Traduzione da Asia Times, 16 luglio 2020.


KABUL - La prima volta che mullah Ibrahim Sadar si trovò davanti le forze statunitensi in Afganistan ne ebbe una indimenticabile lezione sulla brutalità della guerra. A quanti ebbero in seguito modo di assistere alla sua ascesa nella gerarchia talebana e al suo ottenere il rispetto del circolo ristretto di Al Qaeda, la sua determinazione era evidente già all'epoca.
Era l'autunno del 2001; Sadar era un comandante sul campo di medio calibro, con il compito di organizzare la difesa di Kabul. Mentre gli attacchi aerei statunitensi martellavano la città, fece mettere in atto ai suoi combattenti le tecniche cui erano stati addestrati per respingere un attacco da terra, e tenne a portata di mano le maschere antigas, nell'errata convinzione che fosse imminente un attacco chimico. La sua tattica, il suo equipaggiamento superato si rivelarono inutili a fronte del furioso assalto ameriKKKano che arrivava dal cielo.
"Bastava una bomba sola per mandare in subbuglio tutte le montagne attorno a Kabul," ha ricordato Haji Saied, uno dei suoi uomini.
Chi non fuggì venne ucciso. Dai B52 che volteggiavano in cielo o dalle milizie avversarie dei talebani in Afghanistan, che avanzarono rapidamente. Sadar tenne duro finché poté, prima di ammettere che era inutile cercare di resistere e di combattere. Intanto che le istituzioni talebane crollavano attorno a lui, si aprì la strada verso sud fino a Kandahar. Poi scomparve. Solo i suoi confidenti più initimi sapevano dove si trovava.
La rocambolesca fuga di Sadar ha influenzato moltissimo gli esiti della più lunga guerra nella storia degli Stati Uniti.
Per i successivi diciannove anni avrebbe elaborato il cattivo sapore di quella prima sconfitta fino a ricoprire un ruolo fondamentale nel fare dei talebani una delle più efficienti formazioni guerrigliere del mondo, da umiliato governo di paria che erano stati. Nonostante questo, pochissimi che in Afghanistan o negli USA hanno sentito parlare di lui; un elemento che ben si accorda con la natura dimessa del suo modo di fare.
Sadar è il capo militare dei talebani ed è responsabile dell'insurrezione in tutto il territorio afghano. Sotto il suo controllo i talebani hanno fatto ricorso a un misto di attacchi suicidi, bombe a bordo strada, omicidi e operazioni di guerra urbana su vasta scala che ha avuto effetti devastanti.
Più di tremilacinquecento soldati ameriKKKani e decine di migliaia di civili afghani sono morti da quando è iniziata la guerra nel 2001. Adesso, gli USA stanno finalmente preparandosi a lasciare il paese, secondo un accordo raggiunto con i talebani a febbraio; il bagno di sangue, comunque, è tutt'altro che finito. In una sola settimana a giugno, secondo il Consiglio Afghano per la Sicurezza Nazionale, sono stati uccisi 291 soldati afghani.
Coloro che lo conoscono non si stupiscono che Sadar sia riuscito a realizzare un simile capovolgimento nelle sorti, proprie e dei talebani, continuando al tempo stesso a mantenere un basso profilo. Amici e confidenti, che parlano mantenendo l'anonimato, lo descrivono come un comandante competente, cui la fama non interessa. Sadar resta tenacemente fedele all'interpretazione rigida dell'Islam che caratterizzò il dominio talebano negli anni Novanta.
Sadar ha impiegato decenni per raggiungere i vertici del movimento insurrezionale; è nato nel villaggio di Jogharan, nella provincia meridionale di Helmand, verso la fine degli anni Sessanta e Sangin, il suo distretto, è una zona verde di melograni e di papaveri in cui sono avvenute le più grandi battaglie durante gli anni dell'occupazione capeggiata dagli USA.
Figlio di mezzo di un pashtun rispettato e proveniente dalla tribù degli Alakozai, Sadar da ragazzo era noto come Khodaidad, che era il suo nome vero, e non con il nome di battaglia con cui sarebbe passato alla storia. Dopo la presa del potere da parte dei comunisti afghani, con il colpo di stato di Kabul del 1978 e l'invasione sovietica del paese avvenuta l'anno successivo, lui e la sua famiglia finirono nella resistenza islamica.
INsieme al padre Sadar finì per unirsi a Jamiat-e Islami, una delle principali formazioni mujaheddin dell'Afghanistan. Un abitante di Sangin che combatté insieme a loro ricorda che fu una scelta pragmatica. "Scegliemmo di andre con Jamiat perché ci davano le armi e il cibo migliori," ricorda l'anziano.
Quando il governo comunista in Afghanistan venne rovesciato nel 1992 Sadar rifiutò di farsi coinvolgere dalla guerra civile che scoppiò tra le fazioni mujaheddin uscite vincitrici. Anzi, andò a studiare in una madrasa di Peshawar, in Pakistan.
All'epoca aveva già cambiato il proprio nome in Ibrahim, uno dei principali profeti dell'Islam. I suoi compagni di studi gli diedero presto l'appellativo onorifico di Sadar -che significa "presidente" in farsi- in omaggio alle sue innate competenze di capo. Lui ne fece il proprio cognome.
Nella guerra civile che infuriò in tutto il paese finirono per affermarsi i talebani, che cercarono di ripristinare la legge e l'ordine. Sadar conosceva già qualcuno dei loro fondatori, e rientro nella prima ondata di reclute che rispose al loro appello unendosi al movimento che rastrellava Kandahar e Helmand poche settimane dopo essersi formato, nel 1994.
"Era vicino ai capi, ma rimaneva accanto a loro in silenzio e non si atteggiava a comandante," ha detto un ex combattente talebano oggi uomo d'affari a Kandahar, che ha frequentato Sadar per anni.
Un ruolo vero e proprio Sadar lo ebbe solo dopo la presa del potere dei talebani a Kabul nel 1996. Venne nominato sovrintendente dell'aeroporto della capitale e, cosa più importante, comandante delle forze aeree per la zona di Kabul. Diventò responsabile della eteroclita aeronautica talebana, un insieme di fatiscenti caccia sovietici, elicotteri da combattimento e aerei da trasporto.
Come gli altri quadri talebani di quel pertiodo, Sadar era orgoglioso del proprio modesto tenore di vita. Vestiva gli abiti tradizionali del pashtun timorato nell'Afghanistan del sud: uno shalwar kamiz e un turbante nero, anche quando era impegnato in mansioni ufficiali. Il carisma e l'ambizione che ne avrebbero fatto un capo guerrigliero di prim'ordine erano comunque già evidenti.
In qualità di comandante delle forze aeree di Kabul e dintorni, Sadar ebbe un piccolo ma importante ruolo nella repressione degli avversari interni al potere talebano.
I suoi piloti effettuavano attacchi aerei e operazioni logistiche contro l'Alleanza del Nord, una coalizione di ex mujaheddin, ex comunisti e signori della guerra che anni dopo avrebbero agevolato l'invasione statunitense. Man mano che procedeva nella sua carriera, Sadar allacciò un certo numero di rapporti che gli sarebbero stati utili nei decenni successivi.
Sadar ebbe sempre più stretti contatti con mullah Akhtar Mohammed Mansur, che sarebbe diventato capo dei talebani e che all'epoca era ministro dell'aviazione civile. Alcune fonti hanno riferito ad Asia Times che iniziò anche a coltivare solide relazioni con i combattenti stranieri di stanza a Kabul, compresi alcuni appartenenti ad AlQaeda.
Quando gli USA invasero l'Afghanistan nell'ottobre del 2001, Sadar era sul fronte di Shomali, appena a nord di Kabul, ed operava con diversi combattenti arabi. Non riuscendo a tenere la posizione, si ritirò in una base militare dei sobborghi meridionali di Kabul; quella in cui distribuì ai suoi le maschere antigas, secondo quanto riferito dal suo sodale talebano Haji Sayed, il cui nome è stato cambiato per motivi di incolumità.
"Non ho visto nessun altro prendere l'iniziativa in quei giorni. Era lui a guidare lo sforzo bellico", ricorda Sayed.
Si hanno poche informazioni su dove Sadar abbia trascorso gli anni successivi, e su cosa abbia fatto. Si pensa che sia diventato capo della commissione militare talebana nel 2014, circa un anno dopo che il capo del movimento, il mullah Mohammed Omar, era morto per cause naturali.
La sua promozione a quello che è verosimilmente il più importante ruolo all'interno del movimento insurrezionale si doveva molto al fatto che l'ex ministro dell'aviazione civile mullah Mansur aveva preso il posto del mullah Omar come leader dei talebani. Mansur fu ucciso da un drone statunitense in Pakistan il 21 maggio 2016, ma per allora Sadar si era già mostrato più che in grado di mandare avanti la baracca.
"Controlla tutti i combattenti stranieri e il traffico di oppio," ha detto l'ex talebano che fa l'uomo d'affari a Kandahar.
All'inizio dell'anno girava la voce che Sadar fosse stato sostituito da uno dei figli del mullah Omar, nel tentativo di ricomporre i disaccordi interni ai talebani. Le fonti di Asia Times sostengono comunque che qualsiasi cambiamento al vertice sarebbe di pura facciata: è Sadar a controllare il braccio militare del movimento.
Queste convinzioni trovano sostegno in un recente resoconto del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, che ha definito Sadar capo della commissione militare dei talebani. Secondo il rapporto dell'ONU, nella primavera del 2019 ha anche incontrato Hamza, il figlio di bin Laden, nella sua casa nella provincia di Sangin "per assicurarlo personalmente del fatto che l'Emirato Islamico per nulla al mondo avrebbe interrotto i propri storici legami con AlQaeda."
Pochi mesi dopo il presidente degli USA Donald Trump annunciò che Hamza bin Laden era stato ucciso in un'operazione "antiterrorismo" ameriKKKana, senza specificare esattamente il quando e il dove. Nel frattempo Sadar continua a rischiare e a vincere proprio come nel 2001, solo che stavolta sono gli USA che si trovano sull'orlo della sconfitta.
Secondo i termini dell'accordo per il ritiro che Washington ha firmato con i talebani a febbraio, gli ultimi soldati ameriKKKani lasceranno l'Afghanistan l'anno prossimo. Gli emissari politici dei talebani hanno accettato, in cambio, di non fornire ospitalità a gruppi terroristici stranieri. Un impegno che il loro capo militare e molti combattenti (sia fra i graduati che fra la truppa) devono aver considerato un boccone amaro.
Adesso i talebani devono decidere se porre fine all'insurrezione e arrivare alla pace con il governo afghano, o se cercare di prendere il potere con la forza dopo la partenza degli ameriKKKani. L'opinione di Sadar sarà di fondamentale importanza. "Ha una volontà di ferro," dice l'uomo d'affari di Kandahar. "Per lui, un sì è un sì, un no è un no."
 
 
Fazelminallah Qazizai è un giornalista afghano, coautore di Night Letters: Gulbuddin Hekmatyar and the Afghan Islamists who Changed the World. Sul Cinguettatore è @FazelQazizai