdenti della guerra fredda e di quella di partecipare alla creazione di un mondo multipolare. Messi davanti alle contraddizioni della globalizzazione che erano stati convinti di dominare, gli USA avrebbero reagito agli eventi in Ucraina tornando a una politica di potenza che avrebbe prevalso sugli interessi economici e sulle aperture al mercato globale. Nel riassumere la storia economica statunitense dal dopoguerra a oggi, contrassegnata in particolare dalla fine della convertibilità del dollaro in oro, l'A. si sofferma sul crollo del sistema finanziario del 2008 e sui sistemi che hanno consentito di salvarlo arricchendo ulteriormente i protagonisti della finanza e contribuendo allo smodato rafforzamento di un'economia finanziaria priva di legami con quella reale. Nel frattempo il debito nazionale statunitense avrebbe raggiunto livelli tali (il 135% del reddito nazionale) da obbligare gli USA a destinare il 40% del gettito fiscale al pagamento degli interessi e da indurli a considerare prioritario il rifinanziamento del debito. In Europa invece la crisi economica sarebbe stata accompagnata da politiche di surreale austerità, incapaci di distinguere fra sprechi e investimenti vitali. Un conflitto di vaste proporizioni in Medio Oriente, che i governanti occidentali darebbero ormai per scontato, potrebbe agire come shock rifinanziando il debito statunitense.
Riguardo ai possibili sviluppi del conflitto in Ucraina la Basile ricorda l'esistenza di piani e strategie per arrivare allo smembramento della Federazione Russa in piccoli Stati divisi dal nazionalismo etnico: piani che circolano liberamente da anni negli ambienti politici e militari degli USA. Ricorda anche la brusca virata statunitense in materia di alta tecnologia; la restrizione in materia imposta ai traffici con la Repubblica Popolare Cinese contraddirebbe decenni di apertura economica tesi a inserire la Cina in forma subalterna nel sistema economico occidentale, ma in concreto sarebbe dovuta alla volontà di contrastare la formazione e il consolidamento di una "nuova via della seta" prospettata nel 2013 dalla Repubblica Popolare e suscettibile di abbandonare il dollaro. La confisca occidentale delle riserve valutarie russe nel 2022 avrebbe convinto la Cina a sostituire il dollaro con altre valute nei pagamenti internazionali, approntando anche sistemi di pagamento on line in grado di scavalcare gli scambi in dollari. La Basile sottolinea l'incapacità della classe dirigente degli USA di accettare un passaggio pacifico a un mondo multipolare. In un simile quadro economico e finanziario, le ostilità in Ucraina e quelle in Medio Oriente non avrebbero altro fine che quello di contribuire all'egemonia del dollaro messa in pericolo dalle potenze emergenti. L'intento occidentale sarebbe quello di incrementare instabilità e divisioni al punto da imbrigliare lo svilppo economico cinese e quello delle altre potenze. L'ubriacatura dovuta alla vittoria della guerra fredda avrebbe contribuito a far sì che gli USA si spogliassero gradatamente di ogni bardatura ideologica tesa a nobilitare lo scatenamento di guerre a pro del loro comparto militare-industriale; Fukuyama e la sua "fine della storia" sarebbero stati sostituiti da un pessimismo neoconservatore apertamente bellicista e propenso a calpestare le organizzazioni multilaterali e le regole internazionali che anche gli USA avevano contribuito a redigere. L'A. nota come il ruolo essenziale degli organismi sovranazionali sarebbe diventato quello di fare da palco scenico per "i rituali della politica accusatoria occidentale". L'A. nota come a differenza di quanto previsto semplicisticamente in Occidente la Cina non si sia trasformata in una democrazia liberale grazie all'apertura dei mercati e abbia invece mantenuto il binomio partito unico / mercato che caratterizza la sua forma di governo. La nomenclatura del Partito risponderebbe al popolo della realizzazione delle finalità indicate, secondo una accountability senz'altro maggiore che in Occidente, e il suo bisogno di stabilità e di istituzioni multilaterali funzionanti le avrebbero fatto sviluppare una politica estera incline alla mediazione e alla conciliazione. L'A. nota che la Repubblica Popolare Cinese può agire di concerto con i restanti paesi dei Brics (Brasile, Russia, India, Sud Africa) per contrastare l'egemonia finanziaria statunitense. Poco propensa a proiezioni di potenza, la Repubblica Popolare Cinese sarebbe perfettamente consapevole del doppio standard occidentale in materia di diritti umani e di gruppi combattenti irregolari, e non farebbe mistero della propria disponibilità ad aiutare gli USA "a risolvere i problemi che essi stessi creano" purché se ne rimangano lontani dall'indo-pacifico. Al basso profilo della Repubblica Popolare Cinese Washington avrebbe risposto dando il via a una nuova guerra fredda fondata sullo scontro frontale. Davanti all'ascesa cinese e ancor più davanti ai Brics "la comunità euro atlantica" avrebbe "aumentato la cecità e i luoghi comuni, immaginando di poter vincere la sfida con l’esibizione dei muscoli senza elaborare una strategia di risposta razionale", laddove le presunte controparti eviterebbero sfide velleitarie, senza per questo evitare di denunciare il comportamento degli autonominati padroni del mondo e di fare aperta professione di multilateralismo. All'Occidente, sostiene l'A., rimarrebbe l'unica carta della supremazia militare; data l'incompetenza delle classi dirigenti occidentali un ricorso ad essa avrebbe risultati imprevedibili.
Nelle conclusioni, prima di una postfazione riassuntiva di Alberto Bradanini, l'A. riassume la situazione sul campo nei primi mesi del 2024 e avanza qualche affermazione senz'altro minoritaria. Ad esempio, l'auspicio di una politica lungimirante che porti a una Ucraina neutrale e liberata da una classe governativa asservita agli interessi anglosassoni.


Elena Basile - L'Occidente e il nemico permanente. PaperFirst, Roma 2024. 192 pp.