Lo stato che occupa la penisola italiana è l'unica realtà al mondo in cui è normale vantare studi alla scuola della vita e lauree all'università della strada, e in cui non ci sarebbe assolutamente da sorprendersi se prospettando un libro in dono a qualche conoscente ci si sentisse rispondere "No grazie, ne ho già uno".
In un contesto del genere i libri scritti da combattenti irregolari, quali che siano argomenti e contenuto, hanno di solito un pubblico che è eufemistico definire ristretto, composto per lo più da militanti politici o da studiosi di storia contemporanea.
A meno che non finiscano nel tritatutto giornaliero delle gazzette, che tengono moltissimo alla propria libertà e indipendenza, specie quando contempla l'annichilimento di individui e organizzazioni invisi ai rispettivi referenti.
Il signor Gabriele Toccafondi fa da un paio d'anni il deputato a Roma, e a giudicare dalle gazzette di cui sopra ha dedicato un po' del tempo che non ha passato a cambiare casacca o in altre inconcludenti occupazioni a interessarsi dei libri di Barbara Balzerani.
Sicuri di fargli cosa gradita, riportiamo qui un estratto da Lettera a mio padre della stessa autrice, di prossima uscita per DeriveApprodi; speriamo anche di poter riferire in questa sede di una prossima presentazione del libro al Centro Popolare Autogestito Firenze Sud, dei quali siamo frequentatori e sostenitori da oltre vent'anni al pari di molte persone che con certi ben vestiti non hanno nulla da spartire.
Esiste un'infinità di temi più o meno lontani da quelli trattati solitamente in questa sede.
Uno di questi è rappresentato proprio dagli scritti di combattenti irregolari come Barbara Balzerani o Enrico Fenzi. Lo stesso vale, come i nostri lettori sanno piuttosto bene, per la storiografia necessaria a deridere i piagnistei propagandistici dell'occidentalame in materia di confini orientali della penisola italiana.
Il fatto che il puro e semplice esistere di simili scritti scateni a cadenze più o meno regolari la mestruale indignazione di qualche esponente del democratismo rappresentativo o di qualche altro signore con libera udienza presso le gazzette è motivo sufficiente per consigliarne l'acquisto (magari in più copie) e per affrontarne soprattutto la lettura, a prescindere dai loro contenuti e dal loro valore letterario.

 

[Riceviamo e pubblichiamo volentieri un estratto dall’ultimo libro di Barbara Balzerani, Lettera a mio padre, di prossima uscita per DeriveApprodi. Vista però l’attualità e l’interesse dell’argomento trattato abbiamo scelto di pubblicarlo come ‘intervento’. S.M.]
 
Tu dici che è sempre andata così. Che periodicamente la natura scatena forze incontrollabili. Ma non è tutto sempre uguale. Mai come in questo ultimo scorcio di tempo un manipolo di potenti, solo in quanto esistono, indirizzano le sorti di tutti. Nelle strade di Roma passeggiano i cinghiali. Sui nostri cassonetti della spazzatura fanno le gare di volo radente i gabbiani. I topi e i lupi ci contendono risorse e spazi di prossimità. Non sono attrazioni per i turisti. Sono i reparti avanzati dei nuovi virus che la febbre del pianeta sta risvegliando. È un segnale di quanto sia malmesso il nostro e il loro ambiente di vita, quanto compromesse siano le difese immunitarie di ognuno. E che a noi occidentali non evochino il terrore ancestrale di serpenti o pipistrelli non elimina il fatto che sia la convivenza anomala tra umani e altre specie che causa le ripetute epidemie. I nostri sconfinamenti produttivi. La bestiola appesa al soffitto di una grotta buia non potrebbe nuocere se certe attività umane non avessero fatto da volano. Tutte legate alla logica capitalistica di distruzione delle condizioni di vita degli ecosistemi. Questa, all’ennesima emergenza, ordinerà le file per mandare in circolo l’ultimo vaccino, fino a esaurimento scorte. E poi da capo. Ancora ci dovrebbero parlare i ciechi di Brughel, anche se, dall’ultima rivoluzione fallita, sembra che sia diventato impossibile anche il solo pensare di liberarci dal virus produttivistico che prospera sul nostro sistema di vita. Eppure la mitizzazione del progresso scientista e tecnologico ha dato ampia dimostrazione non solo della sua nocività ma anche dell’oscuramento della conoscenza non legata ai bilanci di impresa.
Il gigante scintillante della produzione e del mercato mondiale poggia su un mondo di sfruttamento, miseria e devastazioni che ne garantisce il funzionamento. Trovare i modi per smettere di sorreggerlo e vederlo crollare da tempo non è più opera della presa di un palazzo d’inverno. Forse occorrerà sgretolarlo in più punti, danneggiarlo per eroderne le fondamenta. Riconquistare la conoscenza del suo funzionamento in un sistematico sabotaggio, sottraendola dalle mani degli esperti a libro paga. Per quanto possa essere difficile qualcosa si può fare subito. Smettere di assecondare chi parla di catastrofe imminente e sparge motivi di speranza che siano i responsabili del disastro a mettere riparo. Chi più drammatizza la condizione del pianeta e più trova modi per una riparazione del danno che è conservazione dell’esistente.
Se tu ci fossi ancora sapresti svelare l’inganno malcelato dietro le innovazioni industriali che dovrebbero ripulire l’aria dai gas venefici. Per esempio potresti spiegare come funziona un motore e di che si alimentano le tanto magnificate macchine elettriche, ultima trovata dell’affarismo verde. Come se sotto il cavolo delle fiabe si trovassero belle e pronte le batterie che tutto hanno meno che la qualità di non inquinare. Col tuo aiuto potremmo capire quanta energia ci vuole per produrle, di che si alimentano, quante ne servono. Impareremmo che la materia prima non è il vegetale magico. Che, anche se la favola ha come protagonisti dei bambini, questi non passano le loro giornate a vivere avventure ma a estrarre cobalto per pochi spiccioli. Che ne muoiono tanti. Che sono bambini africani di pochi anni d’età. Che le batterie esauste, insieme ai telefoni e gli altri congegni elettronici, torneranno nei loro paesi come rifiuti speciali di impossibile smaltimento. Che alle guerre per il petrolio si sommeranno quelle per il nuovo oro striato di grigio. Che sono già cominciate.
Volti non così difficili da vedere nelle nostre giornate blindate dall’indifferenza. Basterebbe non distogliere lo sguardo.
Non ti stupire. In modi diversi nel mondo stiamo morendo sull’altare imbandito del dio consumo. Non avresti mai potuto crederlo nei tuoi anni di lotta per l’indispensabile. Adesso che la furia della produzione capitalistica ha diradato tante nebbie, possiamo vedere con un po’ più di chiarezza quanto gli stati con i loro confini, le proprietà della terra con le loro recinzioni, la produzione con lo sfruttamento del lavoro e dei territori, le biotecnologie hanno messo in forse alla vita di continuare. Forse è tempo di celebrare il fallimento di questa macchina di morte che nessuna versione ecologica può riesumare. Di incepparne il funzionamento. Anche senza tutte le rifiniture di programma, è questo il tempo. Per gli irregolari, gli illegali, gli scarti, gli indios, i comunardi. L’impasto che ci mette all’altezza di un’altra storia, interamente umana.