Traduzione da Strategic Culture, 1 luglio 2019.

Il professor Russell-Mead ci spiega "che il fondamento della politica presidenziale per l'Iran sta nel fatto che il fiuto di Trump per il potere [e Trump in questo campo ha un fiuto raffinato, insiste Russell-Mead] gli sta indicando che l'Iran è più debole e che gli USA sono più forti di quanto si creda negli ambienti della politica internazionale... QUello che Trump vuole è un accordo con l'Iran che corrisponda alla sua idea del peso relativo che hanno i due paesi..."
"Sul piano della diplomazia di pubblico dominio, [Trump] si sta impegnando nel suo consueto miscuglio di abbagli e di trovate [trasformando la politica ameriKKKana nel Donald Trump Show, con il paese e il mondo incantati da ogni sua mossa, tutti presi a chiedersi quale sarà la mossa successiva, suggerisce Russell-Mead]... E sul piano del bilancio di poteri sta continuando imperterrito a dare giri di vite armando i paesi confinanti e assicurando loro il suo sostegno, inasprendo le sanzioni e aumentando le pressioni psicologiche nei confronti del governo.
Il signor Trump sa bene che la sua politica nei confronti dell'Iran è soggetta a limiti precisi. Lanciare un'altra guerra in Medio Oriente potrebbe mandare in pezzi la sua presidenza. Ma se è l'Iran a iniziare le ostilità le cose cambiano. Un deliberato attacco iraniano contro bersagli statunitensi o anche sionisti potrebbe unire la base jacksoniana del signor Trump, come l'attacco a Perl Harbor unì i jacksoniani d'AmeriKKKa nella lotta contro il Giappone."
L'analisi di Russell-Mead probabilmente coglie nel segno. Ma c'è qualcosa di più importante: il modo in cui Trump affronta la questione si basa su altri sottintesi. Innanzitutto, sul fatto che con l'economia che affonda e con l'inflazione che si impenna (Trump ripete spesso questa sua convinzione priva di ogni fondamento) l'Iran rivoluzionario finirà per crollare o per andare a chiedere in ginocchio a Washington di negoziare un nuovo accordo sul nucleare.
In secondo luogo, Trump può permettersi di aspettare il crollo incombente, e stringere ulteriormente l'assedio economico nel frattempo. Terzo, Trump afferma che una guerra contro l'Iran sarebbe di breve durata: "Non sto dicendo di impegnarci sul terreno", ha detto. "Sto solo dicendo che se qualcosa succedesse, non si tratterebbe di una cosa lunga". Quarto, Trump ha detto -e sembra crederlo- che in caso di una guerra contro l'Iran non avrebbe bisogno di una "exit strategy"; c'è da pensare che sia davvero convinto che la guerra si limiterebbe a una campagna aerea di breve durata e che le cose finirebbero lì.
Che dire? Si può dire solo che tutte queste convinzioni sono quasi di sicuro errate; come nota Daniel Larison dello American Conservative "se il presidente degli USA pensa che una guerra con l'Iran 'non durerebbe molto a lungo' probabilmente è sempre più propenso a iniziarne una. I fautori della guerra all'Iran, e la cosa è prevedibile, stanno già sottolineando il fatto che attaccare l'Iran non sarebbe come in Iraq o in Afghanistan, e lo stanno facendo anche per vincere le apparenti riserve di Trump, che teme di finire impantanato in un lungo conflitto". In effetti l'Iran non sarebbe come l'Afghanistan o come l'Iraq, ma in modo esattamente opposto a quello che intendono i sostenitori della guerra.
Allora. Sul fronte economico l'Iran non cederà. Il 28 giugno la Russia ha evidenziato il proprio impegno nel sostegno ai sttori petrolifero e bancario iraniani nel caso i meccanismi Instex per la facilitazione degli scambi messi a punto dall'Unione Europea non entrassero effettivamente in funzione a partire dal 7 luglio, giorno in cui l'Iran ha stabilito nei confronti della UE una scadenza su questi aspetti. Il viceministro degli esteri russo Sergej Ryabkov ha detto il 28 giugno che Mosca è pronta ad aiutare l'Iran ad esportare greggio, e ad allentare le restrizioni imposte al suo sistema bancario nel caso l'Europa non riesca a far funzionare Instex. Anche la Cina ha affermato che "normali accordi in campo energetico" con Tehran non violano alcuna legge e che andrebbero rispettati. Il governatore della banca centrale iraniana ha detto in settimana che l'Iran "si è lasciato alle spalle il peggior perido delle sanzioni. Le nostre esportazioni di greggio stanno salendo", ha detto Hemmati.
Se l'ipotesi di un crollo è infondata, altrettanto lo è la pretesa che l'Iran andrà dal signor Trump a implorare un nuovo accordo sul nucleare. Ecco qui, tanto per dare un'idea, il resoconto (di fonte iraniana) di quanto detto dalla Guida Suprema al Primo Ministro giapponese Abe:
 
Durante il vertice del 13 giugno, Shinzo Abe ha detto allo Ayatollah Khamenei: "Vorrei farle avere un messaggio da parte del Presidente degli Stati Uniti".
L'Ayatollah Khamenei ha risposto sottolineando la maldestraggine e l'inaffidabilità degli USA, e ha detto: "Non abbiamo dubbi sulla vostra sincerità e sulle vostre buone intenzioni. Tuttavia, circa quanto avete accennato sul Presidente degli USA, io non ritengo Trump una persona con cui valga la pena scambiare messaggi; non ho nulla da rispondergli adesso, e non avrò nulla da rispondergli in futuro."
"[Ma] Quello che sto per dire è rivolto a voi in qualità di Primo Ministro giapponese, perché noi consideriamo il Giappone un nostro amico...
L'Ayatollah Khamenei, riferendosi all'affermazione di Shinzo Abe per cui gli USA intendono impedire all'Iran di sviluppare armamenti nucleari, ha detto: "Siamo contrari agli armamenti nucleari, e una mia fatwa religiosa ne vieta la produzione. Dovreste però sapere che se intendessimo produrne, gli USA non potrebbero fare niente; la loro contrarietà non [costituirebbe] affatto un ostacolo."
La Guida Suprema, in risposta al messaggio secondo cui "gli USA non stanno cercando di rovesciare il governo in Iran", ha precisato che "il problema che abbiamo con gli USA non riguarda il rovesciamento del governo. Anche se avessero l'intenzione di farlo, non ci riuscirebbero... QUando Trump dice che non sta cercando di rovesciare il governo, mente. Se potesse farlo lo farebbe. Solo che non è in grado."
In maniera analoga l'Ayatollah Khamenei ha accennato ai rilievi del Primo Ministro giapponese sulla richiesta degli USA di intavolare con l'Iran un negoziato sul nucleare; ha detto che "la Repubblica Islamica dell'Iran ha condotto per cinque o sei anni trattative con gli USA e con gli europei, riuniti nel 'cinque più uno'; trattative che hanno portato a un accordo. Ma gli USA non lo hanno rispettato e hanno infranto l'accordo cui eravamo giunti. Insomma: ha senso comune mettersi a negoziare con un paese che ha fatto strame di tutto quello per cui si era discusso?"
Ha parlato della quarantennale ostilità degli USA nei confronti del popolo iraniano, ostilità che perdura a tutt'oggi, e ha detto: "Non crediamo che trattare con gli USA risolverà i nostri problemi; nessun paese libero accetterebbe di intavolare trattative sotto costrizione."
E proprio alla costrizione gli USA stanno facendo un ricorso ancora maggiore: aumentare le pressioni anziché alleviarle, che invece è probabilmente la conditio sine qua non per riprendere a trattare con l'Iran. Ma Trump è anche convinto che l'AmeriKKKa abbia titolo, in qualità di paese più potente, di negoziare con gli altri solo quando le controparti sono sottoposte alle massime pressioni tollerabili. Chiaramente nessuno lo ha messo compiutamente al corrente del fatto che l'Iran nel corso della storia ha stoicamente resistito a rovesci ben peggiori e ben più violenti. E neppure delle risorse in materia di resilienza spirituale su cui l'Iran può contare nei tempi di crisi, che scaturiscono dalla narrativa sull'Imam Hussein.
Insomma, l'idea che l'Iran sia "sull'orlo del collasso" è una tiritera smerciata da tanti esuli iraniani delusi, e dai Mujaheddin e Kalq, oltre che da importanti sostenitori della guerra in USA. Ma allo stesso modo -ed è una cosa importante, date le propensioni familiari del signor Trump- l'idea che "basti una spintarella" per "mettere fine" alla rivoluzione iraniana è continuamente ventilata da Netanyahu. Nello stato sionista non tutti sono così contenti che il loro Primo Ministro sostenga in modo tanto aperto e solerte la politica di Trump verso l'Iran, avendo presente di come lo stato sionista -e Netanyahu- siano stati accusati di aver fatto pressione in favore della guerra all'Iraq nel 2003.
Allora: se l'idea che l'Iran finirà per crollare o per capitolare perché economicamente sotto assedio è falsa, e se l'assunto per cui non è necessaria una exit strategy perché l'Iran è debole e gli USA sono forti -come dire che una breve e rapida campagna aerea sistemerà le cose- è falso anch'esso, cosa dobbiamo aspettarci?
Se concetti del genere continuano a passare per buoni senza una seria contestazione, col passare del tempo l'Iran non crollerà e non si arrenderà come preventivato, ma continuerà a mandare messaggi adeguati alle circostanze e sempre più netti, a dimostrare il costo potenziale dell'ostinarsi in una simile politica. A farne le spese saranno soprattutto gli alleati degli USA che non fanno che invocare misure drastiche contro l'Iran.
Alla fine, Trump si ritroverà con le spalle al muro, come non avrebbe mai voluto trovarsi: e può già essere troppo tardi, con le spalle al muro ci è già. Se dovesse reagire militarmente ai "messaggi" iraniani, con tutto il potenziale per rappresaglie asimmetriche e per una escalation colpo su colpo, sarebbe comunque una prospettiva da cui Trump rifugge istintivamente, timoroso com'è che la via di un incerto qui pro quo militare possa rivelarsi controproducente in vista delle elezioni del 2020, fino a mettere a rischio la sua presidenza.
L'alternativa è quella di un umiliante e remissivo viaggio di ritorno, verso un processo che rispecchia fedelmente i disprezzati accordi sul nucleare, quale che sia il loro nuovo nome, e la speranza di poter chiamare "vittoria" una sconfitta.
Piuttosto probabile che il Presidente Putin stia pensando di indicare eventuali possibilità in occasione del suo incontro con Trump a Osaka. Probabilmente non ci diranno alcunché e non ne sapremo mai niente.