Traduzione da Strategic Culture, 27 maggio 2019.
 
Il Presidente Putin aveva visto giusto quando aveva predetto che le iniziative degli USA che costringevano l'Iran a venire meno agli accordi sul nucleare sarebbero finite presto nel dimenticatoio, come infatti è stato, e che i principali mass media statunitensi avrebbero adottato a tutto campo una narrativa antiiraniana. Cosa verificatasi anche questa.
 
John Bolton ha messo in funzione la sua trappola, un gesto che farà inevitabilmente salire la tensione tra Iran e USA. Bolton ha cambiato musica, passando dalla "Grande Israele" o Accordo del Secolo, un progetto che richiedeva il prendere a bastonate l'opposizione iraniana, alla minaccia di un potenziale raggiungimento della capacità di costruire atomiche da parte dell'Iran, dal momento che l'Iran si trova effettivamente costretto ad accumulare uranio arricchito, anche fino al 3,67%.
Per dirla con precisione, col ritiro da parte degli Stati Uniti dei capitolati di esenzione che permettevano all'Iran di rimanere negli stretti limiti fissati dagli accordi per quanto riguarda il possesso di uranio e di acqua pesante (proveniente da Arak) si sanziona l'esportazione di qualunque eccedenza iraniana (esportazione cui l'Iran era obbligato dagli accordi). Pompeo e Bolton hanno così deliberatamente reso inevitabile la violazione degli accordi. La prospettiva di questa violazione (e il fatto che l'Iran abbia risposto minacciando di produrre uranio ancora più arricchito) permette alla squadra di Trump di scrivere un copione in cui l'Iran sta cercando di dotarsi di armi nucleari.
In che modo tutto questo è utile a Pompeo e a Bolton per incastrare l'Iran? Per capirlo, dobbiamo rifarci alla fondamentale dottrina politica elaborata nel 1958 da Albert Wholstetter della Rand Corporation: non esiste e non può esistere alcuna differenza sostanziale tra un arricchimento dell'uranio rivolto a scopi pacifici e uno rivolto a scopi bellici. Wholstetter affermò che i procedimenti sono identici e quindi per fermare la proliferazione è necessario che agli Stati inaffidabili come l'Iran non sia concesso procedere ad alcuna procedura di arricchimento, ovvero ad alcun programma nucleare.
La dottrina di Wohlstetter è alla base di tutte le accalorate liti che hanno portato agli accordi sul nucleare iraniano. Obama alla fine si defilò dalle provocazioni permettendo che l'Iran procedesse a un basso arricchimento sotto sorveglianza internazionale secondo un accordo formulato in termini tali che all'Iran sarebbe stato necessario almeno un anno per accumulare il materiale necessario l'ordigno. Questo significa che l'Iran avrebbe impiegato più di un anno per accumulare uranio arricchito bastante per un ordigno.
Pompeo e Bolton hanno effettivamente deciso di propria iniziativa che all'Iran è consentito un arricchimento dello 0%. La stampa occidentale ha ripreso a frignare sul nuovo concretizzarsi della minaccia atomica iraniana. È bene essere chiari: è Bolton a volere questo dall'Iran. Bolton ha eliminato il solo compromesso che si era frapposto sulla strada verso una soluzione militare imposta dagli Stati Uniti, sotto la minaccia di incombenti iniziative militari agitata dallo stato sionista. E la tesi di Wohlstetter, che negli Stati Uniti gode ancora di un seguito significativo, non offre alcuna pezza d'appoggio per alleviare le tensioni.
Di nuovo, è bene essere chiari: dall'Iran non sta arrivando alcuna minaccia di proliferazione. L'Iran ha rispettato gli accordi sul nucleare; la cosa è stata verificata dall'agenzia internazionale per l'energia atomica svariate volte. Adesso gli Stati Uniti hanno reso letteralmente impossibile il rispetto degli accordi eliminando gli stessi capitolati di esenzione che consentivano all'Iran di rispettarli. Questo è il punto che Putin ha specificato; e le origini di tutta la faccenda saranno ora sommerse dalle ciarle sulla proliferazione.
Come mai Pompeo de Bolton si stanno dedicando con tanto impegno al progetto per incastrare l'Iran?
Chi è che sta insistendo in questa direzione? Chi c'è dietro? Una componente essenziale -per Trump- è la sua base elettorale evangelica: si definisce evangelico un ameriKKKano su quattro. Sono stati gli evangelici a insistere perché l'ambasciata degli Stati Uniti fosse trasferita a Gerusalemme; sono stati gli evangelici a sostenere la rivendicazione della sovranità sionista sul Golan da parte di Trump; sono stati gli evangelici a sostenere l'annessione delle colonie sioniste; e sono stati gli evangelici a sostenere il rifiuto degli accordi sul nucleare da parte degli Stati Uniti. Sopra ogni altra cosa, galvanizzati come sono dai traguardi raggiunti, adesso guardano finalmente a Trump perché diventi realtà la Grande Israele della Bibbia.
Trump non è evangelico: è presbiteriano sin da ragazzino. Nel corso degli anni tuttavia si è avvicinato agli evangelici e ha fatto loro capire di essere convinto che la costruzione di una "Grande Israele" porrebbe fine ai conflitti in Medio Oriente portando nella regione una pace duratura. Tale sarebbe l'eredità politica della sua presidenza.
È vero che Trump continua a ripetere, magari in buona fede, che non vuole la guerra; tuttavia la creazione di una Grande Israele non è questione di risistemare i palestinesi in qualche sede alternativa, come farebbe un piccolo immobiliarista, in modo che lo stato sionista possa svilupparsi ed estendersi fino alla "Grande Israele". Laurent Guyénot, un luminare negli studi biblici, scrive per tutto questo possiede anche un'altra dimensione spesso sottovalutata ma densa di significato.
 
Il sionismo non può essere un movimento nazionalista come gli altri perché rispecchia il destino di Israele così come esso viene esplicitato nella Bibbia... Senz'altro Theodor Herzl e Max Nordau erano sinceri quando affermavano di volere che lo stato sionista fosse "un paese come gli altri"... [Ma dire] che il sionismo è biblico non significa che esso sia religioso; per i sionisti la Bibbia rappresenta sia una narrativa nazionale che un programma geopolitico più che un testo religioso; nell'antico ebraico il vocabolo "religione" non ha alcun corrispettivo.
Ben Gurion non era religioso; in sinagoga non andava mai e mangiava pancetta a colazione. Però era ferventemente biblico. Dan Kurzman [il biografo di ben Gurion] lo definisce "la personificazione del sogno sionista" e riporta una sua affermazione che indica quanto fosse fermamente convinto che ci fosse una missione da compiere: "Io credo nella nostra superiorità morale e intellettuale e nella nostra capacità di costituire un modello per la redenzione della razza umana".
"Dieci giorni dopo la proclamazione dell'indipendenza dello stato sionista [Ben Gurion] scriveva nel suo diario: "Irromperemo nella Transgiordania, bombarderemo Amman e distruggeremo il suo esercito, poi cadrà la Siria, e se l'Egitto continuerà a combattere bombarderemo Porto Said, Alessandria e il Cairo." Aggiunge poi: "questa sarà la ritorsione per quello che hanno fatto (gli egiziani, gli aramei e gli assiri) ai nostri avi ai tempi della Bibbia."
Millantando la capacità nucleare bellica iraniana Bolton e Pompeo stanno deliberatamente distogliendo l'attenzione da tutto questo. L'idea di concretizzare una "Grande Israele" in linea col suo destino metafisico e in possesso di una condizione di prestigio tale che "tutte le nazioni" pagheranno tributo "alla montagna di Yahvehm alla casa del dio di Giacobbe" quando "la Legge nascerà da Sion e la parola di Yahveh da Gerusalemme" è musica per le orecchie dei cristiani sionisti, dal momento che sono convinti che proprio questo sarà quello che anticiperà il ritorno del loro Messia e che avvicinerà la Fine dei Tempi.
Ovviamente qualsiasi intento di questo tipo, esplicitato o meno che sia, è destinato a incontrare l'opposizione di un paese di antica civiltà come l'Iran, che dispone di una metafisica molto potente e in contrasto con questa. Perché la "Grande Israele" diventi una realtà, occorre inficiare l'opposizione dell'Iran alle pretese di "elezione divina" dello stato sionista.
Bolton non è un evangelico ma è un alleato stretto della destra sionista. Spiega meglio Ben Caspit, un editorialista sionista di primo piano:
 
"Gli Stati Uniti non hanno intenzione di invadere l'Iran," ha messo le mani avanti la [mia] fonte sionista, "ma gli iraniani stanno cercando di indicare agli ameriKKKani che [qualsiasi escalation] ... Potrebbe provocare danni gravi agli interessi ameriKKKani e imporre un prezzo più alto di qualsiasi cosa il governo di Saddam Hussein fosse stato capace di intentare...".
 
La freddezza di Netanyahu per il crescere della tensione si può evincere dalla [sua comparsa] davanti a una commissione del Congresso nei giorni che portarono all'invasione dell'Iraq; affermò che Hussein stava cercando di costruire armamenti nucleari e che rovesciare il governo iracheno avrebbe arginato l'Iran e posto le basi per una maggiore stabilità in tutto il Medio Oriente. La storia ha provato che le predizioni di Netanyahu erano interamente sbagliate... Adesso, Netanyahu sta cercando di ammorbidire i toni in modo che non si pensi a lui come a quello che ha insistito perché gli ameriKKKani attaccassero l'Iran. Non è affatto certo che ci riuscirà.
Lo stato sionista adesso sta cercando di ridimensionare il suo sostegno per la posizione del consigliere sulla sicurezza nazionale John Bolton, che per ora la causa di un confronto diretto con l'iraniani ed è dunque considerato il più interventista di tutta l'amministrazione. Secondo qualcuno che ha lavorato con Netanyahu in campo militare per anni e che si è espresso a condizione di mantenere l'anonimato, "dovrebbe essere chiaro che quando nessuno lo sente Netanyahu prega che Bolton riesca a convincere il presidente ad attaccare l'Iran, ma la cosa non deve essere troppo evidente. [Netanyahu] non deve essere identificato con questo atteggiamento, soprattutto dopo essere già stato oggetto di attenzioni negative per essere stato quello che ha spinto gli Stati Uniti ad aggredire l'Iraq." Gerusalemme sta assistendo al contrasto fra i toni concilianti del presidente Donald Trump, intenzionato a evitare un avventurismo militare non necessario, e l'approccio più bellicista di Bolton. La paura è che Trump sarà il primo a cedere in questa guerra di nervi con l'Iran, che alla fine perderà interesse e abbasserà la pressione."
Nell'ottobre del 2003 ebbe luogo un incontro a Gerusalemme cui presero parte tre ministri sionisti in carica -Benjamin Netanyahu compreso- e Ruchard Perle -ex collega di John Bolton- come ospite d'onore. Fu firmata una dichiarazione in cui si affermava che Gerusalemme godeva di una "peculiare autorevolezza per diventare un centro di unificazione mondiale" e si statuiva: "Noi crediamo che uno degli obiettivi della rinascita di ispirazione divina di Israele sia quello di farla diventare il centro della nuova unificazione di tutti i paesi, che porterà a un'epoca di pace e di prosperità come vaticinato dai Profeti."
Tutto questo non è soltanto una qualche schermaglia astratta in merito a una dottrina nucleare. La escalation contro l'Iran serve invece per nascondere un conflitto metafisico e di civiltà assai più profondo. L'Iran ovviamente di questo è consapevole. E Putin ovviamente aveva ragione quando prevedeva che il mancato rispetto degli accordi da parte dell'Iran sarebbe stato usato come un'arma, ma che l'Iran aveva avuto poca scelta. Starsene tranquilli intanto che Trump stringeva a morte era semplicemente fuori questione.