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Hanno picchiato Daniele Capezzone PDF Stampa E-mail
Sabato 13 Novembre 2010 11:02
Nell'autunno 2010 mass media e partitame "occidentalisti" pensano bene di distogliere l'attenzione dei sudditi dai problemi che dovrebbero almeno far finta di tentare di risolvere denunciando una lunga serie di "aggressioni" e minacce di ogni sorta.

...No, non l'hanno ridotto così. Questo, secondo un articolo dell'edizione inglese di Hrvatsko Isdanje è un ragazzino iracheno di dodici anni, rimasto ferito chissà quando nel corso dei sette anni passati dall'aggressione amriki.

Vale la pena per una volta occuparsi di un episodio di cronaca lusco e brusco, senza rispettare il consueto esaurirsi della recency.
La sera del 26 ottobre 2010 qualcuno ha aspettato fuori da un palazzo romano un certo Daniele Capezzone, e lo ha colpito con un pugno.
Uno.
Più una carezza che altro, perché questo Capezzone stando alle gazzette più amiche non si sarebbe neanche fatto tanto male.
Problema: Daniele Capezzone fa il "portavoce" di un partito politico "occidentalista". Non ce ne vogliano i manovali a nero, i potatori di alberi d'alto fusto, gli installatori di servizi igienici, i manutentori di canne fumarie e gli infermieri professionali arrivati dal Ghana, dalla Moldavia, dalla Palestina o dall'Ucraina, ma nello stato che occupa la penisola italiana c'è gente, e neanche poca, che ottiene prebende spaventosamente superiori a quelle di chi lavora sul serio limitandosi a prender nota dell'ordine d'importanza in cui devono stare le ciarle della giornata e nel riferirle in detto ordine alle gazzette.
Nelle stesse ore a Firenze un assai più oscuro e incommensurabilmente meno stipendiato cameriere ha fatto le spese di un approccio molto, molto, molto più distruttivo messo in atto da un palloniere strapagato.
I pallonieri strapagati, per gli "occidentalisti", sono intoccabili per concetto: sono ingranaggi del pornobaraccone di circenses senza il quale a troppa gente potrebbe venire in mente di andare a chiedere conto ai sostenitori di un qualcosa che si autodefinisce "governo in carica nello stato che occupa la penisola italiana" delle troppe promesse non mantenute e delle troppe bestialità raccontate.
Mentre a costui il trattamento ricevuto non ha fruttato neppure le scuse dell'aggressore, a Capezzone questa faccenda frutterà una caterva di attestati di solidarietà ed una serie di attribuzioni causali demenziali e spassose, ovviamente improntate ad un vittimismo che sarebbe riduttivo definire irritante. A meno di un'ora dalla notizia gli "occidentalisti" del cosiddetto "governo nazionale" cianciavano a ruota libera di "squadrismo di sinistra" alla stessa maniera in cui a suo tempo, con le stesse prove e per gli stessi motivi, avrebbero cianciato a ruota libera di "internazionale ebraica".

Per chi vive di propaganda, internet è un'arma a doppio taglio. E le produzioni gazzettiere che ci sono finite, a distanza di nemmeno troppi anni, permettono a chiunque di trarre le debite conclusioni circa il trattamento cui rischiano di andare incontro individui come questo appena si allenta di qualche spanna il cordone di protezione dato dall'autoreferenzialità palatina tutelata dalle armi.
Nel 2004 l'Iraq era stato aggredito da un anno e George Diabolus Bush stava avviandosi al secondo mandato presidenziale. Solo quattro anni prima l'AmeriKKKa era il paese trionfatore incontrastato della guerra fredda, il cui unico problema pareva essere la mancanza di veri nemici. Sotto la guida di un "occidentalista" paradigmatico e delle lobbies elettorali, fedeli espressioni di un elettorato di buoni a nulla minati dagli stravizi, dall'obesità e da una miopia eogista a demenzialità premeditata esattamente come lo saranno i "tea parties" di cui il gazzettame riferisce in questo tardo duemila e dieci, dopo quattro anni da quei giorni l'AmeriKKKa forniva di se stessa un ritratto sul quale non occorre dilungarsi.
Non occorre dilungarsi neppure sul ritratto che Daniele Capezzone fa di se stesso nelle righe che seguono, che ebbe la malaugurata idea di fornire ad una gazzetta torinese proprio nel marzo del 2004. Il brano va considerato una sorta di campione non esaustivo, perché di produzioni mediatiche di questo genere Capezzone nel corso degli anni ne ha sfornate a centinaia, sempre nel solco dell'"occidentalismo" più ligio.
Gli hanno dato un pugno soltanto.
Un pugno soltanto, a lui e al "25 aprile" di Baghdad.
Certo, tutto è relativo e per uno che non ha mai sentito che odore ha una ferita agli intestini anche un pugno in pieno viso ha la sua importanza.

Lettera ai pacifisti
Capezzone: «Vogliamo solo stare tranquilli o donare un "25 aprile" ai popoli oppressi?»

Cari amici di Parigi, di Copenaghen, di Atene, di Londra, di New York, di Oslo, di Vancouver, di Roma, io, ieri, non ero fra di voi; non ho marciato sotto le bandiere che avete scelto; non ho gridato il vostro “No a la guerra y al terror". Vedete, tra poco più di un mese, in Italia, ci saranno altre marce: quelle del 25 aprile, del giorno -cioè- in cui si ricorda e si festeggia la Liberazione, l’uscita dalla dittatura fascista e l’avvio del cammino verso la (sperata) conquista di uno stato repubblicano e democratico.
Bene, se l’antifascismo (e, beninteso, l’anticomunismo, l’antitotalitarismo: altrimenti, vale la profezia di Orwell sulle sinistre europee “antifasciste ma non antitotalitarie”) deve rappresentare una guida politica per l’oggi, un modo concreto di essere antifascisti anche adesso è quello di lottare perché altri 25 aprile siano possibili: un 25 aprile per i cubani, per i siriani, per gli iraniani, per i vietnamiti, per i nord-coreani, per i cinesi, per i ceceni... Voi continuate, come in un esorcismo collettivo, a gridare “pace, pace, pace”.
Ma che cos’è la pace? “Pace” non è, non può essere solo “assenza di guerra”; “pace” può esservi solo in presenza di diritti, di libertà, di democrazia.
E allora, l’atto di pace e di antifascismo da organizzare e da compiere è quello di aiutare i popoli oppressi a liberarsi; è quello di aiutare una parte ancora troppo grande degli abitanti del pianeta a scoprire e a costruire per sé ciò che, finora, le è stato ferocemente negato.
Io milito in un movimento politico che, con Marco Pannella ed Emma Bonino, si è battuto in modo concreto e ragionevole per costruire un’alternativa all’intervento militare in Iraq, attraverso una soluzione sciaguratamente lasciata cadere da tanti, da troppi. Ed era, invece, ipotesi praticabile, praticabilissima: come l’esilio del dittatore liberiano (perseguito e praticato con successo) si è incaricato di dimostrare solo poche settimane più tardi.
Ma vogliamo ammetterlo o no che in Irak (pur con tutti gli immensi problemi che tuttora esistono; pur con i gravi errori anche commessi dalla Coalizione angloamericana -colpevolmente lasciata sola da quasi tutti, in questi mesi-), l’anno scorso si è realizzato un 25 aprile?
Da radicali, lavoriamo per una Organizzazione Mondiale della Democrazia che riporti l’Onu allo spirito e alla lettera della sua carta fondativa. Non si tratta di “esportare” qualcosa. Si tratta, piuttosto, di rimuovere in tutto il mondo gli ostacoli che si frappongono alla possibilità, per ogni donna e per ogni uomo, di vedere effettivamente realizzato il proprio diritto individuale alla libertà e alla democrazia. Nessuna esportazione, dunque, ma -questo sì- la creazione delle condizioni per cui ogni popolo ed ogni individuo possa scegliere quel che, finora senza eccezioni, è stato sempre scelto dai popoli e dagli individui che hanno potuto decidere liberamente: i valori universali dell’umanità e dell’umanesimo liberale.
Ma non si possono lasciare soli, in questa sfida, gli Stati Uniti d’America e il Regno Unito: non si può pensare che questa impresa si realizzi con il sangue -e i soldi- degli americani e degli inglesi, e che il mondo intero sia “abbonato”, per qualche misteriosa ragione, a vedersi “donato”, di volta in volta, il proprio nuovo 25 aprile. In particolare, l’Europa non può continuare, dinanzi a crisi che non sa, non può o non vuole affrontare, a cavarsela facendo degli americani il capro espiatorio della propria impotenza: così, se gli Usa intervengono, sono “imperialisti” o “cacciatori di petrolio”; se invece non lo fanno, sono “isolazionisti” o, magari, disinteressati solo “perché non c’è petrolio da conquistare”.
Allora, qual è la verità, amici pacifisti? Vogliamo la pace o vogliamo solo stare in pace, tranquilli, senza che nessuno disturbi il nostro quieto vivere?
Basta saperlo, ma occorre -anche- tenere presente che il confine tra il quieto vivere e un tremendo morire va facendosi sempre più labile.

Daniele Capezzone
Segretario Radicali italiani

 

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